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venerdì 20 novembre 2015

La ragazza con il taccuino



La ragazza è seduta sulla panchina della fermata di fronte alla tua, con il taccuino nero e la penna in mano. Indossa una maglia bianca di cotone leggero dal collo ampio che le lascia scoperta la spallina del reggiseno, jeans chiari con leggere scuciture ad altezza delle ginocchia, un paio di converse slacciate. Ha un viso leggermente ovale, un naso sottile alla francese, occhi nocciola acquosi, labbra rosa carnose e mediterranee. I capelli castani lunghi vagamente mossi le ricano morbidi sulle spalle, ogni tanto li scompiglia un po' con la mano destra, o finge di punirli afferrandoli con il pugno stretto come volesse fermarli in una coda. E' dolce e ribelle. Ed è bella, di quella bellezza sincera che sfugge alle mode artefatte e sterili dei nostri tempi. Al suo fianco c'è un vecchio zainetto Invicta, giallo scolorito, fuori produzione da decenni, pieno di scritte a mano ormai cancellate. Forse appartiene al suo fratello maggiore, pensi tu, visto che lei non avrà più di venti, o venticinque anni.
Sono settimane che ti rechi a quella fermata, solo per osservarla.
Come ogni giorno, lei apre nervosa il suo taccuino e ne sfoglia le pagine con le dita lunghe e ossute, impreziosite da uno smalto blu notte sulle unghia. Conosci bene quel taccuino, è un Moleskine. Un taccuino storico. Un taccuino di classe. Usato da personaggi come Oscar Wilde, Ernest Hemingway o Bruce Chatwin per scrivere durante i loro viaggi e nelle soste ai caffè. La ragazza trova la pagina desiderata, muove con forza le dita sulla rilegatura per assicurarsi che rimanga aperta, e schiaccia con il pollice il pulsante della penna. Ti sembra quasi di sentirne il click.
Gli occhi. Sai che adesso i suoi occhi volteggeranno ansiosi per qualche secondo sugli alberi accanto alla panchina, sulle auto in corsa, sui piccioni a caccia di briciole sul marciapiede, prima di posarsi di nuovo lì, sulla pagina giallognola a righe strette. Inizia a buttar giù qualche parola, sembra convinta, sembra quasi che un flusso inarrestabile le scorra dall'avambraccio  alle dita, fino all'impugnatura della penna, a morso. Eppure si ferma presto. Tira su una gamba sulla panchina, la scucitura dei jeans si fa più ampia. Le vedi una bella porzione nuda del ginocchio, e hai un guizzo di desiderio. Si stringe nelle spalle, sembra aver freddo, ma si distende in un attimo, sospira.  Ricomincia a scrivere, si interrompe, strizza gli occhi, guarda davanti a sè. Pensi che forse ti ha visto, arrossisci timido, sei tentato di abbassare lo sguardo. Vedi i suoi occhi ricominciare la danza sul mondo che ha davanti, cerchi di seguirne la traiettoria, sta disegnando un otto tra il cielo, gli alberi e il marciapiede, o forse non è un otto, forse è il simbolo dell'infinito, come infinito è il fascino del suo sguardo vitale ed etereo, delle sue braccia sottili, di quelle labbra che non vorresti far altro che baciare per il resto dei tuoi giorni.
Pensi alla sua quotidianità fatta di lezioni universitarie, di ragazzi che non la meritano, che non la sanno ascoltare, che forse dovrebbero restare  solo amici, ma a quelli di restare solo amici proprio non va. Pensi alle sue amiche, forse finte amiche, gelose, banali, pettegole. Pensi alla sua solitudine, che è la solitudine delle persone speciali, il destino di chi è troppo prezioso per essere compreso dalla superficialità dei tanti. La vedi chiusa nella sua stanza, rannicchiata sotto l'abat-jour a leggere Proust o ad ascoltare Elliot Smith o a vedere film di Fritz Lang o Jean Vigo sul portatile. Con il taccuino alla sua destra, compagno fedele. Immagini le sue lacrime, a volte, e sei spinto dall'impulso di attraversare la strada ed abbracciarla.
Eccola che corruga le sopracciglia, e poi, a sorpresa, sorride, anche se per un prezioso istante soltanto. E' la prima volta che la vedi sorridere, ne sei ammaliato. Immediatamente il sorriso si trasforma in una smorfia ironica, si morde il labbro e torna a scrivere. Stavolta non si interrompe, scrive di getto, riempie la pagina in pochi secondi e passa alla successiva. A volte un'ombra sottile le oscura il volto e improvvisamente sembra più vecchia, con borse non più impercettibili agli occhi. E' allo stesso tempo adulta e bambina, ha la fragilità della fanciulla e la tenacia di una donna. E' al di là della storia, eterna, è antica e casual,  è matrona ottocentesca e ragazza del suo tempo.
E' una scrittrice, ne sei certo. Forse una poetessa. Al di là del suo sguardo inquieto ci sono luoghi che noi, assuefatti ai detriti del mondo che ci resta, non saremo mai in grado di scorgere. Lei li vede, invece, vede i luoghi dove danzano le anime, liberate dalle incombenze della vita, che giocano e si fondono e si accendono come fuochi fatui, e come loro svaniscono. Lì dove noi vediamo panchine, automobili, piccioni e marciapiedi, lei vede forse luoghi di luce e di penombra, di colori tenui, voci sussurrate some sospiri, baci bagnati e svaniti, solletico e carezze.  Forse parla anche di sè, persa in quel mondo seducente e lontano.
Chissà cosa daresti per leggere quello che sta scrivendo. Non accontentarti delle vibrazioni che sembrano scaturire dal suo collo, dai suoi capelli, dai suoi occhi insolenti e vispi, ma gettarti nell'oceano delle sue parole, affogare e rinascerne inebriato.

E un giorno, finalmente, qualcosa succede. L'autobus arriva puntuale, la ragazza afferra il vecchio zaino e sale. L'autobus si allontana rapido e la panchina di fronte rimane vuota. O non proprio vuota. Il Moleskine! La ragazza ha dimenticato il suo taccuino. Il cuore inizia a batterti forte come quella volta che lei ti aveva rivolto lo sguardo e forse anche l'abbozzo di un sorriso. Sei nervoso, ma sai cosa fare. Ti alzi, ti avvicini alla panchina di fronte, afferri il Moleskine e ti allontani. Glielo restituirai domani.
Arrivato a casa, sai bene che non dovresti sbirciare. Non sta bene, non sono affari tuoi. Sai altrettanto bene che ciò è impossibile, che non ce la farai mai. Tiri un respiro profondo. Per un attimo ti sembra di sentire il suo profumo, quel profumo che finora hai solo immaginato e domani avrai la possibilità di sentire davvero. Hai l'ansia di un nuotatore principiante che sta per tuffarsi nell'oceano. L'oceano delle parole della ragazza della fermata di fronte. La ragazza che da settimane riempie i tuoi pensieri. Il tesoro più affascinante, la creatura più seducente che tu abbia mai avuto la fortuna di incontrare.
Sposti l'elastico del taccuino, e lo apri in una pagina centrale. Metti subito a fuoco una scrittura incerta e tremolante, decisamente infantile. E capisci subito che l'oceano, l'oceano delle parole della ragazza della fermata, è piuttosto un fiumiciattolo. O un rigagnolo di fogna. Con tanto di olezzo.
Puttana la troia de la...
Ecco l'incipit della pagina. Sfogli incredulo l'intero taccuino. E' pieno di bestemmie. Tante bestemmie. Solo bestemmie. Su Gesù, Giuseppe, Maria e un gran nugolo di santi. Piuttosto ripetitive a dire il vero, neanche blasfemamente creative. E con tanti errori di grammatica. Lo chiudi, ti allontani, pensi che si tratti di un incubo e vuoi svegliarti. Il classico pizzicotto non funziona, riapri il taccuino, le bestemmie sono ancora lì. Fastidiose come le zanzare nelle serate estive. Ridi, piangi, ti senti uno scemo.

Non sei più teso il giorno dopo, quando la vedi di nuovo alla fermata e le porgi sicuro il Moleskine.
Hai dimenticato questo ieri, le dici.
Lei fa una smorfia, una smorfia diversa da quella che hai visto il giorno prima. O forse, chissà, esattamente la stessa. Una smorfia puerile ed esagerata, come quella di una bimba a cui regalano la Barbie sbagliata.
Perché cazzo me l'hai riportato, l'ho lasciato apposta, dice.
E' la prima volta che senti la sua voce, una voce nasale e cantilenante, con le vocali esageratamente aperte nella cadenza del centro sud.
Devo ammettere che ho sbirciato dentro, dici tu.
Lei alza le spalle.
Cazzo me ne frega a me..., dice.
Volevo solo chiederti perchè hai riempito quel taccuino di bestemmie, dici tu.
Lei ripete la smorfia, e sbuffa anche.
E' che sto incazzata perchè uno stronzo mi ha fatto incazzare... ma tu perchè non ti fai cazzi tuoi? dice lei.
Arriva l'autobus, lei scatta via e sale. Ti lascia lì solo con il taccuino in mano. Dopo pochi secondi lo getti nel cestino della spazzatura.
Mentre osservi l'autobus allontanarsi, hai ancora in testa la frase della ragazza della fermata.
E' che sto incazzata perchè uno stronzo mi ha fatto incazzare...
Spiegazione tautologicamente impeccabile. Decisamente esaustiva.
Pensi di nuovo alle settimane trascorse a fantasticare su di lei. E pensi a come sia banale la realtà che a volte ci ostiniamo a voler impreziosire. Ma che spesso, o sempre, non se lo merita.


sabato 19 luglio 2014

Vola vola Topolino - Riscrivere una storiella inventata da bambino

"Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano" (Antoine De Saint-Exupery)

Qualche mese fa, scartabellando tra vecchi quaderni nella casa dei miei genitori, è saltata fuori una storiella che avevo scritto all'età di cinque anni. Stampatello, calligrafia da bimbo, e un "Bravissimo +" della maestra (forse). Colpito dal curioso ritrovamento, ho scattato una foto. Voilà, ecco qui il testo originale.



Trascrivo fedelmente in basso il testo della storiella.
  
VOLA VOLA TOPOLINO
Un giorno Topolino si comprò un aereo. Volava in basso. Ma quanto è basso! La mattina dopo l'aereo non c'era più. Guardò nei libri e lo trovò. C'era scritto che era un ladro di aerei. Appena si fece notte Topolino andò nella casa del ladro. Appena stava per uscire, Topolino si avvicinò. Dove hai nascosto il mio aereo? Non te lo do'. Dimmelo, altrimenti ti rompo la testa. Vediamo. Vuoi vedere che te la rompo? Vuoi vedere che non me la rompi. Oh, no. Hai visto che non me la rompi. Riproviamo. Bum. E Topolino ritrovò l'aereo e volò felice e contento.
FINE

Ieri avevo un bel po' di tempo libero, e per combattere la noia sfogliavo le foto nella memoria del mio smartphone. La storiella è venuta fuori di nuovo. L'ho riletta, e ho avuto un'idea. Perchè non riscriverla? Una versione aggiornata, diciamo. Beh, l'ho fatto. In basso potete leggere la versione 2014 della mia storiella infantile.

VOLA VOLA TOPOLINO
In fondo Topolino lo sapeva che qualcosa sarebbe andato storto. Ogni suo timido tentativo di rivalsa si era sempre rivelato un clamoroso flop. Perchè quella volta le cose sarebbero dovute andare in modo diverso?  Quando aveva investito tutta l'eredità di famiglia nel brevetto di volo e soprattutto nell'acquisto del suo Piper J-3, monomotore ad ala alta, aveva pensato che quella sarebbe stata finalmente l'occasione di riscatto dai tanti suprisi subiti. Tutti quelli che lo ritevano un disadattato, un idiota, un povero sciocco da deridere e basta, si sarebbero ricreduti. Ahimè, si sbagliava.
Era bastata la prima sessione di volo con il suo lucidissimo aereoplano color giallo purè per capire che qualcosa non andava. L'altimetro faceva le bizze, il ronzio sordo del motore aveva delle pause improvvise che gli gelavano il sangue facendogli pensare il peggio, la barra di comando non sembrava tarata con l' angolo di inclinazione degli alettoni, causando sbandamenti preoccupanti. L'areo volava basso, ogni tentativo di raggiungere quote decenti  si traduceva in un'anarchia degli strumenti di rilevazione e in vibrazioni di un'intensità insostenibile. Topolino aveva sognato di volare al di sopra delle nuvole, di guardare il mondo dall'alto e riderci su, schernendo le miserie della sua vita di ogni giorno. Ed era stato tradito dalle sue ambizioni.
Un giorno il suo Piper sparì dalla corsia cinquantasette del piccolo aeroporto civile in cui era parcheggiato. In preda al panico, Topolino cominciò a guardarsi intorno, ma quelli che vedeva nelle piste adiacenti erano aerei ben diversi dal suo. Avrebbe voluto rivolgersi a qualcuno ma l'aeroporto sembrava deserto. Digitò sul cellulare il numero della polizia, ma notò qualcosa all'interno della cabina di controllo che lo spinse a metter giù la chiamata. Il registro dei voli. Era aperto. Stranamente aperto. Si recò nella cabina e vide che la sigla dell'ultimo aereo registrato per una sessione di volo era la sua. La firma al fianco, invece, no. Ma conosceva bene quella firma. La rabbia gli salì dallo stomaco alle tempie fino a farlo quasi sbandare.
Sapeva dove recarsi, lo sapeva bene. Percorse dunque a passo rapido i trecento metri che lo separavano dalla casa del controllore di volo. E lo vide, il ladro di aerei, seduto su una sedia di vimini con una lattina di birra in mano. Dal cappello a tesa larga che portava in testa spuntavano ciuffi ribelli su una fronte alta e grinzosa, con sopracciglia folte e occhi neri grandi e sornioni. Continuava a sorseggiare la sua birra sputando a volte a terra. Quando si accorse di Topolino, sorrise con fare strafottente, e tirò su il cappello per un istante per salutarlo con grottesca riverenza.  Perchè hai preso il mio aereo, chiese Topolino. Il ladro scrollò le spalle con sufficienza. Avevi lasciato la chiave dell'abitacolo, e avevo voglia di fare un giro.
In quella risposta, e nella risata che seguì,  Topolino lesse un micidiale concentrato di decenni di insulti, soprusi e inganni. Rivide gli sghignazzi dei compagni di scuola, e rivisse i momenti terribili in cui il nome con cui tutti ora lo conoscevano - Topolino- gli era stato affibbiato. Colpa delle orecchie a sventola, della vocetta stridula e della statura minuta. Una vita con quel soprannome grottesco. Un uomo additato da tutti come un topo.
Topolino aveva con sè una chiave inglese e la strinse forte con le dita fino a farsi male. Respirò a fondo. Dove lo hai nascosto, chiese.   Il ladro bevve un altro sorso di birra e sputò di nuovo a terra. Poi con un gesto teatrale tirò su la manica del suo camicione di flanella e diede un'occhiata al suo orologio da polso. Se torni domani a quest'ora, forse te lo dico. Topolino sollevò la chiave inglese e il ladro scoppiò in una risata esagerata. Cosa diavolo vuoi farci con quella, esclamò.
Ma forse aveva sottovalutato la rabbia di Topolino. Dopotutto, aveva a pochi metri da lui la vittima di un furto. E la stava schernendo. La chiave inglese lo colpì sulla fronte facendolo stramazzare a terra. Quando rinsavì da quella fitta di dolore, vide il viso piccolo e feroce di Topolino a pochi centimetri da lui, e il desiderio di continuare a schernirlo fu più forte del timore di una sua reazione. Guarda che non mi hai fatto niente, esclamò con una risata impudente.
Il colpo successivo fu più forte, si sentì come travolto da un treno frecciarossa mentre la testa gli girava di quasi centottanta gradi al punto di rischiare di spezzare la spina dorsale. Sentì  il sapore ferroso nel sangue in bocca, e il dolore acuto dei nervi del collo che cercavano a fatica di ristabilire una posizione di riposo. Sebbene la sua reazione immediata sarebbe stata quella di rimettersi in piedi e torcere il collo di quel dannato nanerottolo, il ladro sapeva che le sue gambe tremolanti non sarebbero state in grado di assecondarlo. E il terrore che quella chiave inglese potesse avventarsi nuovamente su di lui lo spinse a sussurrare un pista ventisette con rancorosa mestizia.
Da quel giorno Topolino tornò a volare con una consapevolezza diversa. Quella di non essere più una vittima del mondo che avrebbe voluto osservare dall'alto. Perché aveva finalmente imparato a guardare le persone in faccia. E a reagire. Volare a bassa quota non lo irritava più.  Spingeva su al massimo la barra di comando, e quando le vibrazioni salivano doveva posizionarla giù, restando a bassa quota. E allora rivolgeva il suo sguardo oltre il cupolino di vetro, e ammirava le nuvole e gli squarci di cielo terso che lui, così come i suoi nemici del mondo grottesco che lo aspetta poco in basso, non sarà mai in grado di raggiungere. Con serenità e malinconia. 
FINE

Tutto qui. Non è granchè, ma mi sono divertito a riscriverla. E vorrei ringraziare quel bambino che oltre un quarto di secolo fa mi ha dato oggi l'ispirazione per farlo.  


venerdì 24 gennaio 2014

M'ha fregato cent'euro 'sto figlio di...

Gennaro Morelli era un ragazzo solare, aperto, esuberante, spiritoso e dalla risata contagiosa. Una di quelle persone che è sempre un piacere avere al proprio fianco, che è in grado di risollevarti il morale nelle giornate più dure. Una di quelle persone con il dono di piacere a tutti. Aveva però una caratteristica alquanto bizzarra: quando incontrava un amico, si immobilizzava per un istante fissandolo con occhi spiritati, poi batteva a terra il  piede destro a mo’ di soldato, allungava un braccio verso di lui ed esclamava: “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. Dopodiché lo abbracciava con affetto cameratesco e con sonore pacche sulla spalla, gli chiedeva di lui e che fine avesse fatto, e i due amici se ne andavano a zonzo insieme tra risate fragorose e allegri spintoni.
Non era assolutamente vero che tale amico avesse usufruito delle finanze di Gennaro. Era solo il suo modo di salutare. Molti dicono: “Ohi ciao, grande!”. Gennaro diceva: ”M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. All’inizio gli amici erano abbastanza stupiti da quell’espressione e gli chiedevano un po’ piccati a cosa diavolo si riferisse. Ma presto impararono ad apprezzarla; era divertente, insolita, una caratteristica unica che faceva di Gennaro una persona ancora più speciale.
Un giorno Gennaro aveva spiegato l’origine di quella sua curiosa singolarità, che risaliva ai tempi in cui era studente alla facoltà di economia. Una volta era malato e con la febbre a quaranta, chiuso in casa senza la forza di alzarsi dal letto. Nessuna medicina e frigorifero vuoto; era il suo turno di fare la spesa ma naturalmente non l’avrebbe fatta. Per di più, aveva notato poco prima che dal suo portafoglio era sparita una banconota di taglio elevato. Aveva iniziato a sospettare del suo inquilino Giuseppe, che forse aveva rubato i suoi soldi e lo aveva lasciato lì a morire di fame e di influenza. Ma improvvisamente Giuseppe era rientrato a casa con due buste del Tigre di cui una piena di cozze calabresi. E poi gelato, caramelle, nutella e tanto altro. In più, gli aveva riversato sul letto una busta di scatolette di Efferalgan, Tachipirina e Zitromax. Giuseppe aveva preparato l’impepata di cozze con contorno di patate fritte e ketchup, e aveva servito il suo amico a letto. Mentre si ingozzava di cozze e ketchup e riacquistava le energie annebbiate dal febbrone da cavallo, Gennaro aveva rivolto a Giuseppe uno sguardo pieno di sincera gratitudine esclamando: “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. E i due amici erano scoppiati a ridere all’unisono.
Da quella volta Gennaro non era riuscito ad evitare di rivolgersi così a qualsiasi amico che era contento di incontrare. Un modo unico per esprimere un affetto sincero e privo di stucchevoli smancerie.

Ma un brutto giorno le cose cambiarono. Successe quando Gennaro e i suoi colleghi dell’aziendina di pomelli da lavandino in cui lavorava uscirono a prendere una birra in un pub irlandese, e per la prima volta si unì anche Saverio, il loro superiore. Era questi un ometto sulla quarantina calvo e dall’aria austera, che di rado scambiava la minima confidenza con i suoi impiegati. Era sempre serio e non rideva mai. Ma con grande sorpresa, quella sera Gennaro e colleghi scoprirono un Saverio inedito e sorprendente. Bastavano un paio di birre perché lui si lanciasse in una serie di spassosissimi aneddoti sui suoi viaggi di lavoro o sulle sue conquiste erotiche di quando aveva dieci anni di meno e qualche capello in più. Alla terza birra si dedicò poi a riuscitissime imitazioni dei colleghi non presenti, che fecero letteralmente spanciare dal ridere Gennaro e gli altri. Poi nel locale misero  su una Riverdance e Saverio si tuffò in pista ancheggiando con inattesa perizia al ritmo di quel ballo appreso quand’era studente erasmus a Dublino. Un personaggio straordinario, insomma, una vera rivelazione!
Quando il giorno dopo Gennaro entrò in ufficio, Saverio lo salutò con una eloquente e complice alzata di sopracciglia che stava a significare: ”Grande serata ieri, eh?”. E Gennaro lo fissò, battè il tacco a terra e indicandolo con il braccio esclamò: ”M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. L’espressione sul viso di Saverio mutò all’istante. Gli diede subito le spalle e si allontanò. Gennaro, esterrefatto, si chiese come diavolo gli fosse uscito quel saluto con lui, che dopotutto era sempre il suo capo. Con tragica preoccupazione pensò che Saverio avesse potuto trovarci un riferimento al fatto che la sera prima Gennaro gli aveva offerto le ultime tre birre perché Saverio non aveva banconote di piccolo taglio. Lo seguì dunque per il corridoio, lo fermò e si scusò. Gli spiegò che quell’espressione era solo un suo modo di salutare, che diceva quella cosa a tutti i suoi amici, che non si riferiva a nulla di specifico. Ma Saverio lo liquidò con un gelido “E’ la scusa più idiota che io abbia mai ascoltato”.

Da quel giorno qualcosa cambiò in Gennaro. Continuò per un po’ a salutare i suoi amici con il solito “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”, ma con tono quasi dimesso, senza entusiasmo, senza neanche battere il piede a terra. E poi smise del tutto. La sua colorita espressione si convertì in un misero Cia... biascicato a labbra socchiuse. Gennaro non sorrideva più, non riusciva più a trasmettere quella straordinaria gioia di vivere che lo rendeva così popolare tra gli amici.
A lavoro Saverio non gli dava più alcuna confidenza, a volte evitava il suo sguardo in modo quasi ostentato. Quando l’azienda si trovò a fronteggiare le prime avvisaglie della crisi finanziaria, Saverio sapeva già qual era il primo nome da depennare nella lista dei suoi dipendenti.
E così Gennaro perse il lavoro. Prese a trascorrere intere giornate chiuso in casa davanti alla televisione a far nulla, e se un amico passava a trovarlo lo accoglieva svogliato, non gli offriva neanche un bicchier d’acqua e lo lasciava parlare senza ascoltarlo. Era sparito il suo saluto tipico. E con esso, sembrava sparito Gennaro stesso.
I suoi amici non ce la facevano più a vederlo così, si chiedevano dove fosse finito il suo sguardo scintillante e la sua battuta pronta, e volevano che tornasse quello di prima. Ma non sapevano proprio come aiutarlo. Finché Fabiola, una ragazza che lo conosceva dall’infanzia e che era da poco laureata in psicologia, ebbe un'idea. “Dobbiamo far rivivere la situazione che lo ha portato ad essere quello che era e a dire quel che ha detto, disse. Dobbiamo far sì che lui ci guardi e pensi di nuovo con gioia: ‘M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!’ E’ il solo modo di farlo tornare ad essere quello di un tempo“.
Nonostante i ragionevoli dubbi, gli amici di Gennaro decisero di seguire il piano di Fabiola. Una domenica mattina un certo Michele si recò dunque da Gennaro, con notevole fatica riuscì a scuoterlo dalla sua indolenza e lo convinse a venir fuori con lui per un giro in macchina. Con una vecchia Cinquecento andarono dunque fuori città, su e giù per le colline. Si fermavano davanti a prati dove pascolavano centinaia di pecore e Michele diceva: “Guarda Gennaro, guarda come sono belle, senti che delicato profumo di stalla e letame”, ma Gennaro sembrava non avere alcuno stimolo, lo seguiva come uno zombie. “Ho un po’ fame, Michele, sono le due”. “Ma lascia perdere il mangiare, Gennaro, godiamoci il sole e la natura, che cazzo!”. E continuavano a gironzolare per le campagne. Data la sua reattività pari a quella di un gufo imbalsamato, non fu difficile sfilargli cento euro dal portafogli senza che se ne accorgesse. Nel frattempo, Fabiola e gli altri avevano comperato cinque chili di pecora imporchettata, ci avevano infilato dentro due pernici e l’avevamo messa a rosolare lentamente allo spiedo bagnandola in un soffritto di lardo di Colonnata. Poi avevano tritato due chili di interiora di agnello che avevano cotto nel burro e nella senape infilandoci croste di maiale arrosto come fossero cialde in una coppa gelato. Al calar del sole, Michele aveva dunque svoltato verso casa di Fabiola. “Passiamo a prendere Fabiola, aveva detto”. “Michele, sono le sette, io ho un po’ fame, non mi importa nulla di passare da Fabiola”. “Ma smettila!”.
Un odore penetrante di pecora arrosto invadeva l’intera scalinata del palazzo di Fabiola. Michele e Gennaro giunsero dunque al suo appartamento, e… sorpresa! Tutti gli amici erano lì, davanti ad un tavolo di pietanze fumanti. Fabiola si avvicinò sorridente a Gennaro che però non sembrava affatto colpito. “Sappiamo che hai una fame da lupi, non hai mangiato tutto il giorno! Abbiamo quindi pensato di preparare questo spuntino per te. Ma non credere che ti stiamo facendo un regalo, è a spese tue, sai? Controlla il portafogli, Michele ti ha fregato cento euro! Siamo proprio dei figli di puttana, eh?”.  Fabiola si aspettava che sul suo viso inespressivo si riaccendesse il sorriso di un tempo, che battesse poi il piede a terra e allargando le braccia a semicerchio urlasse a squarciagola: “M’hanno fregato cent’euro ‘sti figli di puttana!”. E invece Gennaro, impassibile, diede uno sguardo rapido a quella tavolata di carne arrosto immersa nel grasso sfrigolante. “Sono pescetariano”, disse. “Siete miei amici, dovreste saperlo”.  

La serata terminò lì, con l’imbarazzo dei vari amici che infagottavano le pietanze nella carta stagnola mentre Michele riaccompagnava Gennaro nel suo appartamento. Dopo quella serata, nessuno vide più Gennaro. Le serrande di casa sua erano sempre chiuse, i vicini non sapevano nulla, era anche sparito da facebook.
Spesso parlavano di lui, a cena insieme lo ricordavano quand’era felice e pieno di vita. Secondo alcuni era barricato in casa, secondo altri era fuggito all’estero. Ma pur nella sua apparente depressione, aveva trovato il modo di salutarli. La famosa sera della cena non riuscita, approfittando forse della distrazione mentre impacchettavano le cibaglie intonse, era riuscito ad infilare le dita nel portafoglio di ognuno di loro. “C’ha fregato cent’euro quel figlio di puttana!”.


venerdì 29 novembre 2013

L'uomo che teme il silenzio

Molte persone, anche adulte, hanno paura del buio.
Giuseppe, invece, ha paura del silenzio. Lo terrorizza l’istante in cui apre la porta di casa quando torna da lavoro, e la trova oscenamente muta. E allora si precipita immediatamente sullo stereo in soggiorno e preme il tasto ON. Sospira, il fruscio della radio è per lui un siero benefico. Sceglie una stazione a caso, regola la manopola del volume e si lascia cadere sul divano.  A volte collega l’ipod alle casse e mette su gli Oasis, i Pixies e Christina Aguilera. Poi accende la televisione e fa zapping cercando MTV o qualche canale fracassone. Cena a base di pane e yogurt mentre sullo schermo vanno in onda i videoclip delle band più trendy del momento, e le loro canzoni, la loro musica, il loro rumore, si insinuano placidi e rassicuranti tra le quattro pareti del suo bilocale. Teme ancora gli istanti di pausa tra una canzone e l’altra, e quando il momento della pausa arriva Giuseppe stringe gli occhi temendo che il silenzio lo assalga alle spalle come un ninja affondandogli  la sua subdola lama in gola, ma poi la musica riparte e tira un sospiro di sollievo. 
Ci sono sempre musica e rumore a casa di Giuseppe, anche quando dorme, vuole che gli scombussolino i sogni e non lascino neanche loro in balia del silenzio.

Ma un giorno c’è un black-out. Tragicamente televisione e stereo ammutoliscono e la casa è improvvisamente più silenziosa di una chiesa di campagna in una giornata di agosto. In preda al panico, Giuseppe si precipita verso la cucina, tira giù due piatti dalla credenza e inizia a sbatterli l’uno contro l’altro mentre batte a terra il piede destro al ritmo di un generico OH-OH-OH. I piatti si scontrano con un rumore acuto che gli trasmette scariche di benessere. Ma poi Giuseppe sbatte i piatti un po’ troppo forte e questi vanno in frantumi. Immediatamente afferra altri due piatti, ma poi pensa non voglio distruggere la cucina, e trova un’altra soluzione. Inizia a cantare. A squarciagola, stonato. Canta Nel sole di Al Bano, Se telefonando di Mina e Champagne di Peppino di Capri. Presto ha il mal di gola, si accorge che sta per diventare afono e cerca di escogitare per tempo un’altra soluzione ma non gli viene nessuna idea.
Qualcuno bussa alla porta d’ingresso, e Giuseppe si precipita ad aprire. E’ Priscilla, la sua dirimpettaia. Che diavolo succede, chiede, cos'è tutto questo fracasso. Giuseppe la afferra per un braccio facendola trasalire, chiude la porta di casa e la trascina in soggiorno.
Ti prego, parla!, le urla.
E cosa dovrei dire, chiede lei sorpresa.
Quello che vuoi, purché tu lo faccia ad alta voce e senza pause, risponde Giuseppe.
Incuriosita e convinta che si tratti di un gioco, Priscilla accetta la proposta. Inizia a raccontare la sua giornata, le persone che ha incontrato, la cena con le amiche del liceo, il film con Jean Paul Belmondo che ha visto ieri sera, gli ultimi scandali della politica locale. Lo fa con una voce squillante che a poco a poco finisce per rassicurare Giuseppe, che torna a sedersi sul divano e sospira. 
Io lo so perché hai paura del silenzio, dice improvvisamente Priscilla lasciando Giuseppe di stucco. 
Cosa dici, chiede lui.
Hai paura del silenzio perché hai paura di ascoltare, dice Priscilla. Eppure una volta non ne avevi paura. Sapevi bene che solo il silenzio è una parte fondamentale dell'ascolto, sapevi che il silenzio è come gli spazi bianchi di un foglio scritto che danno un senso compiuto ai filamenti d’inchiostro che qualcuno ha deciso di porvi sopra.  
Poi, ascoltare ti ha fatto soffrire. E hai deciso di non farlo più, hai voluto versare il calamaio su quel foglio scritto rendendo illeggibili le parole.  Adesso hai paura che il silenzio possa dare di nuovo un senso alle parole che hai voluto cancellare, perché quelle parole ti fanno del male.
Ma se pensi di cancellare quelle parole ricoprendole di musica e rumore, ti sbagli. Puoi seppellirle, metterci sopra strati di terra e cemento, ma quelle parole resteranno sempre lì in basso, a farti del male. E’ solo dissotterrandole, è solo cercando di rimuovere l’inchiostro superfluo che puoi provare a farle asciugare al sole. Fino a farle sbiadire, forse. 

Poi Priscilla dice di essere in ritardo per un appuntamento e va via. Giuseppe resta solo e improvvisamente le parole che gli hanno fatto male tornano su rapide come bolle in una vasca idromassaggio. Sono le parole affilate di un monologo che inizia con  “E’ stato tutto uno sbaglio”. Il lungo monologo di Camilla, la sua Camilla dagli occhi nocciola e il viso da ragazzina, seduta a gambe incrociate sulla sua poltrona Frau, mentre lui ascolta incredulo e cerca di marchiare nella memoria ogni tratto di lei, dal tono della voce alla ciocca ribelle di capelli, dal neo sopra l’occhio sinistro alle labbra lucide e spesse. Consapevole del fatto che non la vedrà mai più.
La casa è di nuovo in silenzio, ma adesso Giuseppe non è più smanioso. Perché le parole che lo hanno fatto soffrire sono venute fuori e sono più assordanti di un concerto dei Metallica con amplificatori a diecimila watt. Hanno già riempito casa, rimbalzano violente e incuranti tra le pareti come mille palline da tennis.
Giuseppe ne ha paura. Prende uno zaino da campeggio e ci infila dentro una coperta e un cuscino. Esce di casa facendo sbattere la porta e suona nell'appartamento di Priscilla. 
Se non ti dispiace, questa notte mi fermo a dormire da te, dice a Priscilla quando lei apre la porta d’ingresso. Le parole che mi hanno fatto male sono tornate su improvvise e hanno preso possesso di casa mia, rimbalzano assordanti tra le pareti e non mi lasciano più spazio.  Domani tornerò a casa e so che saranno più deboli, e dopodomani lo saranno ancor di più. Alla fine saranno tenui come un eco dimesso, e verranno  assorbite dalle pareti. Ma stasera sono ancora tanto rumorose.
Priscilla è dapprima stupita, poi sorride e lui si accorge della fossetta sulla sua guancia destra.
Fammi dormire da te, continua Giuseppe, resterò in un angolino e mi farò piccolo piccolo. Però ti prego, raccontami qualcosa, ho bisogno di parole nuove perché mi sono liberato di quelle vecchie e sento un vuoto allo stomaco. Ma stavolta non urlare, aggiunge Giuseppe, sussurrale soltanto. 

domenica 3 novembre 2013

En italiensk sang til jer

L’iniziativa En italiensk sang til jer, promossa dall’istituto italiano di cultura di Copenhagen, si era diffusa rapidamente nell’intero paese con inatteso successo.  L’idea di base era molto semplice: si sceglie una bella canzone italiana e la si canta in coro negli autobus di linea, con lo scopo di incuriosire i danesi presenti e favorire l’integrazione, anche culturale, con i tanti immigrati italiani che popolano le cittadine scandinave.
Ruggero Bartolacci, residente ad Aalborg da oltre dieci anni e da sempre promotore di iniziative volte ad avvicinare i cittadini danesi alla conoscenza del Belpaese, si era immediatamente proposto come responsabile locale dell’iniziativa. A tal proposito aveva scelto una canzone, Fin che la barca va, non inflazionata come Azzurro o Volare ma ricca di ritmo ed ottimismo, e di certo molto adatta ad essere cantata in coro su di un autobus con l’entusiasmo di una gita scolastica. Aveva dunque coinvolto i suoi amici italiani locali e aveva fatto stampare un centinaio di flyer con il testo della canzone, da distribuire all’entrata dell’autobus a tutti i viaggiatori. E soprattutto, aveva avuto una brillante idea che sicuramente avrebbe dato un valore aggiunto alla performance; il suo amico Peder Nielsen, autista dell’autobus su cui si sarebbe cantata la canzone di Orietta Berti, avrebbe partecipato attivamente al coro. 
Si era dunque recato a casa di Peder con il testo della canzone, e l’avevano studiata insieme. Era questi un omone ormai prossimo alla pensione dagli occhoni grigi e dal sorriso gioviale. Accettò con entusiasmo la proposta di Ruggero, da anni suo buddy di fiducia nel circolo di bocce, e insieme a lui ascoltò decine di volte la canzone, sforzandosi di coglierne il ritmo e la pronuncia. L’idea di Ruggero era che Peder sarebbe intervenuto cantando da solo la parte finale del ritornello. Lui e i suoi amici italiani avrebbero cantato la parte che fa:

Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare,

dopodichè Ruggero avrebbe urlato uno stop!, Peder avrebbe frenato, si sarebbe alzato dal posto di guida e, rivolto ai viaggiatori, avrebbe intonato:

quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.

L’effetto sarebbe stato grandioso, uno straordinario coup de théâtre. Avevano dunque studiato insieme sillaba per sillaba la pronuncia di quel ritornello di cui Peder non si era neanche chiesto il significato. Non era stato facile, Peder non era portatissimo per le lingue straniere e le vocali se ne andavano a zonzo nella frase, ma dopo centinaia di prove era in grado di pronunciare qualcosa che suonava come kuan do lamora vena ilka panelo sonera. Accettabile, insomma. 
Il giorno dopo Ruggero salì dunque con i suoi amici italiani sul bus numero due diretto verso Gistrup strizzando l’occhio al suo amico Peder al volante. Uno studente erasmus di Vicenza rimase in piedi all’ingresso  distribuendo i flyer con il testo della canzone ai danesi che entravano, mentre gli altri si sistemarono agli ultimi posti.
Quando il bus si mosse dal terminal imboccando Jyllandsgade, Ruggero si alzò in piedi, e schiarendosi la voce iniziò ad intonare:

Il grillo disse un giorno alla formica...

Immediatamente, come d’accordo, gli italiani che erano con lui seguirono con :

...il pane per l’inverno tu ce l’hai...

e così via. Cantavano a squarciagola con un entusiasmo liberatorio da scolaretti birbanti, mentre Ruggero agitava i gomiti in aria  imitando un esagitato maestro d’orchestra. I danesi si voltavano curiosi, alcuni avevano un’aria contrariata per il troppo casino, altri con un sorrisetto da semiparesi facciale gettarono uno sguardo al testo  della canzone provando anche a biascicare qualche parola. Arrivò dunque il ritornello di Fin che la barca va, accompagnato da un fragoroso battimani ritmato, e, quando fu il momento, Ruggero gridò lo stop! ai suoi amici che come da copione ammutolirono all’istante. 
Peder fu di parola. Frenò bruscamente, si alzò in piedi, e puntando l’indice verso i viaggiatori pronunciò quella che nelle sue intenzioni era la parte finale del ritornello. Ne uscì un’arzigogolata cacofonia di sillabe smozzicate e impronunciabili,  qualcosa che con buono sforzo di rielabolazione potrebbe essere trascritta come calosomoraveheloooramikanziano...  
Ma non fu la delusione per la pessima performance di Peder a far precipitare la situazione. Fu la frenata, la sua brusca frenata, il cui contraccolpo fece cadere a terra il Samsung Galaxy S3 di Filippo, un ragazzo impulsivo e poco accomodante che a malavoglia si era prestato al progetto di Ruggero . Quando lo raccolse, Filippo si accorse con orrore della grottesca ragnatela che campeggiava sul display di vetro, rotto, irrimediabilmente rotto. E pensare che lo aveva comperato al Fona due giorni prima... Senza pensarci un istante, si mosse infuriato verso Peder e urlandogli un intenso “Ma come cazzo freni testa di cazzo!” gli allungò una sonora sberla in faccia. Il viso bonario di Peder divenne rubicondo all’istante, e incredulo per quell’inatteso torto subito biascicolò un silenzioso for Saten... tra i denti, mentre i suoi occhioni grigi sembravano chiedersi il perchè di quel brutto gesto.  Improvvisamente Filippo fu afferrato alle spalle da un culturista vichingo dalla mascella quadrata che con un sonoro "Hvad fanden laver du?!?"  lo sbattè contro la porta pneumatica dell’autobus. Filippo capì subito che non aveva molto da ottenere reagendo ad un gigante di tale portata e la rabbia gli sbollì all’istante, ma Ruggero si avvicinò afferrando il culturista per il braccio invitandolo a non reagire e a scusarlo. Bastò un semplice strattone per far cadere Ruggero a terra, mentre un altro italiano prendeva il culturista di sorpresa allungandogli un potente calcio nel culo. Quella che poteva diventare una rissa fu fermata in tempo da un gruppo di danesi che fece cerchio intorno al culturista implorandolo di non prendersela, di lasciar perdere, mentre gli italiani silenziosamente scivolavano ai loro posti e Peder, tremante, componeva il 114 sul cellulare. Quando arrivò la Politi l’autobus fu fatto parcheggiare nei pressi di Østre Alle, e fu chiesto a Peder, Ruggero, Filippo e gli altri di ricostruire l’accaduto. Alla fine Filippo fu costretto a chiedere scusa e stringere la mano a Peder e al culturista, che si chiamava Knud e continuava a fissarlo con l’aria di chi muore dalla voglia di strappargli un orecchio con un morso.  Silenziosamente tutti i viaggiatori scesero dall’autobus, alcuni si recarono alla fermata più vicina, altri, scossi dalla vicenda, tornarono a casa e si presero un giorno di malattia.

Ma l’increscioso evento sull’autobus di Aalborg non passò inosservato. In poche ore tutti i giornali e i talk show finirono per parlarne, divenne l’argomento del giorno. Si risuscitarono vecchi spauracchi nazionalisti di sfiducia e diffidenza verso lo straniero, il Danske Folke Parti estremizzò le proprie posizioni razziste estendendo le ragioni del loro rifiuto all’integrazione dagli extra-comunitari a tutti i cittadini europei non scandinavi.
Naturalmente l’iniziativa En italiensk sang til jer fu sospesa, con notevole imbarazzo e disagio da parte dell’istituto italiano di cultura di Copenhagen. 
Per i mesi seguenti Ruggero fu tormentato dai sensi di colpa. Non avrebbe dovuto strafare, avrebbe dovuto lasciare Peder guidare l’autobus e basta. Notò una crescente diffidenza dei suoi colleghi al circolo di bocce, e Peder non lo guardava quasi più. 
La notte era tormentato dagli incubi.
Una volta sognò di essere intrappolato in un autobus insieme ad altri italiani. Porte e finestre erano chiuse, non c’era via d’uscita. Al di fuori, un gruppo di danesi li osservava sbevazzando dalle lattine di Carlsberg che si erano portati appresso, e li scherniva sputando o pisciando sulle finestre. Poi, con uno sforzo coordinato e decine di oooo-issa!!, i danesi sollevarono le ruote laterali e rovesciarono l’autobus su di un lato. Gli italiani all’interno caddero sopra le finestre con lamenti e grida fragorose. Dopodichè i danesi rovesciarono di nuovo l’autobus nello stesso verso, e poi di nuovo, e poi di nuovo ancora, facendogli percorrere in quel modo gli interi Boulevarden, mentre gli italiani venivano sballottolati nell'abitacolo come ghiaccio e caffè in uno shaker. Alla fine l’autobus arrivò fino a Strandvejen, e con un ultimo sforzo i danesi lo gettarono nel fiordo. Brindando con un sonoro Skål, tracannarono un’ultima birra e se ne tornarono a casa. L’autobus andò giù rapido, mentre l’acqua iniziava a filtrare dalle fessure sul basso e sulle porte pneumatiche. Eppure gli italiani all’interno, seppur malridotti, riuscirono con sforzo sovraumano a sradicare una delle aste di sostegno per i passeggeri. La scagliarono ripetutamente contro il vetro della finestra laterale, che iniziò ad incrinarsi e alla fine andò in frantumi, allagando completamente l’abitacolo. Gli italiani evasero attraverso la finestra rotta, e nuotarono fino alla superficie. Uno di loro emerse con un pannello  pubblicitario di legno che aveva sganciato dalla parete laterale dell’autobus. Gli italiani si aggrapparono dunque al pannello galleggiante e vi salirono sopra, bilanciando abilmente il peso sui quattro lati per evitare di capovolgerlo. Alla fine eccoli lì, trasportati verso il Kattegat a mo' di zattera da un pannello pubblicitario del Føtex. Fradici, malconci e infreddoliti, ma vivi. Uno di loro starnutì fragorosamente. Dopodichè, con voce dapprima fioca poi sempre più convinta, iniziò ad intonare:

Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare...    





domenica 20 ottobre 2013

Dignità e boccoli d'oro a Jomfru Ane Gade


Kai Fiskebjerg, quarantotto anni, due divorzi alle spalle, tre anni di carcere per tentato stupro alla figlia adottiva sedicenne, nullafacente, parassita sociale, ladro di automobili, truffatore di mezza tacca, spacciatore di fumo, indomito alcolista in grado di bersi in una serata l’intero assegno mensile di disoccupazione, ritrovò la dignità nel cesso di un noto locale fighetto di Jomfru Ane Gade in cui era capitato per sbaglio. La vide luccicare sul fondo concavo del pisciatoio metallico, tra il riverbero di liquami schiumosi  dall’olezzo penetrante, mentre svuotava di gusto la vescica al fianco di un panzone in camicia celeste che continuava a ruttare al ritmo dell’inno dell’Aalborg Fodbold. Non poteva lasciarsela scappare, la dignità. Immerse senza alcun indugio le falangi in quel rigagnolo brodoso di piscio e catarro, la arpionò facendo uncino con l’indice e il medio  e la sistemò al sicuro nel taschino ad altezza del petto della sua lercia giacca di pelle. 
Battè più volte la mano sul taschino e sorrise. Gli era andata bene. Con tutta la gente che entrava lì a pisciare, qualcun altro avrebbe potuto trovarla, ma invece quel colpo di fortuna era toccato a lui. 
Uscì dal cesso trionfante facendo sbattere la porta a due ante  e fu subito accolto dalla musica assordante e dal profluvio di gambe, scollature e chiome dorate che si affastellava tra il bar e la zona ballo. Fino a qualche minuto fa non avrebbe resistito all’andirivieni di quei corpi sinuosi e sodi e si sarebbe lanciato in pista molleggiando sui suoi jeans strappati davanti alla prima biondona maggiorata. Ma adesso non c’era tempo per queste stronzate. Fiero del tesoro che custodiva nel suo taschino, non degnò le bionde di uno sguardo e si diresse a passo sicuro verso il bar. Adesso mi siederò e ordinerò una birra, pensò, o forse due, ma non di più. Poi inizierò a conversare con una donna seduta al mio fianco, chiedendole di lei, cosa fa nella vita, se viene spesso in questo locale. Niente occhiolini, niente palpatine, solo conversazione.  Dopodichè ci saluteremo e tornerò a casa a dormire. Un’autodisciplina da damerino inglese, insomma. 
Seduto su uno sgabello al bancone del bar c’era un donnone inzaccherato in un vestito stretto di un azzurro smunto. Aveva una vistosa capigliatura a boccoli a metà tra Shirley Temple e una donna da bordello ottocentesco,  due occhiolini azzurri infossati in un faccione da triplo mento, una bocca minuta e senza labbra che continuava ad elargire generosi sorrisi con dentini aguzzi come quelli di uno yorkshire agli avventori del locale. La sua postura curva sullo sgabello metteva in evidenza i rotoli di ciccia che le ricadevano sui fianchi come tanti salvagenti concentrici e la facevano  sembrare una specie di Jabba the Hutt.  
Kay Fiskebjerg si sedette al suo fianco e fu subito accolto da un sorriso entusiasta. La donna allungò la mano presentandosi come Pernille, mentre Kay ordinava una birra. Pernille estrasse un iPhone da una borsetta fucsia , mosse le dita tozze sul piccolo schermo e mostrò a Kai una sua foto, dove aveva i capelli lunghi e lisci e sorrideva nello stesso modo. 
Guarda, disse, fino a ieri ero così. La mia amica Christina mi ha consigliato di cambiare pettinatura, ha detto che i boccoli mi donano. 
E con le mani si sistemò la chioma con aria compiaciuta.
La tua amica ha ragione, stai benissimo con i boccoli, disse Kai, anche se non lo pensava affatto. La donna allargò il sorriso al massimo consentito dalla sua bocca minuscola e diede un buffetto al ginocchio di Kai.
Tusind tak!
Kay aveva un promemoria da conversazione sana e matura, una serie di discorsi  mutuati da alcuni film visti di recente al centro di recupero alcolisti. Doveva parlare di se stesso senza dare troppe informazioni, presentandosi come una persona affidabile, che ha affrontato di recente alcune difficoltà familiari dovute ad incomprensioni con l’amata consorte, e al momento disoccupato e alla ricerca di un impiego.  
Ma quella non era una delle solite serate in cui tentare pateticamente di mostrarsi serio e responsabile. Quella era la serata in cui finalmente aveva ritrovato la dignità. 
Sono un alcolizzato, le disse quindi, spaccio fumo e rubo auto, ho palpeggiato mia figlia adottiva dopo aver notato che l’età dello sviluppo era stata piuttosto generosa con le sue ghiandole mammarie. Ma tutto ciò fino a mezz’ora fa. Poco fa, in bagno, ho ritrovato la mia dignità. Adesso sono un uomo diverso. Bevo una birra, sì, e forse ne berrò anche un’altra, ma poi smetterò. Sono qui per parlare e conoscere gente, per pura curiosità e piacere di farlo, senza secondi fini.  Tornerò a casa e da domani inizierò davvero a cercare un lavoro. Il mio tesoro è qui, aggiunse indicando il taschino sul petto, e io non posso tradirlo. 
Eccitata dal fatto che un uomo si fosse seduto lì a parlarle, Pernille non pensava ad altro che a sistemarsi i boccoli, e non lo ascoltava neanche. La sua amica Christina aveva avuto una grande idea. Con quei boccoli era un'altra persona, e gli uomini le si sedevano affianco e le parlavano interessati. Non era male, quel Kai Fiskebjerg. Spalle un po’ strette, un po’ stempiato e dai denti lerci, ma non era male. Ed era interessato a lei! Avrebbero preso un altro drink, poi sarebbero andate a casa sua...  Persa nei suoi accomodanti pensieri, di tutto il discorso dell’uomo capì soltanto che aveva qualcosa di molto prezioso nel taschino della sua giacca.  Posò una mano sul suo ginocchio e sorrise. Kai ricambiò il sorriso.
Vado un attimo in bagno, disse Pernille aggrappandosi al bancone per trascinare la sua mole imponente al di là dello sgabello. Kai la seguì con lo sguardo mentre si faceva largo tra le decine di ragazze in minigonna che si dimenavano sulla pista da ballo.
Poi non seppe dire quale fosse la causa dominante. Forse i buffetti di Pernille sul ginocchio avevano silenziosamente risvegliato qualcosa nella sua prostata indolenzita dall’età e dall’overdose di Cialis che anticipava ogni sua visita al centro massaggi thailandese di Søndergade. O forse quella ragazza di neanche diciott'anni che si scansava per lasciar passare Pernille, infilata in un vestitino aderente con tessuto di satin dal motivo ad onde, era formosa come lo era la figlia adottiva a cui era condannato a restare ad almeno un chilometro di distanza per il resto della vita. Fatto sta che, quando vide che la ragazza con l'abito di satin si dirigeva anch’essa in bagno, con rapidità felina sgusciò districandosi tra le centinaia di persone e si infilò nel bagno delle donne come uno scolaretto birbante.
Dopodichè tutto durò pochi secondi, tanto da rendere difficile persino ricostruire la causalità degli eventi. Ricordava solo il viso terrorizzato da Cappuccetto Rosso davanti al lupo cattivo che aveva la ragazza quando le sue braccia le scivolarono addosso come i tentacoli di un polipo mentre lei si sistemava il lucidalabbra alla fragola davanti allo specchio.  Ricordava il suo urlo talmente acuto da far vibrare le finestre, la sua gomitata sul mento che lo fece cadere a terra, mentre la dignità, sì, la dignità, gli scivolava via dal taschino e rotolava sulle mattonelle del bagno. Ricordava il viso a metà tra il disgusto e la delusione di Pernille che si era appena sistemata la gonna dopo aver fatto pipì, ricordava Pernille inchinarsi a terra con fatica, raccogliere la sua dignità e uscire a passo rapido dal bagno delle donne.
No, Kai non poteva lasciarsi sfuggire la dignità così facilmente. Seguì Pernille al di fuori del locale, dove il freddo della notte gli invase i polmoni al punto da fargli girare la testa. Pernille avanzava per Jomfru Ane Gade con una rapidità inattesa, prendendo a spallate come un quaterback chiunque affollasse la via quella sera, dai bellimbusti in canotta con mandibola squadrata alle biondone statuarie o avvizzite, dagli studentelli stranieri arrapati agli omini eschimesi con cappello a visiera. 
La seguì attraverso Strandvejen fino ad arrivare al lungofiordo, dove Pernille, urlando un gigantesco Din svin!!, lanciò la dignità di Kai nelle acque rancide e oscure mosse dal vento onnipresente. Senza pensarci un istante, Kai si tolse la giacca e le scarpe e si tuffò nel fiordo. Il peso dei vestiti che aveva indosso sembrava trascinarlo nel fondo di quella melma gelida e bluastra. Ingoiò boccate di un liquido denso al sapore di sale e catrame, e per un istante pensò di morire incastrato sul fondo tra i relitti arruginiti delle biciclette come pasto per platesse e aringhe carnivore geneticamente modificate dagli scarichi industriali.  Ma finalmente la vide, la dignità, posata sulla superficie concava di quella che qualche decennio prima era stata l’elica di un motoscafo. La afferrò per la seconda volta in quella serata, e con rapidi movimenti degli avambracci emerse dall’acqua aspirando aria con violenza. Con bracciate dimesse e rilassate nuotò verso terra. Uscito dall’acqua, riprese la giacca di pelle e si lasciò cadere esausto. Tremando per il freddo e stringendosi nella giacca asciutta, cadde in un sonno oscuro e denso come le acque da cui si era appena tirato fuori.

Si svegliò alle prime luci dell’alba. Controllò il taschino della giacca. La dignità era ancora lì, nessuno aveva pensato di rubargliela mentre dormiva. Quanto gli era costata quella sera, la dignità! Aveva rischiato di perderla di nuovo a causa di una diciottenne formosa, ma alla fine era riuscita a recuperarla. Stirandosi le membra intorpidite si rimise in piedi, infilò le scarpe e si mosse verso Strandvejen. A quell’ora la città era immersa nell’atmosfera post-atomica della domenica mattina, con i pochi sopravvissuti della notte iperalcolica che camminavano barcollando come zombie. 
Vide Pernille seduta da sola a gambe larghe su una panchina all’incrocio tra Bispensgade e Jomfru Ane Gade. Aveva in mano una bottiglia di vodka da cui tirava giù sorsate improvvise e nervose. Kai le si avvicinò e si sedette al suo fianco,  lei provò a voltarsi di tre quarti per dargli le spalle. 
Perché lo hai fatto, le chiese Kai.
Pernille tirò giù l’ennesimo sorso di vodka. Pensavo che tu fossi attratto da me, lo pensavo e ci credevo, rispose. Perché avevo la mia pettinatura a boccoli e mi sentivo bella. E invece ci hai provato senza ritegno con la prima diciottenne che hai adocchiato. Allora ho capito che la mia pettinatura a boccoli non serve a nulla, non è vero che mi rende più bella, io sono come sono e nessuno cambierà idea su di me con qualsiasi capigliatura io abbia. Sai, penso che a volte abbiamo bisogno di credere di esser migliori di come siamo, e allora usiamo dei pretesti, crediamo che in fondo basti poco per essere diversi. Ma è solo un'illusione, in realtà non è facile cambiare, e alla fine siamo sempre gli stessi qualsiasi sforzo facciamo. Ma abbiamo bisogno di crederci, abbiamo bisogno di pretesti.
Kai infilò la mano nel taschino della giacca e tirò fuori quello che c’era dentro. Un misero anello di ferro, in parte placato d’oro in parte arruginito, un oggetto di bassa bigiotteria dal valore di cinque corone. Eccola lì, la sua agognata dignità... Una lacrima gli scivolò sul viso e se la asciugò con la manica della giacca.
Alcuni timidi raggi di sole filtrarono tra le nuvole plumbee della grigia giornata danese. L’anello semiarruginito che Kai continuava a rigirarsi tra le mani riflettè timido la luce del sole. Gli ricordò l'anello nuziale del suo primo matrimonio. Pensò alla sua prima moglie, al suo viso pulito e ai suoi occhi profondi come l'oceano, e fu colto per un istante da una nostalgia accecante. Si voltò poi verso Pernille che aveva appena posato la bottiglia a terra, si accorse dei riflessi biondi dei suoi boccoli e pensò che forse era vero quello che le aveva detto la sera prima, era più carina con quei boccoli che nella foto che lei le aveva mostrato. Allungò il braccio sulle sue spalle, lei si voltò sorpresa e sorrise.
Un attimo dopo le mise le mani sulle tette. 

martedì 27 agosto 2013

È tornata

È rientrata quatta quatta dalla porta di servizio, ha attraversato casa in punta di piedi e si è lasciata cadere sul divano. Ti sei voltato e –ahimè- l’hai vista. E pensare che per un attimo, poco tempo fa, hai pensato addirittura di esserti liberato di lei, che avesse fatto i bagagli e fosse fuggita via per sempre. Povero scemo. Lei era fuori dal portone ad aspettare il momento opportuno per scivolare di nuovo in casa, e adesso e già lì che si mette comoda, sistema un cuscino dietro la testa, stende le braccia sui braccioli, accavalla le gambe con ridicolo atteggiamento osè.  Ti osserva con i suoi occhi beffardi e aspetta forse che tu le dica bentornata. Che insolente! E pensare che una parte di te è quasi lì per farlo. E’ la parte di te più timorosa e fragile, quella che ama l’odore stantio delle lenzuola di notte e il suono mellifluo delle parole nei ricordi e il ritmo sterile dei vizi e delle abitudini mai sopite.
Le volti le spalle ma senti i suoi occhi addosso, ne vedi il riflesso sullo schermo lattiginoso del portatile su cui scorrono i soliti video visti mille volte, aspiri il suo odore tra l’aroma rancido delle suppellettili invecchiate e del legno impolverato,  ascolti il suo respiro mescolarsi con il ronzio del frigorifero e gli sbuffi della caldaia mentre cerchi di ricordare che suono fa il tuo cellulare.
È la tua coinquilina e non la puoi cacciare, nessuno l’ha invitata ma lei è lì. E lo sarà per sempre.
È sgraziata e arrogante, infida e vile, maleodorante e subdola, strega e disfattista.
È una brutta puttana.
Lei, la solitudine.


giovedì 18 luglio 2013

Questa è una storia stupida e banale

Questa è una storia stupida e banale, talmente insulsa che non vale neanche la pena di mettersi a raccontarla... infatti mi sa che non la racconterò, scusate il disturbo, arrivederci e grazie e buona serata...
...no, dai, ho cominciato e devo finire, anche se non mi va, questa storia è così sciatta che non vedo proprio perchè perdere tempo a scriverla, e tantomeno voi a leggerla, però ho iniziato, e non voglio fare come le due facce di cazzo dei protagonisti della storia stessa, che iniziano le cose e le lasciano a metà...
Dài, un compromesso, la racconterò, ma in poche righe, pochissime righe, che bastano e avanzano. Perché cercare a tutti i costi di rendere complessa e affascinante una vicenda che non lo è? Perché barcamenarsi tra metafore e anacoluti e sinestesie per abbellire una storia che tale cura non se la merita?
Dai, ecco la storia. Poche righe, non di più.
E’ la storia di due facce di cazzo di nome Silvano e Priscilla.
I due si conoscono all’ippodromo, lui le suggerisce un cavallo vincente, e grazie a quella soffiata lei vince trecentomila lire. Lui le lascia il numero  di telefono dichiarandosi disponibile per altri suggerimenti, dopo qualche giorno lei lo chiama invitandolo per un caffè a casa sua. Da quel giorno cominciano a vedersi, il pomeriggio, dopo lavoro. Dopo un paio di settimane lui la invita a cena, poi vanno a camminare sul lungomare, si baciano, vanno a casa di lui eccetera eccetera.
A Priscilla, Silvano piace tanto. Dice che è sensibile, carino, speciale, e vorrebbe trascorrere tutto il suo tempo con lui. Però dice anche che è tanto diverso da lei, ha una personalità quasi opposta, è estroverso e compagnone e logorroico mentre lei è un po’ chiusa, riservata e silenziosa. Una relazione con lui non potrebbe durare, insomma.
A Silvano, Priscilla piace tanto. Dice che è sensibile, carina, speciale, e vorrebbe trascorrere tutto il suo tempo con lei. Però dice anche che è tanto diversa da lui, ha una personalità quasi opposta, è chiusa, riservata e silenziosa mentre lui è estroverso, compagnone e logorroico. Una relazione con lei non potrebbe durare, insomma.
Anche gli amici di Priscilla e Silvano dicono che sì, forse quel/quella ragazzo/a non fa per lei/lui, sono troppo diversi, non durerebbe. Si stancherebbero presto, finirebbero per odiarsi, finirebbero per mettersi le corna a vicenda. E gli amici sanno tutto, hanno sempre ragione, sono super-saggi e vedono le cose che loro non riescono a vedere, dicono Priscilla e Silvano.
E così Priscilla e Silvano continuano a vedersi, passeggiano o vanno al cinema, a volte vanno a letto insieme, il pomeriggio, poi ognuno torna a casa propria. Non è male trascorrere il tempo insieme, i due si piacciono, ma non se lo dicono troppo, evitano i tramonti sul mare e le paroline sussurrate all'orecchio al chiaro di luna. Non vogliono che l'altro inizi a pensare ad una possibile relazione, perchè una relazione no, non potrebbe durare, questa parola è così boriosa e si trascina uno strascico di responsabilità e complicazioni che due persone come loro, così diverse, non sarebbero certo in grado di condividere.
Gli anni passano, Silvano mette su peso e perde i capelli, il viso di Priscilla si ricopre di rughe sempre più marcate e la sua chioma bruna diventa a poco a poco argentea. Però i due continuano a vedersi, anche se di meno, perchè sono stanchi, perchè non ce la fanno ad uscire spesso, preferiscono rimanere soli a casa.
Alla fine hanno ottant’anni, non stanno più tanto bene, sono malaticci, vivono da soli in appartamenti diversi, sono troppo stanchi per andare l’uno all’appartamento dell’altro e aiutarsi a vicenda. Smettono di vedersi e ognuno di loro si prende una badante.   
Ecco, fine della storia. Ve l’avevo detto, che faceva abbastanza schifo.  Pensavate ci fosse l’inganno, un leggendario colpo di coda finale? No, ero assolutamente onesto. Non c’è neanche un vero finale, nessun “...e vissero felici e contenti”. Semmai, (soprav)vissero e basta.
C’è chi si illude che una storia del genere possa caricarsi di pretestuosi sofismi, arcani significati e sociologia spiccia, ma credo piuttosto che il modo più onesto di raccontarla sia farlo così, in poche righe sciatte e disarticolate. L’enorme bagaglio di umori e sentori e tramonti e sorrisi e batticuori e lacrime che ogni rapporto tra esseri umani si porta appresso viene setacciato come farina appena uscita da una macina; ed ecco cosa rimane. Troppe persone vivono con un setaccio in mano, decidono di filtrare via tutto illudendosi di trattenere la crusca. La crusca sarà anche solida, ma è spesso grossolana, insapore e inutile. Come questa storia.

domenica 30 giugno 2013

Le pareti del tuo mondo

In una triste serata di fine maggio, una di quelle serate tanto temute che accartocciano i piani della vita come le pagine di un vecchio diario, Gennaro aveva preso i tramonti infuocati tra il valico delle colline e gli stormi di gabbiani che si librano sul cielo ardesia delle prime luci dell’alba, aveva preso il riflesso della luna piena sul mare calmo della notte, i granelli di luce pulsante dei cieli stellati, le farfalle sospese come fiori sui campi di grano agitati dal vento, li aveva presi tutti, li aveva rimossi con perizia dalla superficie liscia delle pareti del suo mondo tirandoli via come etichette adesive dai bordi ormai scollati. Dopodiché li aveva impilati l’uno sull’altro e infilati in una cartellina di cartone azzurro con una chiusura ad elastico.
Era dunque un mondo bigio e cinereo quello che gli era rimasto, in cui si ostinava a passeggiare mesto portandosi la cartella azzurra sotto il braccio. A volte, seduto su una panchina arrugginita a mirare il nulla, gli capitava di stringere la sua cartella forte sul petto, fiero di un tesoro che era solo suo e non lo avrebbe abbandonato. E sospirava aspettando il momento in cui sarebbe tornato a riattaccare sulle pareti del suo mondo le immagini che aveva con sé.
Ma poi arrivò l’inverno,  e durante una delle sue meste passeggiate fu colto da un temporale improvviso. Tornò a casa fradicio, e ahimè, la sua cartellina di cartone era anche zuppa e aveva ora la consistenza della carta velina. La aprì e vide che le sue preziose immagini erano ora imbrattate e confuse, con i colori dei tramonti e delle stelle che scivolavano via dalla superficie come tempere diluite.  Disperato, era lì per gettarle, ma si accorse di non esserne in grado. Le strinse forte al petto, scolorite e inutili.
Tornò la primavera e Gennaro riprese a passeggiare per il suo mondo grigio con la cartellina sgualcita sotto il braccio. Un giorno la panchina arrugginita su cui era solito sedersi non era vuota. C’era una ragazzina dalle ossa minute, i capelli raccolti e gli occhioni limpidi come rugiada.
Cosa stringi al petto, chiese la ragazzina a Gennaro quando lui si fu seduto.  
Niente, rispose lui timido.
E’ una cartella rovinata e scolorita, disse lei.
Gennaro alzò le spalle e se ne andò.
Il giorno dopo la ragazzina era ancora seduta lì. Gennaro fece per passare avanti, ma poi, senza spiegarsene il motivo, finì per sedere di nuovo al suo fianco.
Mi chiamo Martina, disse lei.
Io sono Gennaro, rispose lui.
Lei gli chiese di nuovo cosa fosse quella cartella.
Sono cose vecchie, niente di importante, disse Gennaro evitando di guardarla negli occhi.
Se non hanno alcun valore, perchè continui a stringerle al petto, chiese lei. Gennaro era lì per rispondere quando Martina con una mossa fulminea gli strappò via la cartella dalle braccia.
Ridammela, protestò Gennaro. Ma la ragazzina si era già alzata in piedi e aveva tirato via l’elastico. Una dopo l’altra aveva passato in rassegna quelle immagini imbrattate e confuse, con colori slavati e ormai spenti, e si era voltata verso Gennaro con un’espressione interrogativa sul viso. Dopodichè, con un gesto improvviso aveva lanciato quelle pagine per aria. Il vento aveva disperso rapidamente le vecchie immagini di Gennaro tra gli angoli remoti di quel mondo cinereo e livido.
Perché lo hai fatto, chiese Gennaro disperato, e corse via piangendo.
Quando il giorno dopo tornò a sedersi sulla panchina arrugginita, stavolta senza la cartella, Martina gli strinse forte la mano.
Perchè tenevi tanto a quella cartella, gli chiese.
Perchè c’erano le immagini del mio mondo lì dentro, rispose lui, adesso tu le hai gettate via e guarda cosa mi è rimasto. Non ci sono altro che pareti livide intorno a me, il cielo stesso è una parete, ed è così plumbeo e ferrigno che non lo distinguo più dal marciapiede. E’ un grigio che mi acceca, e non c’è nulla che io possa fare.
In quella cartella avevi solo vecchi fogli, disse Martina, non ha alcun senso illuderti di poter riattaccarli alle pareti. Hanno i bordi accartocciati e finirebbero per non fare presa, cadrebbero a terra.
E dalla borsetta di feltro che aveva al suo fianco estrasse un astuccio viola rotondo. Lo aprì, e ne tirò fuori un pastello di cera azzurro. Lo diede a Gennaro, e guidandogli la mano, gli fece disegnare una linea orizzontale sulla parete davanti.
Guarda, gli disse, adesso c’è una linea che separa il cielo dal marciapiede, adesso puoi distinguerli. E, sempre tenendo la mano di Gennaro nella sua, iniziò a colorare di azzurro la parete grigia davanti alla loro panchina. Quando ebbero riempito di un colore ancora abbozzato e vago una porzione sufficiente della parete, Martina estrasse un pastello bianco, e disegnò una virgola sulla superficie ormai azzurrognola.
Basta poco a disegnare un gabbiano, disse, è più facile di quel che credi.

Da quel giorno, Gennaro ha ricominciato a disegnare le pareti del suo mondo. Con colori nuovi, con tratti differenti. Martina gli tiene la mano mentre prova a tratteggiare i contorni sfocati del tramonto, le linee oblique delle spighe di grano, l’alone tremolante del fuoco e delle stelle. Man mano che Gennaro disegna e colora, a poco a poco la sua pelle si fa più ruvida, il suo sorriso più stanco, i suoi capelli più radi. Un giorno dovrà smettere e non gli resterà altro che rimirare il suo cielo stellato. Sa già che non sarà perfetto, che le stelle non saranno poi così luminose, che non sarà grande come avrebbe voluto. Ma sarà felice lo stesso. 
Perché pare che le stelle siano infinite, e quelle che non riusciamo a vedere possiamo solo limitarci a sognarle.   


domenica 16 giugno 2013

I fili

Tante volte abbiamo sentito dire che ci sono fili invisibili che uniscono le persone che si vogliono bene. Non si vedono, ma tutti sanno che ci sono.
C’è un certo Pasquale che ha il potere di vederli, quei fili. A sentire le sue descrizioni, ognuno di loro sembra fatto di nylon, ha sfumature bluastre, e vien fuori da un poro qualsiasi della pelle. Lo vede spuntare ad esempio dal sopracciglio sinistro di un uomo sulla trentina seduto al ristorante con la sua bella davanti, lo vede attraversare i pochi centimetri che lo separano dal labbro inferiore di lei, ora aperto ad un sorriso impacciato e commosso mentre osserva l’anello che lui, finalmente, le sta offrendo davanti al piatto di capesante gratinate.  Lo vede unire il neo sul collo della sua anziana vicina di casa con il mignolo artritico del consorte ottantenne seduto in poltrona con il plaid sulle gambe e il giornale davanti mentre lei si dà alle pulizie domestiche. Lo vede spuntare dal mento della cugina diciottenne affacciata alla finestra del terzo piano, e scender giù fino alla strada e finire sul gomito destro del suo riccioluto compagno di banco che strimpella la chitarra per lei.
A volte quei fili sono più solidi e resistenti dell’acciaio, a volte si sfibrano come seta usurata. E si rompono anche. Le distanze non contano, ci sono fili che rimangono tesi anche quando uniscono persone in diversi continenti scavalcando montagne oceani e foreste,  altri che si rompono con un semplice strattone anche tra persone che vivono sotto lo stesso tetto.
Molti dicono che quei fili nascono dal cuore, ma Pasquale sa bene che non è così, che sono solo sciocchezze da agenda Smemoranda. Quei fili nascono dallo stomaco, e ne tirano le pareti quando diventano tesi. Per questo si ha quel senso di vuoto dentro quando la persona a cui sei unito è lontana ma il filo continua a tirare.
Molti dicono anche che il mondo è pieno di solitudine e indifferenza. Eppure, ogni volta che Pasquale attraversa la città si trova a fronteggiare un groviglio inestricabile di fili che spuntano dalle finestre dei palazzoni ai lati della strada, dagli abitacoli delle auto in coda davanti al semaforo e persino dai passanti che si riversano sui marciapiedi con le buste bianche della spesa.  Un vero e proprio percorso ad ostacoli per Pasquale, che saltella, inciampa, scavalca, abbassa la testa per districarsi e non essere strangolato dai fili più tesi e robusti. A volte ne è infastidito ed è preso da manie distruttive, si appende ad uno di loro con tutto il suo peso ma finisce solo per farsi del male al palmo della mano, oppure prova a calpestarli, a strapparli con le mani.
Capita anche che ci riesca. Come quella volta con Camilla, una graziosa dirimpettaia il cui filo che la univa al panettiere sotto casa era per Pasquale motivo di autentico struggimento. Quel filo maledetto gli passava proprio davanti alla finestra, uscendo dall’appartamento al piano inferiore e perdendosi tra le ginestre del balconcino di Camilla. All’inizio aveva provato a tagliarlo con un paio di forbici,  ma non ci era riuscito. Una sera li aveva sentiti litigare dal piano di sopra. Non era riuscito a cogliere le parole, ma si era reso conto che Camilla rispondeva imbronciata al tono insolente delle domande di lui. Dopodichè aveva udito il portone di casa sbattere, e Camilla era tornata a casa sua risalendo le scale di corsa. Quella sera il filo che usciva da casa del panettiere e finiva nell’appartamento di Camilla sembrava più fragile e allentato che mai. Pasquale si era sporto dalla finestra e l’aveva afferrato con una presa secca. Immediatamente il filo si era spezzato. Pasquale l’aveva dunque tirato a sè e collegato con il filo che gli penzolava dalla coscia destra con un semplice nodo a fiocco. Finalmente c'era un filo che lo univa a Camilla!
Ma Pasquale aveva capito ben presto di non essere poi così bravo a maneggiare i fili degli altri. Si era aspettato che facendo un bel nodo stretto, le due estremità finissero per fondersi come i lembi di pelle di una ferita curata. Ma dopo un paio di uscite serali con Camilla si rese conto che non solo il nodo era ancora lì, ma sembrava essersi allentato. Alla fine, stanco, decise di dargli uno strattone. Gli rimase il mano il suo filo mentre quello di Camilla scivolò via rapido come il cordone di lattine vuote che certi sposi attaccano alla loro vettura il giorno del matrimonio.

Pasquale ha ancora il suo filo, quello che gli spunta dalla coscia destra e aveva provato senza successo ad annodare al filo di Camilla.  Ma tale filo è spezzato da anni, da una plumbea serata invernale di qualche anno prima, una serata da geloni e neve rancida in cui la sua lei gli aveva chiuso la porta in faccia lasciandolo al freddo. Da quel giorno il filo reciso lo segue mesto come lo strascico di un vestito da sera, quando si riversa sulle strada e si fa in quattro per districarsi nella ragnatela dei fili degli altri. A volte si siede su una panchina, prende il filo in mano e lo agita in aria come un lazo, sognando magari di accalappiare qualcuno come fanno i gauchos sudamericani con tori e cavalli. Ma sa bene che si tratta di un’illusione. Il filo che ha in mano è reciso da tempo.  A poco a poco si ritirerà all’interno dello stomaco e sparirà.
Si stende sulla panchina e guarda il cielo. Due nuvole grigio perla giocano ad oscurare i raggi del sole che gli piombano sul viso e lo costringono a chiudere gli occhi. Pasquale pensa al suo filo reciso morto e penzolante come un tulipano dallo stelo spezzato. Pensa che senza un filo che ci unisce a qualcuno, siamo tutti destinati a vagare senza meta come trottole impazzite. E alla fine sorride. Si chiede se spunterà sotto l’ascella o sulla punta del naso o tra le dita dei piedi. Il prossimo filo, intendo.   


venerdì 22 marzo 2013

Sparizioni laterali


Nessun sadismo, badate bene.
Non ci interessa indugiare sul dolore fisico del malcapitato, ma il puro e semplice effetto cartoonistico.
Immaginate una corda lunga un chilometro, sottile ma resistente con un piccolo cappio ad una delle due estremità. Il cappio viene fatto infilare da una mano scaltra intorno alla caviglia di una persona, a sua insaputa, mentre legge il giornale seduto su di una panchina con le gambe accavallate.
Il chilometro di corda è interamente arrotolato in un angolo vicino alla panchina. La seconda estremità viene invece fissata al gancio del paraurti posteriore di una vettura da corsa, una Bugatti Veyron Supersport ad esempio. Il proprietario della vettura, complice, forse la stessa persona che ha agganciato la caviglia della vittima, si mette finalmente al volante, aziona il poderoso motore W16 di 7.993 cc di cilindrata e si catapulta sul rettilineo con una sgommata roboante, tanto che l’uomo alla panchina, ignaro, solleva persino lo sguardo dal giornale, infastidito da tanta maleducazione. La macchina da corsa procede sparata, e naturalmente il chilometro di corda si srotola a vista d’occhio con diversi giri al secondo, quasi emulasse i giri stessi del motore dalle quattro bancate di cilindri multivalvole.  L’uomo alla panchina legge beatamente il suo quotidiano. E pensare che basterebbe dare un’occhiata in basso per accorgersi di quello strano cappio alla caviglia, e se lo scrollerebbe subito di dosso per l’incertezza.  E invece funesto arriva l’istante in cui la corda raccolta a terra fa l’ultimo giro, diviene improvvisamente ultra-tesa e si trascina via l’uomo alla panchina strappandolo con inaudita violenza dalla sua pace interiore. Il poveretto ha ancora il giornale in mano durante i primi cinquanta metri in cui rimbalza urlando sull'asfalto, che ad ogni urto gli ricompone i connotati della faccia come fossero i mattoncini della Lego.
Dunque, immaginate di osservare questa scena stando in piedi di fronte alla panchina, sul lato opposto della strada, per esempio. Potreste riprendere il tutto con lo smartphone, e poi caricare il video su youtube. Ma sareste dei sadici, quindi limitatevi ad osservare. Con gli occhi fissi sulla panchina, senza neanche muovere la testa. Vi assicuro che mai, nella vostra vita, avrete altra possibilità di vedere una persona in quiete sparire lateralmente dal vostro campo visivo con tanta rapidità. Altro che le stronzate dei prestigiatori, altro che vallette dal sorriso di plastica che scompaiono in scatoloni montati sotto il palco.
L’esperimento potrebbe anche essere condotto in un locale chiuso, appartamento o ufficio, con notevole rischio, ahimè, di più consistenti danni fisici sul malcapitato. Ad esempio, la corda potrebbe essere agganciata mentre la persona siede sul divano, e poi fatta passare attraverso la finestra aperta (siamo in estate) del suo appartamento al secondo/terzo/ quarto piano. Nell’istante di tensione della corda, la persona potrebbe cozzare violentemente contro tavolini e suppellettili, nonchè sul davanzale della finestra, prima di volare fuori per una cinquantina di metri con una sorta di traiettoria parabolica, schiantarsi sull’asfalto, e continuare ad essere trascinato a trecento all'ora fino ad esaurimento carburante.
Immaginate invece di farlo a lavoro, ad esempio in un largo ufficio open space. Siete ad un meeting e la vittima è un vostro collega poco simpatico che illustra il budget aziendale dell’anno corrente. Anche qui, la corda la cui estremità è agganciata alla sua caviglia viene fatta passare attraverso la finestra fino al paraurti della Bugatti che aspetta di partire lì fuori in basso. Ma c’è una differenza fondamentale. Essendo un ufficio, per norma di sicurezza la finestra non può essere lasciata completamente aperta, ma solo socchiusa, con lo spazio sufficiente per far passare la corda e basta. Il vostro poco amabile collega commenta dunque con tono saccente i numeri dell’anno in corso proiettati con i colori fasulli dei template aziendali sullo schermo al suo fianco, quando improvvisamente, e con gran fragore, sparisce lateralmente. Mentre vola via sbatacchiato tra scrivanie e linoleum rimane imbrigliato tra i cavi dell’alimentazione e della connessione Ethernet trascinandosi via monitor, docking stations, router e ficus d’arredamento. E in men di una frazione di secondo si schianta contro la finestra socchiusa. Assumendo un vetro antiproiettile, non c’è possibilità che  tale urto provochi più di una semplice scalfittura. Con l’ulteriore assunzione di una corda con carico di rottura pari al peso di una nave da crociera,  le possibilità sull'esito dell’esperimento sono le seguenti:
1) Il paraurti della vettura cede. In tal caso, la Bugatti scorrazzerà via leggera e beata al massimo della  velocità consentita dai suoi turbopropulsori.
2) Il paraurti non cede, e la trazione fa impennare improvvisamente la Bugatti, che per il contraccolpo viene trascinata all’indietro per diversi metri fino a cappottarsi.
In entrambi i casi, il vostro collega resterà piantato sulla finestra come l’uomo di Vitruvio con tutte le ossa rotte. Ma nel caso in cui la seconda opzione sia quella valida, questa persona avrà il merito di essere stato in grado di trascinare con il suo corpo una Bugatti Veyron Supersport per diversi metri. E’ forse la cosa più grande che abbia fatto in vita sua.

giovedì 21 marzo 2013

I had a dream


I had a dream about an airline offering full wireline internet connection on its aircrafts. Each aircraft is equipped with a router which is connected to the ground through a 10000 Km Ethernet cable (with embedded signal amplifiers every 100 m ca.) . Such cable is progressively unrolled from the plane during the flight, e.g. from Copenhagen to Chicago.
Kids are literally astonished by the biggest kites they will ever be able to see in their entire life.



domenica 18 novembre 2012

I sogni ovunque


Molti hanno un sogno nel cassetto.
Tu, invece, i sogni li hai ovunque. Li hai nella credenza e nel frigo, li hai nelle pentole posate sulle piastre dei fornelli, incastonati tra i volumi della libreria, sul comodino accanto all’abat-jour. Li hai nella scarpiera tra le superga blu elettrico e gli stivali di cuoio, li hai nell’armadio, appesi tra la giacca di tweed e l’impermeabile grigio, li hai nel lavabo tra le pile di piatti che ti ostini a non lavare.  
A volte te ne dimentichi, e quando apri l’armadio e scansi via le grucce alla ricerca del maglione di lana caprina, non ti accorgi che stai scansando uno di loro, e finisci per sbattergli le ante in  faccia.
Altre volte, invece, ti fermi a parlare con lui.
Non è facile dialogare con un sogno. E’ come  parlare con il mare, quando sei sulla riva e con la spuma delle onde ti solletica giocoso il dorso dei piedi, ma poi alzi lo sguardo e lo scopri silente e azzurro, freddo, seducente e lontano. Anche il sogno è vicino e lontano. Ti accarezza bonario con le sue dita sottili come fili di seta, ma se provi a guardarlo negli occhi finisci per perderti nei riflessi infiniti di un labirinto di specchi.
Sono spesso indisciplinati, i sogni. Vorresti rimanessero in frigo, in libreria, nelle pentole, per sollevare i coperchi e sbirciare di tanto in tanto come bambini curiosi. Ma invece saltano fuori e te li ritrovi per il corridoio, a intralciare i passi nervosi della tua giornata fatta di panni da lavare, corse al supermercato e bollette in scadenza. A quel punto cerchi di ignorarli, di non dar peso alla loro presenza, come si fa con i ragazzini viziati alla ricerca di attenzioni. Ma alla fine cedi. Ti lasci cadere sul divano, loro si avvicinano a te saltellando e si dispongono a semicerchio. Ti osservano pazienti. Ma tu non sei il loro cantastorie.

Cosa volete da me, ti vien da chiedergli. Loro sono forse stupiti da quella domanda, ondeggiano come campanelli al vento guardandosi, forse, l’uno con l’altro. Non ti sei accorto di nulla, dice uno di loro, da un po’ di tempo siamo sbiaditi. Ti massaggi le tempie con l’indice e il medio mentre rifletti sulle parole del sogno. E’ vero, ultimamente sono sbiaditi. Può qualcosa sbiadire per la noncuranza, per il poco tempo che ci hai dedicato, chiedi a te stesso. No, la noncuranza è amica della polvere, dello sporco, del degrado, ma non sbiadisce le cose, non le rende diafane e quasi trasparenti.
E allora perché, da un po’ di tempo, quando provi a guardare un sogno negli occhi finisci per guardarci attraverso? Forse la tua vista si è fatta più acuta? Li ami e li odi, ma non vuoi che svaniscano.  Perché quando guardi al di là dei sogni vedi solo il muro della parete davanti, bianco, anonimo, terrificante. Cosa sarebbe casa tua senza di loro? Solo uno spoglio sgabuzzino di oggetti polverosi. Potresti vagare di stanza in stanza sfiorando con la punta delle dita infissi e soprammobili, accendere la televisione e guardare omini calvi e ballerine,  potresti sedere alla scrivania e prendere appunti sulle spese e i conti da pagare. E scopriresti di essere solo, ti accorgeresti che non c’è nulla al di là dei contorni degli oggetti, dei supermercati e delle bollette, delle pareti bianche che ti tengono prigioniero.
Perché dunque avete perso il vostro colore, e adesso riesco a guardare attraverso di voi come se foste di vetro, ti vien dunque da chiedere. Il sogno che avevi davanti, quello più loquace ed estroverso, quello che di solito prende sempre la parola, stavolta tace. Sto parlando con voi, continui, fate finta di non sentire? E finalmente il sogno risponde. E’ strano, volevamo chiederti la stessa cosa, dice. La risposta ti infastidisce. Precipiti in un vortice di domande che non avranno mai risposte. Ti alzi e afferri il sogno per l’orecchio, lo trascini per tutto l’appartamento fino all’ingresso, lui non oppone resistenza. Apri la porta e lo sbatti fuori di casa. Torni al divano, gli altri sono ancora lì, non si sono mossi dal semicerchio. Non sembrano scossi. Forse qualsiasi cosa tu faccia non può far del male a loro. Al più, sei solo tu a soffrirne. Hai un sussulto e il sogno che hai appena cacciato è ora alle tue spalle, provi a sfidarlo con lo sguardo, se non fosse quasi trasparente potresti giurare che ha sorriso. Sei un idiota, dici a te stesso, davvero pensi sia possibile scacciare un sogno trascinandolo per le orecchie fuori di casa? Secondo te basta una stupida porta di legno per tenerlo lontano?
Sconfitto, torni a sedere sul sofà. Lasci cadere la testa all’indietro e sospiri. Siete sbiaditi ma ci siete, dici, e loro continuano ad osservarti, silenziosi, oscillando come fuochi fatui. Non ti abbandoneranno, dici a te stesso. Perderanno a poco a poco colore, ma rimarranno con te. Seducenti e inafferrabili. 

Sei stanco e vuoi andare a letto. Spegni la luce, e come quelle lampade fluorescenti il cui alone luminoso è solo visibile al buio, i sogni tornano ad avere un colore intenso. Iniziano a svolazzare per la tua camera da letto come canarini appena liberati dalla gabbia, birbanti come scolaretti quando la maestra è assente.   Ti infili nelle coperte e chiudi gli occhi, ma poco conta che tu li tenga chiusi o aperti, i sogni sono sempre davanti a te, come se adesso fossero le tue palpebre ad essere trasparenti. A poco a poco il loro svolazzare turbinoso ti confonde,  i colori e lo strascico di brillanti e rugiada che ogni sogno si porta appresso si accavallano come le carte di un abile prestigiatore.
E non sei più tu in quel letto scomodo dalle assi di legno curve e il materasso schiacciato.
Ora sei un astronauta che saltella leggero da un pianeta all’altro come fossero gigantesche palle di gomma fluttuanti nello spazio. Ora sei un attore che con il suo istrionismo  ipnotizza la folla attonita del più gremito teatro del mondo, sei un cantante la cui voce suadente ed eterna si inisuna placida tra le corde del cuore della gente, sei un calciatore, che segna in rovesciata il goal decisivo della finale dei mondiali mentre gli spalti si sciolgono in un boato trionfale.  Sei tutto questo e tanto altro, sei un esploratore che sovrasta superbo con la sua mongolfiera mari e foreste,  sei un re in un castello dalle pareti d’argento e le colonne d’alabastro, sei un pilota di Formula 1, sei un equilibrista e un domatore di leoni.
Sei a casa tua e sei ovunque, sei con tua nonna e con tuo nonno, sei con i tuoi amici d’infanzia che con i cappellini da festa sul capo ti invitano ad unirti ad un festoso girotondo, sei con Lei, di notte, sdraiato in riva al mare, sulla sabbia resa azzurra dal riflesso del plenilunio, e nei suoi occhi verdi c’è il desiderio di sentire le sue labbra al sapore di ciliegia e salsedine unirsi, lentamente, alle tue.

*****

Le prime luci dell’alba filtrano insolenti tra le veneziane in alluminio, e apri gli occhi. La stanza non è più buia. E i sogni non ci sono più.  Turbinando gioiosi tra le pareti della tua camera a poco a poco sono scesi vicino al letto, sono diventati piccini come lillipuziani, si sono arrampicati a fatica sulla tua coperta bianca e saltellando tra piumone e lenzuola sono saliti sul tuo viso e sono entrati nella tua narice sinistra. Hai inalato i tuoi sogni e loro ti sono esplosi dentro come mille fuochi d’artificio, solo per te. Ma ora lo spettacolo è finito. Ti metti a sedere sul letto e sospiri. La camera è vuota e un po’ fredda. Ti alzi e cammini nervoso per il tuo appartamento. Non ti è mai sembrato così spoglio. Ora che i sogni non ci sono, vedi solo un mucchio di oggetti polverosi intrappolati tra pareti che non ti sono mai sembrate così opprimenti. Ti lasci cadere sul divano, davanti a te la parete ti guarda, ma non ha nulla da dirti. Ti scende una lacrima sul viso.
Era dunque tutta illusione quella che, per una notte o per una vita, ti lasciava dimenticare che non hai nulla. Solo cianfrusaglie e una prigione,  che forse non sono solo le pareti di casa, che forse ti seguirà anche fuori.

Ma poi ti alzi e ti avvicini alla finestra, bruscamente tiri su le veneziane e guardi fuori attraverso il vetro reso opaco dalle tue impronte e dalle macchie di acqua piovana. Davanti, c’è il selciato del tuo cortile, deserto.  Il vento scuote insolente il morbido manto verde delle due querce al di là della strada. Il rumore sordo del portone che sbatte, ne esce una donna che infilata in un giubbotto rosso di cardigan cammina a passo rapido sui suoi tacchi alti coprendosi parte del viso con una sciarpa viola in lana merinos. E lo vedi, il sogno, attaccato alla coda della sciarpa che si agita al vento come una bandiera. Escono due bambini con cappellino di lana verde che si rincorrono saltellando tra strada e marciapiede. Nelle loro risatine stonate riconosci il tintinnare della voce del tuo sogno, di quello loquace, di quello che non riuscivi a zittire. Passa una ragazza dai lunghi capelli castani mossi, con le cuffie dell’ipod alle orecchie e un viso delicato e fragile dall’aria mogia. E i piccoli lillipuziani sono lì, saltellano dietro la ragazza cercando di aggrapparsi al laccio penzolante dei suoi stivali in pellame color mogano.
Attraverso quel vetro sporco vedi tutto questo e vedi te stesso, parzialmente riflesso, vedi la tua immagine quasi diafana sovrapporsi al mondo che hai davanti. Forse sei tu che rischi di svanire, di diventare trasparente e vacuo, se ti ostini a rimanere lì, tra quelle quattro pareti. E invece i sogni non sono svaniti. Sono solo fuggiti via. Non ha più senso cercarli nell’armadio, nel frigo, nelle pentole o sotto le coperte.
Sorridi. Ti infili una giacca ed esci di casa. In fondo, sei ancora in tempo a raggiungerli.