Pagine

Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post

mercoledì 2 dicembre 2015

La laurea a 28 anni

Grande irritazione hanno destato la settimana scorsa le parole del ministro Poletti. Prendere una laurea a 28 anni non serve a nulla, anche se con il massimo dei voti, ci dice lui.  Per l'ex viceministro Michel Martone, invece, chi a 28 anni la laurea non ce l'ha, è semplicemente uno sfigato.  Un'età davvero infelice quella dei 28, insomma, almeno in Italia, il paese dove i giovani sono troppo choosy, per citare un altro fenomeno della politica recente.
Ma insomma, come si permettono questi politici?, si chiedono tutti. E' facile per loro parlare così,  hanno sempre avuto la strada spianata e non certo per merito! Non dovrebbero proprio parlare loro! E poveri giovani!
Ebbene, sarò impopolare, ma credo che tali politici tutto sommato abbiamo ragione. Certo, può infastidire che a disquisire sull'età della laurea sia un individuo che la laurea neanche ce l'ha. Ma quel che dicono, estrapolato da facili strumentalismi, riflette una realtà scomoda ma abbastanza nitida per chi sa mettere da parte la lente deformante del vittimismo.
Chi si offende per le esternazioni di Poletti, Martone e Fornero, è in un certo senso figlio della stessa mentalità che tali problemi li ha generati. La mentalità della laurea a tutti i costi, inculcata alla maggiorparte dei giovincelli italiani non certo per amore di cultura, ma per ricerca di (stupido) prestigio sociale. E per il miraggio di un buon lavoro, anche se ormai nessuno ci crede piu'. Il messaggio che arriva ai diciottenni da scuola e famiglia, è che se non hai la laurea sei un perdente, un individuo di serie B. Bisogna iscriversi a tutti i costi all'università e diventare Dottori. Anche se non si è affatto portati. E così le facoltà di medicina sono piene di studenti terrorizzati dalla vista di una goccia di sangue, e le facoltà di ingegneria di ragazzi che non hanno mai avuto le idee chiare sulle equazioni di primo grado.
Laurearsi a 28 anni, quando si e' matricole a 19, vuol dire essere stati fuori corso per almeno tre o quattro. Diciamolo senza giri di parole: se si resta fuori corso tutto quel tempo, vuol dire che non si è tagliati per quella laurea. Per mancanza di interesse o di attitudini specifiche. O forse non si è portati per lo studio in generale. E qui qualcuno dirà: e gli studenti lavoratori? E' ovvio che restano fuori corso, devono lavorare per mantenersi e studiare, è durissima! D'accordo, tanto di cappello ai veri studenti lavoratori (io non ero uno di loro e li ammiro molto), ma in quanti casi quello di dover "studiare e lavorare" è soprattutto un alibi per giustificare una troppo lunga permanenza universitaria? Ho conosciuto dozzine di ragazzi fuori corso che si vantavano di "studiare e lavorare" , ma il loro lavoro era magari fare servizio in un agriturismo un sabato sera al mese.  Gli studenti americani lavorano e studiano sul serio, quotidianamente, e riescono a finire gli studi nel tempo previsto, altrimenti sono espulsi o diventa semplicemente troppo costoso proseguire.
Personalmente sarei anch'io per un aumento significativo delle tasse per gli studenti fuori corso, almeno per quelli senza una valida motivazione per il loro ritardo. Ciò funzionerebbe come un disincentivo a iscriversi a certe facoltà per cui non si è tagliati. Si avrebbero meno laureati (tanto la domanda non è certo esorbitante, ma questo è un altro discorso...) però  più giovani e bravi, e si eviterebbe che trentacinquenni neolaureati rubino il posto a più capaci colleghi venticinquenni, solo perchè hanno lo stesso "pezzo di carta" e migliori conoscenze. Si restituirebbe valore a titoli inflazionati. Ma soprattutto, crollerebbe il mito dell'università come parcheggio per i nullafacenti; il prezzo del parchimetro è troppo  alto, accomodarsi fuori, grazie.
Il lamento generalizzato per le condizioni infelici su cui versano tantissimi giovani e' in molti casi una scappatoia per chi non ha mai mosso un dito in vita sua e si adagia comodamente nella parte della vittima di un sistema iniquo. Ignorando che tale iniquita' deriva proprio da atteggiamenti cosi'. Di chi si iscrive all'universita' per il "pezzo di carta" e ci resta dieci anni o piu', magari lamentandosi dei professori che "ce l'hanno con lui", e raggiunto finalmente il traguardo e scoprendosi disoccupato, si lamenta del sistema che ha contruibuito ad ingolfare.
L'università non è per tutti, insomma, bisogna meritarsela. E sudarsela. Uno studente di 28 anni, è uno studente vecchio che nella vita avrebbe dovuto fare altro.
Ciò non vuol dire che chi non è tagliato per l'università sia uno stupido o un individuo di intelligenza inferiore. Basti pensare ai tanti personaggi brillanti del nostro tempo sprovvisti di laurea (non mi riferisco certo al ministro Poletti). Semplicemente, ha una forma mentis differente. Personalmente, poi, credo sia più ammirevole un ragazzo che a diciannove anni decide di aprire una sua attività e portarla avanti con energia ed entusiasmo, di un altro che passa le giornate davanti ai libri imparandone a memoria il contenuto e dimenticandosene due minuti dopo l'esame.
Ogni giovane dovrebbe liberarsi della zavorra di una mentalità sbagliata prima di fare le scelte sul suo futuro, con la consapevolezza che non può permettersi il lusso di essere pigro. Se così sarà, non sarà mai uno sfigato.

venerdì 13 novembre 2015

Una riflessione su Star Wars

Risultati immagini per star wars shit

Il fenomeno Star Wars è per me da sempre un enorme mistero.
Da bambino adoravo (e adoro tutt'ora) i classici coevi, la saga di Indiana Jones, Ritorno al futuro, o film come E.T. l'extraterrestre, I Goonies, Gremlins. Ma Star Wars (o Guerre Stellari, come si chiamava un tempo...) no, proprio no. In un passato più recente mi è capitato di rivedere i film della vecchia trilogia (quelli della nuova non li ho mai visti tutti, e per me sono anche peggio), e la mia opinione non è affatto cambiata. Anzi, almeno da bambino mi incuriosiva un po' il look di certi mostriciattoli, Jabba the Hutt in primis. Adesso non c'è proprio nulla che possa farmi evitare un sicuro sbadiglio.
La saga di Star Wars è piatta e banale.  Tutti i personaggi sono figurine bidimensionali tratteggiati senza la minima ironia, quell'ironia che invece è il punto di forza dei film sopra citati. Impossibile provare alcuna empatia per Luke Skywalker o la principessa Leia, e il cattivo Darth Vader non inquieta neanche un po'. Piuttosto, è involontariamente comico. Non c'è respiro nel racconto, e il pathos è assente. La regia di George Lucas (e degli "allievi" che hanno firmato la vecchia trilogia) è da telefilm ad alto costo, senza un'inquadratura seducente che sia una, e soprattutto con quelle orribili dissolvenze a tendina tra una location e l'altra. Il crescendo narrativo è farraginoso, pieno di dialoghi verbosi e inutili. Le disquisizioni junghiane sulla "forza" fanno pena. Le scene d'azione sono interminabili, strapiene di raggi laser, luci lucette ed esplosioni, puntano a stupire ma non hanno un briciolo di suspence. L'unica cosa che forse funziona in Star Wars, è l'alchimia tra l'azione nello spazio e la colonna sonora di John Williams.
Basta questo a giustificare il più grande culto cinematografico planetario della Storia? O forse ho visto una saga diversa da quella degli aficionados?
E' curioso il paragone con la pur diversissima saga di Indiana Jones, perchè anch'essa partorita dalla mente di George Lucas, che però - Deo gratias! - ne ha affidato la regia a Steven Spielberg. E perchè l'interprete Harrison Ford è anche un personaggio chiave di Star Wars, il mercenario Han Solo, anche lui ennesima figurina 2D di quello show raffazzonato e soporifero. Con Indiana Jones, Spielberg e Ford hanno invece creato un personaggio vero, affascinante, tratteggiato in maniera unica. Indiana Jones è allo stesso tempo un intellettuale e un uomo d'azione, uno sciupafemmine e un imbranato. Ha un intuito formidabile ma fa anche cazzate allucinanti, anche se poi riesce sempre a cavarsela. I film di Indiana Jones sono allo stesso tempo avventura, fantasy, azione e commedia con un equilibrio prodigioso. Ci si immedesima in lui, lo si invidia un po', si sognano le stesse avventure (e le stesse donne, alcune di loro almeno). Ogni sequenza d'azione nella saga di Indiana Jones è adrenalinica e al cardiopalma. E nulla è invecchiato dopo trent'anni.
Star Wars è nato vecchio, invece, perso nella sua galassia lontana lontana con la solita scontata lotta tra Bene e Male, i suoi inutili mostri, robottini e cavalieri jedi. Non capisco proprio come ci si faccia ad appassionare a queste fanfaronate spaziali, come si raggiunga un minimo di immedesimazione con le vicende.
E' da oltre un anno che la Disney (che ha acquisito la Lucas Film) centellina con sapienza informazioni e dettagli sul nuovo attesissimo episodio della saga, con aspettative d'incassi -quelle sì- davvero stellari. E a poco più di un mese dall'uscita siamo praticamente bombardati ogni giorno da nuovi trailer, spot e featurette varie.
Il 16 dicembre prossimo, i nerd di tutto il mondo avranno quindi il loro dirompente orgasmo prenatalizio. O forse sarà piuttosto un coito interrotto. Perchè quando le aspettative sono spasmodiche, il rischio delusione è altissimo. Per quanto mi riguarda, apprezzo J. J. Abrams, il regista che ha preso le redini di questo colossale progetto. E andrò anch'io a vedere Star Wars - The force awakens, ma con una prospettiva diametralmente opposta. Nessun mito di cui essere all'altezza. Piuttosto, la speranza di un buon film che faccia dimenticare le ciofeche del passato.

martedì 3 novembre 2015

Ritorno al futuro, oggi


Impossibile, almeno per chi è nato negli anni '80, non adorare la saga di Ritorno al futuro. Il fascino innato dei paradossi temporali, l'alchimia della strana coppia Marty Mc Fly e "Doc" Emmeth Brown, la mitica DeLorean, la colonna sonora di Alan Silvestri, le continue sorprese, i tormentoni cult, e soprattutto quell'atmosfera inimitabile, allo stesso tempo smaliziata e naif, tipica del cinema di Zemeckis. 
Qualche giorno fa -il 21 ottobre per l'esattezza- si è celebrato in tutto il mondo il Back to the future day; è finalmente arrivato  il giorno in cui Marty e Doc arrivano nel futuro nel secondo episodio della saga. E si è discusso molto nei media e nei social network sulle somiglianze tra il futuro ipotizzato da Zemeckis trent'anni fa, e quello reale. Alcune ipotesi azzeccate (il cinema 3D), altre quasi  (le scarpe con chiusura automatica, l'hoverboard, skate volante), altre ancora assolutamente fuori target (le auto volanti, che forse non ci saranno neanche nel 2045).
Ci sembra interessante, piuttosto, soffermarci su come sia cambiato il cinema mainstream americano dal 1985 a oggi. Quello di Ritorno al futuro era un cinema dove la storia e l'intreccio stupivano assai più degli effetti visivi. Era un cinema dal ritmo perfetto, fatto di sceneggiature che rasentano la perfezione assoluta, senza una scena inutile. Era un cinema capace di creare personaggi indimenticabili: Micheal J. Fox è rimasto nel cuore di tanti ex bambini e adolescenti perchè era in grado di rappresentare con ironia le debolezze e la spavalderia di ogni sedicenne, mentre Christopher Lloyd  è l'eccentrico pazzoide che tutti avremmo voluto come amico.
Cosa sarebbe stata, la saga di Ritorno al futuro, se non fosse esistita trent'anni fa ma fosse girata oggi? Pensiamoci un po'.
Ogni episodio durerebbe almeno tre ore. Sarebbe appesantito da una caterva di spiegazioni pseudo-scientifiche sul fenomeno del viaggio nel tempo (anche se comunque a stringere non sarebbero state meno cazzata della macchina alimentata a plutonio e flusso canalizzatore...). Marty Mc Fly sarebbe un insopportabile teen star à la Zac Efron con acconciatura perfetta e zero-ironia, Doc un professore saccente e  borioso. Tutto sarebbe inutilmente enorme e stracarico di azione ed effetti visivi, ci sarebbero gigantesche esplosioni, inseguimenti forsennati e interminabili nello spazio-tempo, una serie spossante di finali a catena. Tutto secondo la logica dell'accumulo piuttosto che della schiettezza del racconto. Sicuramente in 3D, a saziare il pubblico playstationizzato che forse ha dimenticato cosa sia un film vero.
Eppure, il fulmine sul campanile di Hill Valley e la striscia di fuoco lasciata sull'asfalto dalla DeLorean sorprendono e restano nella memoria assai più di qualsiasi scontro catastrofico tra supereroi di un odierno blockbuster.
Ed è per questo che a distanza di trent'anni celebriamo ancora Ritorno al futuro. Mentre Avatar, Twilight, Iron Man e compagnia bella ce li siamo già dimenticati.


giovedì 8 ottobre 2015

Riflessione generale sul Movimento Cinque Stelle

La politica per slogan e il gioco al ribasso. Ecco le armi di distrazione di massa del Movimento Cinque stelle. Noi ci tagliamo gli stipendi e finanziamo la piccola e media impresa, i politici di professione pensano solo alla poltrona, la politica regala miliardi alle banche e poi dicono che non ci sono i soldi per il reddito di cittadinanza, eccetera eccetera.
Li criticano per il comportamento poco ortodosso in parlamento, per le fandonie del loro leader, per la logica autoritaria delle espulsioni? Però il PD fa e dice peggio, dicono loro.
Fanno tutti schifo, non possiamo fare peggio, insomma.
Tutto ciò funziona e accresce i consensi, nell'epoca dell'imbecillimento di massa, e Casaleggio e Grillo lo sanno bene.
Altro che "movimento dal basso", non siamo in Spagna, il Movimento Cinque Stelle è lontano anni luce da Podemos. Il Movimento Cinque Stelle nasce dal preciso disegno imprenditoriale di un manager milionario che sa come sfruttare il malcontento generale e le favole moderne.
La favola della rete, in particolare, che illude ogni imbecille di poter aver voce ed essere ascoltato, di incidere nella realtà di oggi. Peccato che la sua voce cristallina e preziosa finisca poi nel gorgo annichilente dei server privati della Casaleggio Associati, probabilmente il luogo più misterioso dell'intero universo insieme alla galassia ellittica del Centauro. E che sia la Casaleggio Associati a decidere quali voci vadano amplificate e quali relegate all'oblio più profondo.
Il Movimento Cinque Stelle è piuttosto l'ultima frontiera dei reality show. Dove non si vince una carriera nella tv o nel cinema, ma potenzialmente il governo di un paese. Una banda di perfetti sconosciuti senza merito alcuno opportunamente selezionati per entrare nei salotti della politica; il pubblico segue le loro gesta, si appassiona al più bello o al più grezzo e lo vota come premier (anche se poi  in realtà alla fine decide tutto il gran capoccia Gianroberto).
La favola, ancora, che persone comuni possano dal nulla aspirare ai vertici della politica nazionale. Nessuno che si chieda, però, se tali persone comuni abbiano anche qualche neurone in testa. Ma conta davvero, poi, avere talento ed esperienza?  No di certo, vale la convinzione candida che basti essere onesto per amministrare un paese complesso come l'Italia. D'altronde, si sa che il Candido di Voltaire avrebbe governato la Francia meglio di Luigi XIV. E che Forrest Gump avrebbe fatto le scarpe a Nixon, Clinton, e Obama messi insieme.
Basta saper recitare slogan, cercare l'applauso facile. Come fa Luigi Di Maio, un fenomeno del reality M5S, nonchè quasi sicuramente prossimo candidato premier. D'accordo, Di Maio è giovane, telegenico, bravo nel contraddittorio televisivo e nel ripetere efficacemente la lezioncina di Grillo e Casaleggio. Ma cosa ha fatto quest'uomo nella vita? Ben poco, a dire vero, basta dare un'occhiata a Wikipedia. Dopo il diploma si è iscritto a ingegneria, poi ha mollato e si è iscritto a giurisprudenza, dove attualmente è studente fuori corso da diversi anni. Qualche lavoro saltuario come webmaster. Fine. E questa persona avrebbe l'esperienza necessaria per governare uno dei paesi più importanti del mondo?
Analogo discorso si potrebbe fare per Alessandro Di Battista (che se la fa sotto all'idea di candidarsi sindaco a Roma), Roberta Lombardo, Paola Taverna, Carlo Sibilia e tanti altri. Personaggi venuti dal nulla e senza alcun talento se non una certa efficacia da televendita.
Forse ci vorranno anni per capire se questa specie di minchioneria 2.0 sia una sorta di temporaneo rigurgito isterico al ventennio berlusconiano, o se sia un fenomeno più complesso e radicale, legato all'impoverimento culturale, alla finta democratizzazione dei nuovi media, al disorientamento da sovrainformazione. Forse è tempo di spegnere l'iPad. E rileggere Orwell.

lunedì 13 ottobre 2014

Abolite il divorzio in Danimarca

Sul serio, fatelo. Assolutamente proibito, ad esclusione di casi eccezionali come marito serial killer o cannibale. Hai sposato uno/a stronzo/a? Cazzi tuoi, povera/o scema/o. Dovevi pensarci prima, o prendere più tempo. Adesso è tardi e ti tieni lo/a stronzo/a. E' ora di finirla con questo scempio di bambini scarrozzati tra una mamma e un papà che neanche si conoscono, con lei che non si era accorta che l'uomo conosciuto due giorni prima e che l'ha ingravidata spensieratamente era un demente alcolizzato e nullafacente, e con lui che esplode con un For helvede! quando scopre dell'imminente paternità, ma affoga in una serata alla street la sua blanda confusione esistenziale. Basta con i chissenefrega dei bambini, li scarrozzi nel tempo libero e poi li piazzi nei kindergarten dove insegnanti arpie smaniano di inculcalrgli la Janteloven. Basta con i nuovi fidanzati delle madri, con i nuovi far og mor , i figli dei nuovi fidanzati, la pedagogia dell'integrazione e le forzature delle famiglie allargate. Basta con i nonni neanche cinquantenni, menefreghisti e in piena sindrome signorina Silvani, ovviamente divorziati e risposati e ri-divorziati, che partono per la Grecia o la Spagna o i Caraibi e non vogliono nipotini moccolosi tra le palle.
La trentenne media danese è divorziata e dimostra quarantacinque anni, ha due tre quattro bambini a carico (il maggiore ormai alle soglie dell'adolescenza), è sola e delusa dalla vita. Le poche trentenni senza figli, vivono con un enorme cane dentro casa, un labrador o un alano. La trentenne media danese è tozza e sgraziata, malgrado i residui di lineamenti delicati del bel tempo che fu, e si esprime con gorgheggi gutturali (ah no, parla solo la sua lingua...). Sta cercando se stessa, trascorre la giornata postando una caterva di troiate esistenziali su facebook, va in palestra e corre e pedala sotto la pioggia e il vento e la neve. Quando non ci sono i bambini a casa, passa le serate spaparanzata sul sofa Ikea del suo appartamento dal pavimento in legno e il cesso di un metro quadrato, e sgranocchia le Pringles mentre le scende una lacrimuccia davanti ad un film con Julia Roberts. Si crede unica e interessante, ma ha un immaginario (e un senso dell'umorismo) plasmato sul peggio della merda americana odierna, dai serial come How I met your mother e Friends ai programmi di diete 21 day fit e i romanzetti di Cento sfumature di grigio/nero/rosso. Crede di avere personalità, ma copia gli altri e neanche se ne accorge. Ha i soliti orari di lavoro comodi, non fa una mazza ma si dice stressata, fa la spesa al Netto e acquista borse e vestiti al Salling il sabato mattina. Organizza patetiche serate tøsehygge a casa sua,  quelle seratine tutte appletini e caramelle Haribo e jellyshots e Smirnoff con amiche sciantose infagottate in orrendi abiti interi giallo limone o nero morte e calze rosa shocking, che emulano trasgressioni da dodicenni e poi tornano a casa e si sentono sole e piangono.
Per piacere, non divorziate, se questa è l'alternativa. Abolite il divorzio. Così ci pensate un po' prima di sposarvi. Ma se ci capitate, meglio un pessimo consorte che un tale strazio. Fatevi l'amante, se necessario, costruite una sana ipocrisia familiare. Ma pensate ai vostri figli, stategli vicino, non incasinategli la vita. Non pensate ai cavoli vostri, al tempo per voi. Non cercate voi stessi, non c'è un cazzo da trovare.  Davvero, in sincerità, non siete interessanti at all, avete la banalità tatuata nell'anima, fatevene una ragione. Prendetevi cura di vostro figlio, non ritenete che sia compito dello Stato, risparmiategli quel lavaggio del cervello. Evitate che diventi il solito cerebroleso che va in bicicletta durante una tempesta di neve, o che pensa di vivere nel paese più felice del mondo. Siate il suo maestro, ma non mentite, siate voi stessi, nel bene o nel male. Forse vi amerà, forse vi odierà. Forse crescerà bene, forse male. Forse un giorno manderà a puttane il sistema. Ma sarà vivo.


giovedì 5 giugno 2014

I mondiali un'altra volta


Tra una settimana comincia il mondiale brasiliano. Di già? Sembrano trascorsi pochi mesi dal trascinante Waka-Waka di Shakira e le lamentele per gli assordanti vuvuzela sudafricani, ed invece sono anni. Quattro anni, per la precisione. Con famigerata puntalità torna quindi l’evento sportivo più atteso e seguito al mondo. E con esso il frastornante tran tran mediatico, lo straripante côté pubblicitario, le infinite e spesso sterili polemiche che vanno dalle presunte convocazioni errate agli arbitraggi scandalosi passando per le tette rifatte della soubrette compagna del bomber del momento. Ma soprattutto, si tirano fuori le bandiere impolverate e torna la palpabilissima atmosfera di schiamazzi e cori goliardici, narcisismo nazional-popolare, birrozze e inni cantati a squarciagola con enfasi baritonale, maxischermi e sfilate di giubilo. 
Poco conta se si è appassionati di calcio o meno. I mondiali entusiasmano e spaventano anche un po’. Perchè ben più di compleanni o anniversari di altro genere, i mondiali scandiscono in maniera inesorabile le tappe della nostra esistenza. 
C’è il mondiale della nostra infanzia, quello vissuto con i genitori e gli zii, in cui si rimane ipnotizzati dalle prodezze di quegli omoni scattanti che pero' non sono acrobatici come i personaggi di Holly e Benji. C’è il mondiale della prima adolescenza, con il tifo che si fa piu’ intenso e con esso il sogno della vittoria, e la fantasia a briglia sciolta che ti catapulta direttamente sul campo, al centro dei riflettori, segnando dopo aver dribblato gli avversari come Baggio nel ’90 e con la curva che si scioglie in boati di gioia solo per te. 
C’è il mondiale dei sedicianni, in cui gli umori e le canzoni del periodo contano piu’ delle azioni di Vieri, e, chissà perchè, porta con sé il sentore delle serate in riva al mare, il ricordo struggente degli sguardi liquidi e dei sorrisi e dei baci sofferti sognati o negati.
C’è il mondiale dei vent’anni, il mondiale della goliardia, quello in cui finalmente si puo’ festeggiare in macchina con gli amici strombazzando il clacson a gogò. 
C’è il mondiale dei venticinque, quello della laurea o quasi, quello che distrae dalle fastidiose domande esistenziali su cosa fare da grande mentre si fa il conteggio di quanti calciatori siano piu’ giovani o piu’ vecchi di te.   
C’è il mondiale dei trent’anni, quello in cui l’entusiasmo permane ma ad ogni vittoria si festeggia un po’ di meno, perchè c’è chi ha ancora la testa di venti ma chi deve tornare a casa presto per badare al pupo. 
E tutti gli altri mondiali a venire. Che sembrano avere date fantascientifiche eppure arrivano cosi’ presto.
Indissolubilmente legati all’estate, i mondiali sono anche sole, mare, risate, zanzare, barbecue, vino bianco e flirts al chiaro di luna. I mondiali sono un potente catalizzatore degli umori che la stagione estiva, da sempre emblema della crescita e del passaggio a volte turbolento da una fase della vita all’altra, si porta appresso. E come tante estati della nostra vita, il piu’ delle volte lasciano ferite; fosse pur solo per motivi statistici, quasi sempre i mondiali si perdono. Un maldestro errore della difesa, un rigore sbagliato e si è fuori dalla competizione. L’entusiasmo si sgonfia come una mongolfiera colpita da un proiettile vagante. Si continua a seguire le altre partite, ma non è piu’ la stessa cosa. 
I mondiali sono occasione di bilanci. Dov’ero il mondiale scorso? Con chi ero, cosa facevo? Cos’è cambiato? Domande la cui risposta, volenti o nolenti, ha spesso un retrogusto amaro. Quello del tempo che passa, che a volte sfugge dalle dita come sabbia fina e si ha l’impressione che non ci abbia poi lasciato granchè. Così come differenti scelte tattiche o una difesa leggermente più attenta o addirittura un tiro in porta mancato per pochi centimetri avrebbe portato ad un esito della competizione completamente diverso, la delusione per il mondiale perso riecheggia il rimpianto per cio’ che eravamo o il rimorso per cio’ che avremmo potuto essere (o avremmo potuto fare) ma poi non siamo stati (o non abbiamo fatto).
Ma finchè dura, l’euforia cancella le domande più annose. Tra una settimana saremo tutti li’ a tifare e a cantare cori a squarciagola. Lottando insieme agli eroi di Prandelli affinché il momento dei rimpianti non arrivi troppo presto.  

giovedì 10 aprile 2014

First Kiss

Dieci coppie di sconosciuti contattate per baciarsi. Un po' di naturale imbarazzo, qualche battuta e risatina nervosa, e alla fine il bacio.
Il breve video di Tatia Pllevia è, a nostro avviso, uno straordinario saggio sulla solitudine della società di oggi. Sulla ricerca di emozioni semplici e forti per evadere dalla monotonia di un'esistenza omologata e neutra come lo sfondo su cui sono ripresi i soggetti.
Vero, toccante e sottilmente provocatorio. Perché ci ricorda con semplicità cosa voglia dire essere umani. E non è poco.


sabato 8 marzo 2014

La grande bellezza, l'Oscar e il circo mediatico

 
Insomma alla fine Paolo Sorrentino ce l'ha fatta.
A nove mesi dalla delusione Cannes, dove La grande bellezza fu completamente ignorato dalla giuria presieduta da Steven Spielberg, il regista napoletano si è preso la sua bella rivincita sul palcoscenico più celebre, quello che scrive il tuo nome nella storia, che lascia un titolo indelebile per il resto della carriera.
Da domenica scorsa Paolo Sorrentino è  il Premio Oscar Paolo Sorrentino. Altro che Commendatore, Cavaliere, Onorevole o Avvocato. E Premio Oscar lo sarà sempre, dovesse girare d'ora in poi solo ciofeche.
Non è il suo film migliore, La grande bellezza. Almeno Il divo e il sottovalutatissimo L'amico di famiglia gli sono superiori. E' un film fiero e fin troppo sicuro del suo fascino, che a tratti dice troppo e a tratti troppo poco, che non graffia come vorrebbe, che gira un po' a vuoto come il protagonista Jep Gambardella nella città eterna, "bella e indifferente come una diva morta", tra qualche citazione letteraria e fenicottero digitale di troppo. Ma è anche un'opera che seduce, che commuove e fa riflettere, che a tratti brucia d'incanto (basti pensare all'incontro inatteso con Fanny Ardant, o all'episodio della bambina artista, o allo sguardo vitreo della Ferilli viva e morta). E' un film massimalista e intimo allo stesso tempo, un connubio che  in Italia non si vedeva da tantissimi anni.
Come ha reagito l'Italia alla notizia dell'Oscar? Naturalmente da domenica sera sono tutti grandi amici di Paolo Sorrentino. Persone che neanche l'avevano sentito nominare o al più lo confondevano con il coetaneo collega Matteo Garrone, si dichiarano adesso orgogliosi e ne parlano come di un affezionato vicino di casa che hanno visto crescere. E  La grande bellezza è un capolavoro per tutti, anche per quelli che non l'hanno visto, o per quelli che l'hanno visto e non ci hanno capito una mazza. Il grande circo mediatico italiano, che va dalle tv e i principali giornali ai social network, fa gara a chi la spara più grossa (o semplicemente, più banale). Ridicole strumentalizzazioni politiche (un plauso va al solito inossidabile Sallusti, che ha affermato "Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati") , patriottismo spiccio, orgoglio nazionale rinato, sermoni sul grande valore dell'Italia e degli italiani, sulla loro capacità di riscatto, sulla bellezza dell'Italia rappresentata nel film. E naturalmente i bastian contrari, quelli che dicono no, non avete capito niente, è un film critico sull'Italia, un film che mostra la decadenza del nostro Paese, con quelle personcine così vuote che pensano solo ai trenini e quegli intellettuali di sinistra così snob e quei preti che pensano a cucinare invece che a pregare.  Quando basta scendere un pelo sotto la superficie per capire che l'ambizione del film di Sorrentino va ben oltre le nostre misere scaramucce italiote, che La grande bellezza non è un film sull'Italia ma sulla società occidentale, sulla solitudine e sul disorientamento, sul rimpianto e la ricerca di un senso nelle cose.
E a vincere l'Oscar non è stata l'Italia, ma un grande talento italiano. E' diverso.
Ma da Nord a Sud hanno tutti acclamato il film di Sorrentino, almeno fino alla sua messa in onda su Canale 5 di martedì sera, quando lo share è crollato del cinquanta per cento dalla prima alla seconda parte, con il pubblico mariadefilippizzato che si aspettava forse una sorta di kolossal  di cartapesta à la Tornatore e si è trovato davanti un'opera cupa e meditabonda e certo non di immediata fruizione.
Nella banda di cialtroni che non riesce proprio a tener la bocca chiusa, tra il distributore Rossella che si prende parte del merito della vittoria e la Ferilli che frigna perchè non l'hanno invitata alla premiazione,  tra Renzi che ne approfitta per la solita passerella politica e Alemanno che si accorge fuori tempo di come sia importante investire nella bellezza di Roma, il più silenzioso, umile e autentico è stato proprio lui, Paolo Sorrentino.
Un quarantenne con faccione anonimo da impiegato comunale, che si ritrova  al Dolby Theatre di Los Angeles goffamente ingessato in uno smoking al fianco di centinaia di star hollywoodiane dal look studiatissimo, che viene chiamato sul palco e ringrazia impacciato con un inglese da ragazzino di prima media ripetendo una lista che sembra studiata a memoria. E che non si porge a orgoglioso rappresentante del suo Paese ma menziona i suoi idoli dell'adolescenza e gli affetti più cari, moglie, familia e genitori. Per poi sparire dai riflettori.
Talento e umiltà. Sono questi gli italiani che ci piacciono e che vorremmo vedere più spesso. Sono loro la grande bellezza.



sabato 15 febbraio 2014

Il girotondo di 8½

Forse nessun altro film come 8½ di Federico Fellini è riuscito ad scavare tanto a fondo nella confusione dell'essere umano, perso nel suo andirivieni di pensieri tra sogno e memoria,  il bisogno di affetto e i vezzi megalomani,  i  tormentoni freudiani, il desiderio di fuga e il terrore della solitudine.
Come Marcello Mastroianni, ognuno di noi è il regista di un film di cui non conosce il copione. Timoroso delle aspettative del pubblico, insicuro nelle proprie ambizioni, capriccioso, spavaldo solo in apparenza,  in continua balia degli sbalzi d'umore. 
Eppure "la vita è bella, viviamola insieme", dice Marcello. La vita è un improvvisato girotondo sullo sfondo di una costruzione  che forse non sarà mai completa, che forse cadrà a pezzi. E come ogni girotondo, è destinata a non portarci da nessuna parte, ad estinguersi come le note del flauto del ragazzino con berretto da marinaio che, all'affievolirsi delle luci dei riflettori, esce pudicamente dalla scena.
Ma nel girotondo ci prendiamo per mano, scherziamo sull'improbabile bombetta dei clown, ridiamo e saltelliamo, trascinati dalla musica di Nino Rota che si imprime nel cuore e nella memoria.  Finché dura, si può essere felici.


martedì 27 agosto 2013

È tornata

È rientrata quatta quatta dalla porta di servizio, ha attraversato casa in punta di piedi e si è lasciata cadere sul divano. Ti sei voltato e –ahimè- l’hai vista. E pensare che per un attimo, poco tempo fa, hai pensato addirittura di esserti liberato di lei, che avesse fatto i bagagli e fosse fuggita via per sempre. Povero scemo. Lei era fuori dal portone ad aspettare il momento opportuno per scivolare di nuovo in casa, e adesso e già lì che si mette comoda, sistema un cuscino dietro la testa, stende le braccia sui braccioli, accavalla le gambe con ridicolo atteggiamento osè.  Ti osserva con i suoi occhi beffardi e aspetta forse che tu le dica bentornata. Che insolente! E pensare che una parte di te è quasi lì per farlo. E’ la parte di te più timorosa e fragile, quella che ama l’odore stantio delle lenzuola di notte e il suono mellifluo delle parole nei ricordi e il ritmo sterile dei vizi e delle abitudini mai sopite.
Le volti le spalle ma senti i suoi occhi addosso, ne vedi il riflesso sullo schermo lattiginoso del portatile su cui scorrono i soliti video visti mille volte, aspiri il suo odore tra l’aroma rancido delle suppellettili invecchiate e del legno impolverato,  ascolti il suo respiro mescolarsi con il ronzio del frigorifero e gli sbuffi della caldaia mentre cerchi di ricordare che suono fa il tuo cellulare.
È la tua coinquilina e non la puoi cacciare, nessuno l’ha invitata ma lei è lì. E lo sarà per sempre.
È sgraziata e arrogante, infida e vile, maleodorante e subdola, strega e disfattista.
È una brutta puttana.
Lei, la solitudine.


domenica 21 aprile 2013

Le feste danesi



I danesi amano le feste, che non sono un semplice svago ma una componente fondamentale dell’idillio sociale del loro Paese, un autentico sigillo di benessere. Le adorano al punto che le organizzano con mesi di anticipo, pianificandole nei minimi dettagli con la stessa serietà con cui affronterebbero l’incontro con un Capo di Stato o con il CTO dell’azienda di cui sono dipendenti.  Non ci riferiamo a festicciole del sabato sera, ma ad eventi di scala più grande che coinvolgono decine di persone, ad esempio Sommer fest o Julefrokost.
Tali eventi non si esauriscono in una cena o in un buffet di poche ore, ma hanno un programma molto elaborato. Di solito si comincia con un’attività pomeridiana, il bowling o il tiro con l’arco o l’arrampicata sportiva o la gita in canoa o la corsa sui go-kart o il tiro alla fune o lo sci nautico nel fiordo o chi più ne ha più ne metta. I vari centri sportivi disseminati ad ogni angolo delle varie città sono ben organizzati per accogliere gruppi di dimensione eterogenea e garantire loro un’offerta con assicurato livello di divertimento e soddisfazione. Si privilegiano gare in cui i visitatori vengono divisi in diverse squadre che si scontrano le une con le altre. Di solito, a metà dell’evento c’è una pausa di mezz’ora in cui ci riunisce davanti ad un tavolo pieno di patatine e snack al formaggio, si beve una o due Carslberg e si parla e si ride tutti insieme prima di tornare a gareggiare.  Il tempo dedicato all’attività pomeridiana ad un certo punto scade, e ci si sposta in autobus o con la macchina in un ristorante o in un parco (se siamo in primavera o estate), dove avrà luogo la seconda parte della festa, una cena o un barbecue.  Ad esempio lo Julefrokost –il pranzo/cena di Natale- è tipicamente un buffet con  frikadeller, flæskesteg,  fiskefilet con remoulade, pane nero con aringhe, calamaretti surgelati e uova sode, pølser con ketchup maionese o senape, risalamand (un dolce a base di riso e amarene), e il gløgg (una specie di variante locale del vin brulé). Di solito non si ha la possibilità di scegliere autonomamente il posto a sedere, ma questo viene assegnato con criterio casuale (pescando un numero a cui è associato un posto a tavola) o pseudo-casuale (cioè deciso in anticipo dagli organizzatori in modo da far sedere vicini individui che hanno scarsa possibilità di interagire nella loro quotidianità e dar loro modo di conoscersi meglio). In alcuni modelli particolarmente avanzati di organizzazione, il posto a sedere viene cambiato durante il corso della serata in modo da stabilire un nuovo grafo di connessioni tra persone. Ma la cena/buffet/barbecue non si esaurisce nel mangiare e nel chiacchierare con i propri vicini di posto. Gli organizzatori  preparano anche una serie di giochi di gruppo per riempire i tempi vuoti di una serata che altrimenti potrebbe addirittura risultare noiosa. Ad esempio il gioco dei mimi, in cui i gruppi ai diversi tavoli si sfidano nell’indovinare un personaggio o il titolo di un film, o quiz musicali in cui riconoscere il titolo di una canzone, o giochi di abilità (ad esempio, costruire un castello di carte o di stecchini). Alla fine la squadra migliore (e a volte anche la peggiore) viene premiata,  l’intrattenimento termina con studiato tempismo e la festa prosegue secondo i dettami di un programmatico volemose bene.
L’obiettivo degli organizzatori  è naturamente rinforzare lo spirito di gruppo e allo stesso tempo garantire all’invitato un’esperienza totalitaria e piacevole che mantenga alto il suo livello di benessere. Un’organizzazione molto pignola è assolutamente necessaria a garantire la positività dell’evento. Senza calcolare al minuto il tempismo delle varie attività c’è il rischio infatti che l’invitato si trovi a subire tempi morti o si senta addirittura smarrito.  Il divertimento servito su un piatto d’argento, insomma, da un gruppo di organizzatori che hanno sudato per garantire tutto ciò con tale efficacia.
Ma la socialità studiata a tavolino si basa in realtà su due assunti impliciti sottilmente inquietanti.
Il primo è la concezione che la socialità non sia la naturale conseguenza del vivere comune, ma deve essere in un certo senso stimolata dal sistema per poter esistere. Il sistema ti dice come fare a diventare un uomo sociale,  con una certa invadenza ti prende per mano come farebbe una maestra d’asilo per accompagnare un bambino timido dagli amichetti da cui tende ad isolarsi. Non basta creare le condizioni affinché un gruppo di individui possa incontrarsi, ma bisogna intervenire esplicitamente affinché tale incontro avvenga nella maniera più efficiente e corretta. Ciò suggerisce una sottile sfiducia nei confronti delle capacità autonome dell’individuo, quasi ad indicarne la dipendenza dalla società come un bebè dal seno della mamma.
Il secondo è che tale sistema deve offrire un modello standard di convivialità a cui ogni individuo non può che conformarsi.  E si tratta di un modello tarato su un livello medio-basso per andare incontro ad una cerchia assai vasta. Un divertimento di pancia basato su blandi vezzi competitivi, rigurgiti goliardici e programmatica scompostezza. Divertiti come gli organizzatori dicono di farlo, accetta fino in fondo le loro regole, non c’è via d’uscita, le squadre e i gruppi sono formati a priori, il tuo posto a sedere è già assegnato e quindi stai al gioco, non puoi fare altro.
Una festa danese avrebbe dunque la stessa spontaneità di un rito liturgico millenario, se non fosse per la presenza di un potente denotatore, un magnifico deus-ex-machina che nelle feste danesi è importante quanto l’ossigeno e in parte riscrive quanto detto finora: l’alcol.
Ci vuole l’alcol, tanto tanto alcol per far funzionare la festa. Litri di acquavite ed ettolitri di fadøl. L’alcol scardina le griglie, scontorna i contorni,  strappa via le maschere, smuove i tavoli come un ciclone, ritaglia origami con le regole, getta secchiate di colore sul cielo plumbeo del Nord Europa.
L’alcol è l’unica valvola di sfogo da un sistema che con l’invadenza di un genitore troppo apprensivo ti dice persino in che modo devi festeggiare.
Ma soprattutto, l’alcol rende l’uomo danese un uomo sociale. Spontaneamente sociale. Persone che prima neanche ti salutavano diventano improvvisamente amici affezionati, pronti a schierarsi al vostro fianco e combattere per le vostre idee fino alla morte. Musoni dal tono di voce funereo si trasformano in irresistibili buffoni che si lanciano in brindisi megalomani e sulfurei,  bionde rigide e silenti sono ora estroverse e logorroiche come tante Littizzetto maggiorate.
Ogni senso della misura e del decoro sparisce, si lanciano noccioline sul professore che adesso balla la macarena sul tavolo, ci si lascia cadere a terra come colpiti da infarto, tranquillamente si sputa o si vomita nei bicchieri, qualsiasi cespuglio o muro esterno può diventare un orinatorio pubblico.
Ma inevitabilmente l’effetto di questo magnifico elisir svanisce.  L’euforia  e l’illusione di libertà lasciano il posto ad un mal di testa che rimbomba nelle tempie. Silenziosamente si striscia al proprio posto come scolaretti rimproverati, con indolenza si reindossano le maschere. La festa è finita, la Babele di frizzi e lazzi è spazzata via e ciò che rimane è la sterile impalcatura delle convenzioni. Sorridi, in poche ore i postumi della sbronza si dilegueranno e tornerai ad essere una pedina del perfetto meccanismo della società danese, passivo ed efficiente. Fino alla prossima sbronza.
Ci dispiace, ma noi non siamo così.
Noi siamo di quelli che del mondo cogliamo le sfumature e non solo i colori netti. Noi siamo di quelli che non si divertono a comando, che non ridono alle risate pre-registrate delle sitcom americane. Noi siamo di quelli che non hanno paura di stare in disparte per cogliere squarci di bellezza trascurati dai più, siamo di quelli che provano a soffiar via la polvere del banale dalle cose intorno. Noi siamo di quelli che si innamorano di un errore o di un dettaglio, dello scampolo di sorriso impacciato, di uno sguardo inumidito di passione e rabbia.
Ci spiace dirlo, ma siamo di quelli che non si accontentano, di quelli che non sanno stare al posto assegnato. Ahimè, neanche da sobri.


martedì 16 aprile 2013

Qualunquismi da blog


I politici sono tutti ladri.

I politici pensano solo ai cazzi loro.

Destra e sinistra sono la stessa monnezza.

Il problema dell’Italia è Berlusconi.

Il problema dell’Italia sono i comunisti.

Il berlusconismo ci ha resi poveri culturalmente.

Berlusconi è un criminale che e' sceso in politica per non andare in carcere.

Berlusconi è un grande leader vittima dei giudici comunisti che sono invidiosi del suo successo.

Beppe Grillo e' un populista, un fascista, un demagogo.

Beppe Grillo è la vera politica.

Bersani è un morto che parla.

Bossi è ignorante e ladro.

La Russa ha la faccia da delinquente.

Berlusconi va con le mignotte, con le minorenni, e con le mignotte minorenni.

L'Europa germanocentrica ci priva della nostra autonomia nazionale.

L'Euro ci ha impoveriti tutti e bisogna tornare alla lira.

Meno male che siamo nell’eurozona altrimenti vivremmo nelle caverne.

L'Italia ha bisogno di una classe politica onesta e competente.

Il Parlamento è pieno di troie.

Il Movimento Cinque Stelle doveva allearsi con il PD per formare il governo e far fuori Berlusconi.

Il PD doveva allearsi con il PDL per formare il governo e far fuori Grillo.

Gli italiani sono così stupidi che ancora votano Berlusconi.

Gli italiani sono così stupidi che guardano il Grande Fratello invece di Fazio.

I poliziotti sono picchiatori fascisti che non tutelano i cittadini.

I critici non capiscono un cazzo.

I preti sono pedofili.

Il Vaticano è un'associazione a delinquere.

La Juventus vince perché si compra gli arbitri.

Il mangiare buono sta solo in Italia.

Il tempo bello sta solo in Italia.

Italiani e spagnoli sono tanto simili.

I sudamericani hanno il ritmo nel sangue.

Nel Nord Europa non esiste la corruzione.

I popoli del Nord sono molto chiusi.

Quando si vive all’estero bisogna adattarsi alla cultura locale.

Le danesi e le svedesi sono delle grandi gnocche.

In inverno fa freddo.

In estate fa caldo.

In Danimarca fa freddo tutto l’anno.

sabato 13 aprile 2013

Danimarca paradiso kafkiano




Immaginate di essere con un vostro amico in una via del centro di Silkeborg, una cittadina dell’entroterra danese. Cosa vedreste? Selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo. Immaginate adesso che il vostro amico decida, con il vostro consenso, di bendarvi, e vi conduca tenendovi per mano alla sua automobile. Adesso andiamo a Viborg, dice lui. Voi avete ancora la benda sugli occhi, ma sentite sotto di voi il motore e vi accorgete che l’auto si sta muovendo. Dopo circa un’ora, il vostro amico vi avverte di essere arrivati. Vi aiuta a scendere e vi conduce per mano in una via del centro di Viborg. Dopodichè, finalmente vi toglie la benda. La luce del primo pomeriggio vi inonda il viso, ma dopo qualche istante riuscite a mettere a fuoco ciò che avete davanti. Quale sarebbe a questo punto la vostra reazione? Se siete in Danimarca da poco, scoppierete a ridere e rimproverete il vostro amico per essersi preso gioco di voi. Infatti, ciò che vedete è  un selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo.  Non vi siete mai mossi da Silkeborg, pensate voi. Ma il vostro amico non vi ha ingannato: siete proprio a Viborg. Il centro di Viborg è un clone di quello di Silkeborg. E lo stesso potrebbe valere per Randers, Hadsund, Herning, Hjorring, Frederikshavn, Grenaa e molte altre cittadine. Che non sarete mai in grado di distinguere.
La Danimarca è un paese kafkiano dove le città sono tutte uguali. E per questo non esiste via d’uscita, se non salire su un aereo e virare a sud del mondo.  
Non ha senso visitare da turista l’entroterra danese. Visitata una cittadina, le hai visitate tutte. Così come le zone residenziali in centro sono una trafila di case in mattoni rossi dai tetti spioventi  e finestre bianche all’inglese, che sia Aalborg, Ahrus, Odense o Hostelbro, mentre in qualsiasi periferia primeggiano casermoni squadrati di colore bejge dalle finestre con l'aspetto di loculi mortuari. Talmente indistinguibili gli uni dagli altri che gli stessi abitanti devono controllare il numero civico per stare certi di entrare nel posto giusto.
Siete in qualsiasi città danese e volete un caffè? Andate al Baresso.
Dovete comperare il castello Lego di Harry Potter per vostro figlio? Andate al BR.
Una spesa con prodotti di qualità? Andate al Salling.
Una spesa con prodotti economici? Andate al Netto o al Super Brugsen.
Avete bisogno di una connessione Internet? Contattate la Stofa.
Cercate una teiera in acciaio? Andate all'Imerco.
E se per caso i modelli dell'Imerco non vi piacciono? Problemi vostri, la concorrenza non esiste, o se esiste è rappresentata da pochissime altre catene ad estensione nazionale. L'artigianato è inesistente. Qualsiasi prodotto immaginabile,  dalle tende veneziane alle lampade al neon, dai cesti di vimini ai comodini, dalle prese della corrente alle maniglie delle porte, in Danimarca è fornito da un oligopolio ristrettissimo di catene operanti a livello nazionale. Che offrono prodotti identici. Tutte le case hanno le stesse maniglie, le stesse chiusure ad incastro per le finestre, gli stessi rubinetti, lo stesso pavimento, le stesse sedie, persino gli stessi cessi. 
Anche i cibi sono tutti identici. Le frikadeller hanno lo stesso aspetto e sapore in qualsiasi ristorante, così come la flæskesteg, il fiskefilet con la remoulade, i rundstykker con il burro, gli smørrebrød con aringhe e pane nero, gli stjerneskud, il salmone in umido. Tutto preparato esattamente secondo lo standard, senza variazioni. Quante volte in Italia siamo soliti pensare cose del tipo: “L’impepata di cozze come la fa Vincenzone al ristorante Moro non la fa nessuno”. Concetti del genere sono probabilmente impensabili nella cultura danese. Le frikadeller sono frikadeller e basta, le prepari Knud o Lars o Pernille o Lisbeth che sia.
Le catene commerciali offrono tutto ciò di cui si ha bisogno, ma non offrono scelta. Perchè scegliere vuol dire esprimere preferenza, ed esprimere preferenza  vuol dire dichiarare la superiorità di un’offerta rispetto ad un’altra. Esprimere preferenza vuol dire rendere qualcuno scontento, vuol dire togliergli la serenità cui ha diritto. D’altronde, la Danimarca è il Paese che ha formulato la famigerata legge di Jante, che si riassume nei seguenti punti:
1. Du skal ikke tro du er noget! - Non credere di essere qualcosa di speciale.
2. Du skal ikke tro du er lige meget som os! - Non credere di valere quanto noi.
3. Du skal ikke tro du er kloger en os! - Non credere di essere più furbo di noi.
4. Du skal ikke innbille dig at du er bedre en os! - Non immaginarti di essere migliore di noi.
5. Du skal ikke tro du ved mere en os! - Non credere di saperne più di noi.
6. Du skal ikke tro du er mere en os! - Non credere di essere più di noi.
7. Du skal ikke tro at du duger til noget! - Non credere di essere capace di qualcosa.
8. Du skal ikke grine af os! - Non ridere di noi.
9. Du skal ikke tro at nogen kan lige dig! - Non credere che a qualcuno importi di te.
10. Du skal ikke tro du kan lære os noget! - Non credere di poterci insegnare qualcosa.

Sono “regole” repressive che uccidono l’iniziativa personale e/o privata, che viene percepita come sbagliata e immorale, come un deprecabile attacco al celebrato idillio sociale della patria di Andersen.
Sarà anche vero che un sistema del genere, inculcato fin dalla tenera infanzia, aiuta lo sviluppo di una società stabile, equalitaria, coesa e serena. 
Ma con gli occhi dello straniero, la serenità tanto strombazzata dai danesi non ci sembra affatto il risultato di un’autonoma e matura presa di coscienza nazionale, quanto di un subdolo lavaggio del cervello.
Reprimi ogni impulso di essere diverso e migliore degli altri, e sarai sereno. Coglione e sorridente come il personaggio di una sitcom americana.  Sei nel Paese più felice del pianeta, ti dicono tutti, lascia perdere il resto del mondo, è pieno di guai. Lavora trentasette ore a settimana, va' a lavoro in bicicletta perchè non inquini, anche se piove a dirotto e il vento ti prende a schiaffi , torna a casa alle quattro, fa' la spesa al Netto e regalati un blando hygge serale guardando How I met your mother grazie all’IP tv della Stofa, ubriacati nelle bettole del centro il sabato sera. A luglio vola a sud a comperarti la tua settimana di sole in Grecia, Italia o Spagna. A dicembre va' allo Julefrokost con i colleghi e prepara giochi dementi in cui tutti rideranno anche se non c’è nulla da ridere, perchè è una festa e nelle feste bisogna ridere, altrimenti la coesione e l’armonia del gruppo vanno a farsi benedire...
Mi spiace, ma non ci caschiamo. Questo sistema è fasullo ed ipocrita. Perchè gli uomini sono e rimangono animali feroci, e il compito della società è quello di arginare la loro esuberanza, ma non di lobotomizzarli.
I danesi sono sereni come lo è un cavallo selvaggio a cui è stata iniettata una damigiana di sedativo e ora osserva con occhioni da ebete i suoi simili a cui tocca correre all’ippodromo per campare.  
Per quanto ci riguarda, noi siamo dalla parte di chi continua a correre e sudare, di chi si scorda dei puntini sulle i, di chi colora gli album in bianco e nero con vistose uscite dai contorni.
Questa specie di Truman Show non ci va giù. Anche perchè, a differenza del film di Peter Weir, in Danimarca il cielo che ci sovrasta è più vero e incazzato che mai. 


mercoledì 13 febbraio 2013

Lo schiaffo al berlusconismo (che non c'è stato)



Cara Angela Bruno,
ma perché domenica scorsa, quando eri accanto a Berlusconi alla convention dei venditori di Green Power e lui si rivolgeva a te con doppi sensi da osteria, non gli hai mollato il bel ceffone che meritava? Uno schiaffo sul viso ultraceronato del presidente del PDL, magari accompagnato da un bel “Si vergogni, cafone!”. E’ da un paio di giorni che ci chiediamo cosa sarebbe successo se tu avessi agito così, d’impulso, come una signora per bene che vuol difendere la propria dignità di donna.
Per un istante neanche troppo breve l’ego del Berlusca sarebbe regredito a quello di un'ameba. Magari gli omoni della security avrebbero fatto un passo avanti,  Berlusconi sarebbe diventato rosso d’imbarazzo ma continuando a sfoggiare il solito sorriso di plastica avrebbe poi cercato di sdrammatizzare, “Ma su, come siamo permalose, io scherzavo...” avrebbe detto, o qualcosa del genere, e avrebbe subito cercato di cambiare argomento. Ma a quel punto l’attenzione della platea sarebbe ormai persa irrimediabilmente.
Quale credibilità e carisma volete che abbia, nell’italietta maschilista e retrograda, un leader che si fa prendere a schiaffi da una donna?
L’effetto domino che quel ceffone avrebbe avuto è semplicemente vertiginoso.   Il video avrebbe fatto presto il giro del mondo, e tu, cara Angela, saresti ora la donna più famosa del pianeta, oggetto di decine di strumentalizzazioni, dalla paladina neofemminista alla novella Robespierre. I giornalisti di destra avrebbero parlato di subdola emissaria della magistratura comunista, Rosy Bindi avrebbe ululato di gioia, la Carfagna sarebbe impazzita nel disperato tentativo di arrampicarsi sugli specchi e giustificare l’ingiustificabile.
Ma soprattutto, l’eco di quel ceffone ci avrebbe bruscamente svegliati dal sonno fase REM in cui siamo precipitati da quasi un ventennio. La sua devastante forza simbolica si sarebbe insinuata sottopelle per esplodere in nuove, drammatiche domande: ma come abbiamo fatto ad accettare tutto questo per vent’anni? Ma perché stiamo qui a farci imbonire da una classe politica fatta di vecchietti sessuomani dai capelli finiti, ballerine siliconate e nullafacenti e ladroni con la maschera da porco?
Solo un gesto spontaneo ha la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza collettiva, di svelare orizzonti che erano davanti al nostro naso da sempre, ma che ci ostinavamo a vedere offuscati da una cataratta immaginaria. Nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, è la voce di un bimbo quella che svela la nudità del re, che lascia crollare l’incantesimo sulla folla. E che ora si domanda come mai è lì a celebrare la bellezza di un vestito che non esiste. E ne ride.
Ben più che qualsiasi show di Grillo, il ceffone al Berlusca ci avrebbe mostrato con la forza dell’evidenza come sia fragile l’impalcatura del potere, come sia ridicolo lasciare sminuire la nostra identità di popolo da un esercito di acrobati e girovaghi da circo. Il ceffone al Berlusca avrebbe generato presto una nuova, diffusa consapevolezza, che rapidamente ci avrebbe spinto a chiudere a chiave il berlusconismo nell’armadio del passato come si fa con il vestitino del carnevale che ora, da sobri, ci vergogniamo di avere indossato.
Ma purtroppo, cara Angela, quel ceffone non c’è stato. Hai invece addirittura dichiarato di essere onorata di sentirti dire «Ma lei viene? quante volte viene? Si giri. Si può fare ».  E ancora una volta non è cambiato nulla. Il re è nudo ma noi, con immutata e grottesca indolenza, ci ostiniamo a magnificare il tessuto purpureo del suo lungo mantello con strascico e  il disegno araldico dello stemma d’oro sul panciotto.

"La verità è come il vetro
è trasparente se non è appannato
ma per nascondere quello che c'è dietro
basta aprire bocca e dargli fiato"
(Simone Cristicchi)
  




domenica 3 febbraio 2013

Siamo tutti tartarughe


Siamo tutti tartarughe.
Ci portiamo appresso il nostro guscio e sappiamo alla perfezione quando ritirare testa e gambe agli attacchi esterni. Da bambini, quando vedevamo una tartaruga, ce lo chiedevamo sempre:  come ha fatto quel grazioso animale dalla testolina piatta a finire intrappolato in quella corazza così massiccia? Poi, da grandi, lo abbiamo capito: il carapace è parte di lui, è la sua pelle ruvida e verdognola che, in punto preciso ma introvabile, perde la sua natura molle e diventa  dura come un sasso.
Il nostro guscio non è una trappola in cui siamo finiti per sbaglio. E’ parte di noi da sempre.
Camminiamo dunque lenti a causa del fardello che ci trasciniamo addosso, e ogni piccolo passo avanti ci costa fatica. Ma siamo animali a sangue freddo. Quando i raggi di sole si scagliano violenti sulla nostra corazza,  una strana adrenalina ci circola dentro, un fluido eccitante e benefico, e le nostre gambe non sono più rigide e pigre. Il nostro passo si fa veloce e corriamo a sperimentare terreni di cui non immaginavamo l’esistenza. Il guscio, d’improvviso, sembra ora leggero come una bandiera di carta velina che, mossa dal vento, ci suggerisce la direzione dei nostri passi. Non siamo più lenti quando il sole ci batte addosso, colmare distanze impossibili ci sembra, adesso, ridicolmente facile.
Ma poi, inevitabile, arriva la notte. La corazza, nostra croce e delizia, torna a schiacciarci a terra con il suo peso. E ritiriamo braccia e gambe come fossero i remi di un’imbarcazione giunta al porto sicuro. La corazza ci dà sicurezza ma inibisce i nostri passi. Con la testa al sicuro nel guscio, non possiamo fare altro che aspettare il mattino che verrà, nella speranza che i raggi di sole, ancora una volta, ci lasceranno dimenticare per qualche ora il nostro fardello.
E sognare i meravigliosi luoghi lontani che potremmo raggiungere se fosse possibile lasciarci alle spalle il nostro guscio per sempre, come fa un serpente con la sua pelle dopo la muta.


mercoledì 9 gennaio 2013

Politici con problemi di prostata


Molti, troppi politici nostrani hanno problemi di prostata.
Come inevitabile conseguenza, le loro affermazioni diventano arraffazzonate, ripetitive e banali perchè la loro testa è altrove, è lì a captare timidi segnali dell’orologio in basso che da qualche decennio non funziona più bene.
Ma si sa, tutti i politici, davanti all’evidenza, negano. Attorniati dal solito stuolo di servi e servette che gli strisciano attorno come tanti viscidi gollum all’estenuante ricerca della raccomandazione che li sistemerà per sempre, continuano a sfoggiare la loro faccia dalla pelle cerulea e cadente come le orecchie di un cocker e l’imperituro sorriso a dentoni ormai rancidi che sembra voler dire: “Io vado a pisciare quando ne ho voglia, la mia prostata non fa scherzi, sono io che la controllo”. Ma in realtà in ogni momento hanno il terrore di vedere espandersi una chiazza maleodorante sul cavallo dei pantaloni. In parlamento c’è anche chi utilizza pannoloni ben incastrati tra la cinta e il pantalone in lino, per poi strizzare l’occhio alle giovani deputate pidielline credendo di emulare un considerevole pacco.
Ma la paura di pisciarsi addosso è la vera causa del disordine politico del Belpaese. Se i parlamentari italiani non fossero schiavi della loro ghiandola ribelle, forse riuscirebbero a trovare un accordo, a far approvare una legge utile che sia una, a riflettere in termini concreti su un progetto di sviluppo del paese piuttosto che ridursi a sterili vu parlà televisivi.   
Non vogliamo più politici con problemi di prostata. Vogliamo politici giovani che non sappiano neanche cosa sia, la prostata, tanto hanno da pensare ad altro. Vogliamo politici che sappiano trattenere pisciate da cavallo anche per uno o due giorni, e poi innaffiare con loro l’intero giardino di casa. Vogliamo politici sani di corpo e di spirito, che siano uomini liberi, che non siano schiavi di niente e di nessuno.
Saremmo anche lieti di finanziare con le nostre tasse le cure prostatiche dei politici malati, seguirne l’evoluzione e i referti medici, pur di star certi che tali individui si ritirino nella casa di cura dove meritano di trascorrere il resto dei loro giorni.
Eppur a questo punto ci sovviene che il nostro ragionamento, che finora ci sembrava impeccabile, ha una pecca. La prostatite non colpisce solo i vecchi. Ne soffrono anche tanti, troppi politici giovani. Glielo leggi nella vacuità dello sguardo, nelle chiacchiere a vuoto, nel terrore di disubbidire ai vegliardi di turno, nella grottesca incapacità di non essere servi.
Voci affidabili ci segnalano che l’onorevole Angelino Alfano, un pischello di appena quarant’anni, non riesce ad evitare di correre spesso in bagno durante le sedute parlamentari.

sabato 8 dicembre 2012

Gli smartphone


Tra quindici anni rideremo degli smartphone.
E proveremo un sincero imbarazzo nell’ammettere: “Ebbene sì, ne avevo uno anche io...”. Eppure oggi sembrano a tutti oggetti strafighi, il top dell’high tech secondo i più. Alle soglie del 2013, la maggiorparte delle persone pensa ancora che sia cool andersene in giro con un ingombrante parallelepipedo tuttoschermo dall’autonomia non superiore alla giornata, e che per di più costa un occhio della testa. Roba che vien voglia di tagliarsi le vene se capita di perderlo. Gente che pensa che il paradigma always connected voglia dire cazzeggiare su facebook a ogni ora e luogo. Gente che pensa che la vera tecnologia sia quella che ti urla in faccia numeri altisonanti e inutili e non quella che ti facilita la vita.
Già il nome smartphone, telefono intelligente, fa abbastanza ridere. Dove sarebbe la presunta intelligenza di un prodotto che è solo un’accozzaglia di tecnologie più disparate, dalle connessioni GSM e GPRS e EDGE e UMTS e HSDPA e HSUPA e LTE e WiFi e Bluetooth al microbrowser ad hoc, dal navigatore GPS all’immancabile foto-videocamera ad alta definizione, che succhia via corrente come un assetato nel deserto del Gobi, il tutto pressato in un volume che viene strombazzato come minimo ma in realtà non entra ormai più nella tasca dei pantaloni?  E’ forse intelligente il principio “infiliamoci dentro tutto il possibile, così nessuno può lamentarsi”?  Uno smartphone è come un puzzle di Tetris pieno di buchi, una costruzione Lego dove i mattoncini non combaciano ma fa spavento per quanto è grossa e deforme. Uno smartphone è intelligente come lo è una massaia che riempie il carrello della spesa di chili di pasta, sughi, salse, dolciumi, surgelati, caviale, lardo di Colonnata, frittelle, patatine e snacks, quando bastava un semplice brodino per far contenti marito e figli.  
Sarà divertente, tra quindici anni, davanti ad una birra con gli amici, ricordare la follia degli smartphone, del loro prezzo esagerato, della schiavitù autoinflitta della ricarica quotidiana, del loro ingombro, della loro invadenza nella nostra vita, della loro palese inutilità nel novantanove percento dei casi. Tutto ci sembrerà così naif e ridicolo, e ci chiederemo: “Ma davvero mi sono prestato a tutto ciò?”.
Comunque, detto questo, per Natale mi compro un Nokia Lumia 920. 


domenica 4 novembre 2012

Chiacchieroni e chiacchierelli


I chiacchieroni si ostinano a recitare il loro monologo pomposo credendo che si tratti di un dialogo. Parlano quasi sempre di loro stessi, a voce alta, ingigantendo meriti inesistenti o comunque modesti. Sono poco curiosi degli altri, ragionano a pregiudizi e a partito preso. Non si curano delle reazioni che possono suscitare, anzi, fanno facilmente i bastian contrari, perché ciò attira l’attenzione, da’ sugo al monologo, imbellisce il loro ego abbarbicato e fragile.  Cercano di illudersi di essere intelligentissimi, e che tutti abbiano da imparare da loro. Spesso diventano grotteschi, fanno sorridere, sono persino simpatici se presi a piccolissime dosi.
I chiacchierelli sono più subdoli. A differenza dei chiacchieroni, parlano a voce bassa. Se sei al ristorante con loro, rischi di confondere la loro voce con il rumore dei passi dei clienti, con il parlottare nei tavoli affianco.  Le loro chiacchiere sono un rumore di fondo imperituro e costante, che non cessa mai. E sono puro didascalismo; qualsiasi cosa detta da un chiacchierello, potrebbe benissimo non essere detta. Il chiacchierello è un paladino della banalità, è pura espressione della maggioranza silenziosa, è la quintessenza del qualunquismo ricoperto da una patina di riflessività fasulla. Il chiacchierello è affetto da un specie di fame sociale, non si accontenta di parlare con una sola persona se ce ne sono tante attorno, vuole conoscere più gente possibile. E, soprattutto, vuole piacere a tutti i costi: per questo il chiacchierello è solito adulare il prossimo, esaltarlo, magnificarne le doti umane estetiche morali. Alle spalle, poi, può tranquillamente parlarne male, se questo va più a genio di un altro interlocutore. L’autostima del chiacchierello dipende esclusivamente dagli altri: il chiacchierello adora lamentarsi, spesso si dichiara timido, stupido e brutto, sperando di sentirsi dire ma no, non è vero, e magari ricevere anche un complimento.  Il chiacchierello vuole sapere gli affari di tutti, con curiosità fuori luogo e quasi morbosa, per due motivi: per paragonare l’esperienza degli altri all’esperienza propria, sperando ardentemente  che nel confronto non abbia da perderci, e per mantenere sempre inesauribile il repertorio  di pettegolezzi che ne rappresenta la caratteristica ontologica.
Cosa succede se un chiacchierone incontra un chiacchierello? Naturalmente vanno subito d’accordo. Il chiacchierone si esibirà nel suo monologo, il chiacchierello gli scondinzolerà intorno saltellando e scuotendo le braccia ammirato e compiacente. Il chiacchierone si sentirà realizzato, e non saprà mai che in sua assenza il chiacchierello lo sputtanerà senza remore se ciò potrà servire a compiacere un altro interlocutore.
Chiacchieroni e chiacchierelli sono in fondo molto simili. Hanno comportamenti differenti, ma con una radice comune: sono solo modi diversi di reagire ad un Edipo irrisolto. Quello che sussurra loro di essere ancora bambini capricciosi e viziati, che ingalluzzisce il loro ego precario, che gli ricorda quanto sono insicuri, che la notte rende scomodi i cuscini.
Chi più chi meno, siamo tutti un po' chiacchieroni e/o chiacchierelli.
Alcuni lo sono un po' troppo.

martedì 30 ottobre 2012

Dubbio made in Italy

Colpisce questo video realizzato dai due giovani Stefano De Marco e Niccolò Falsetti,  vincitore del concorso Videominuto 2012. Una sorta di manifesto dei loro coetanei all’estero. Un video da vedere due volte (la prima seguendo le immagini e la voce off, la seconda leggendo le didascalie) per cogliere le due facce dell’italiano all’estero: quella esteriore e spavalda di chi difende orgoglioso la sua scelta, e quella più intima e sofferta di chi ne sente il disagio profondo. Nella brevissima durata di un minuto ci si identifica con questo ragazzo in blusa e zainetto che si muove rapido in una Londra grigia e asettica riflettendo su una vita da straniero a cui si è ormai abituato; ciò che gli resta dell’Italia sono “la nostalgia del sole, delle campagne sterminate, dell’olio buono,  del vino del contadino”, e le insegne delle tante trattorie e gelaterie italiane dove il Belpaese è solo un marchio che vende, una grande collezione di clichè. Forse un po’ troppo reazionario, semplicistico e romantico. Ma scuote. E commuove, anche.   


lunedì 22 ottobre 2012

Roma acquario


Sono anni che, quando attraversiamo in autobus una città immersa nella notte e resa viva dai lampioni e dalle luci al neon delle insegne dei locali, ci troviamo senza volerlo a fischiettare il motivo musicale di Luce dei miei occhi. Film di Giuseppe Piccioni, colonna sonora (ammaliante come sempre) di Ludovico Einaudi.  
Un film sbagliato forse, melomane, artificioso, retorico, ridondante, addirittura iettatorio secondo Paolo Mereghetti.  Ma ricco di suggestioni memorabili. Scene come quella iniziale (vedi il video in basso), con il tassista Luigi Lo Cascio che attraversa una Roma notturna e quasi irriconoscibile, ci sono entrate nel cuore.
Il taxi e la città. Il dentro e il fuori. La Roma bluastra e taciturna di Giuseppe Piccioni non è una Roma da cartolina. Non ricorda quella caotica e colorata di Fellini, nè quella borgatara di Pasolini e Citti, tantomeno la Roma iperrealista e coatta di Verdone e colleghi.
E’ una Roma da fantascienza, con il taxi che diventa una navicella spaziale in un pianeta sconosciuto, come quello visitato da Morgan, l’eroe del protagonista.
Ma è anche una Roma acquario, dove poche anime silenti sembrano fluttuare come pesci,  e le vetrate di ristoranti e autobus imprigionano la luce di lampade da tavolo e illuminazioni stradali. Si può essere vicini alle vetrate di un acquario, lasciarsi sedurre dai colori delle piante marine e dai movimenti sinuosi e lenti dei pesci che lo abitano. Ma il più delle volte si resta spettatori: arrampicarsi come folletti sulla barriera di vetro,  prendere un bel respiro e lanciarsi con un bel tuffo carpiato in quella vasca dall'interno così visibile eppur così misterioso non è, in molti casi, possible.
Il tassista Luigi Lo Cascio è lo spettatore della Roma acquario: chiuso tra le pareti rassicuranti e mortifere del suo sottomarino-taxi, non avrà mai il coraggio di superarle. Non diventerà mai un pesce.