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domenica 26 maggio 2013

Matteo Renzi in inglese



Nonostante la cattiva qualità audio del video pubblicato da repubblica.it (http://video.repubblica.it/edizione/bologna/matteo-renzi-show-in-inglese-when-i-met-obama/129584/128087?ref=HRESS-1), abbiamo provato a trascrivere con scrupolo filologico una parte del discorso in inglese di Matteo Renzi al Bologna Center per la conclusione dell’anno accademico del master in relazioni internazionali della John Hopkins University:

...from my city, from Florence. And... there is one from my country, from my country that we have been experiencing from, for one year, the last year. Ehm… forfflo… we start froffro… I’m the mayor of Florence, okay. When I met for the first time, and also the last time, the president Obama… just… one seconds, more or less… because… I was invited by United States National Conference of Mayors… for a meeting.. en in White House… I… shaking hand with president Obama and… “Nice to meet you mister President, I am the mayor of Florence, Italy…” “nice to meet you… Really?? Are you… the mayor of… Florence, Italy??” “Ehh ehm… sure…” “Oh, the city with the best restaurants in the world…” “I’m not sure…” (parola non identificata) against president Obama is not good… Maybe… I cannot speaking about tortellini or tagliatelle with the president Obama… but… it’s a very (parola non identificata) because when I come back in my city few people told me “Oh, next time you must say we have also the David, not only the food”. Yes, but is Florence is not only a city of culture… this is mobile… this is mobile very usual in Italy…  Apple, there is Samsung, there is… few smartphone. In the next four years we… we will have… more or less… four point five million of mobile, but the first telephone was created exactly in my city, in Florence…

Tralasciamo scontati commenti sulle qualità poco oxfordiane dell’inglese renziano, tappezzato di  farfugliamenti, refusi e plurali arbitrari ma comunque meno osceno di quanto udito, ad esempio, da un La Russa o un Berlusconi o tanti sedicenti Ministri degli Esteri dei governi passati. Sono piuttosto altri aspetti che colpiscono in questo inusuale discorso dell’astro nascente del paraculismo italico, il gggggggiovane politico rottamatore che salverà il Belpaese, il Fonzie alla maremmana in giacca di pelle dei tv-show della De Filippi, l’individuo che, nonostante tutto, è forse – ahimè- tra i meno deprecabili  cui si possa associare l’ambigua parola di carisma nella disonesta e sempre aperta caccia ai voti.
Innanzitutto,  l’ennesima sconsolata presa di coscienza dell’incapacità di parlare dell’Italia agli stranieri senza rifugiarsi nei soliti cliché turistico/culinari, tanto più fastidiosi perché vengono da un personaggio delle istituzioni. Renzi incontra Obama e parla di ristoranti, poi riflette da solo su tortellini e tagliatelle e sul fatto che a Firenze oltre ai ristoranti c’è anche il David. L’Italia della buona pasta e dei monumenti da cartolina, un pavoneggiamento di banalità che forse fa gongolare quegli stranieri per cui lo Stivale non è altro che un immenso villaggio vacanze. Ed è proprio ad un mediocre animatore da camping che fa pensare il Matteo Renzi di questo video, basti sostituire Obama con un più abbordabile divo americano delle grandi masse e il patetico show è bell’e pronto.  Ok, era solo un hook, un modo brillante per introdurre discorsi più seri che non sono riportati nel video di repubblica.it, dirà qualcuno. Ma non è dunque possibile fare un po’ d’ironia sull’Italia senza bistrattarla come sterile collezione di cliché? E’ forse troppo pretendere qualche annotazione più acuta e originale sul nostro Paese che non vada semplicemente a ripetere alle orecchie degli stranieri ciò che hanno già udito milioni di volte? Racconta al popolo ciò che già sa e vuole farsi sentire, e il popolo sarà con te, diceva qualcuno, è il principio base del populismo, e forse Renzi lo conosce molto bene. 
In uno show che riecheggia a tratti l’imbarazzante monologo di Silvio Berlusconi sull’Italia del sole e dei musei (la storica seduta del 2003 al Parlamento Europeo, quella dello Schultz kapò per intenderci), c'è anche una conferma forse inconscia, quasi un lapsus freudiano, dell'immagine obsoleta e cartolinesca che Renzi ostenta del suo Paese: il Matteo nazionale vuole introdurre Antonio Meucci e per farlo chiude il siparietto cabarrettista con un “but Florence is not only a city of culture”. Ebbene, qualcuno dovrebbe forse chiedere al signor sindaco di Firenze cosa sia per lui la cultura, perchè ad emergerne è una visione conservatrice, schematica e tutto sommato ignorante. Non sappiamo se Renzi sia ignorante o meno. Di certo, è ignorante l’atteggiamento da imbonitore da fiera paratelevisivo con cui va a menzionarla, la cultura. Forse per Renzi la cultura è solo quella dei biglietti del museo e delle guide turistiche, se pensa, ad esempio, che l’enorme bagaglio di conoscenze sull'elettromagnetismo maturate dal suo illustre concittadino e che hanno portato all’invenzione del primo telefono non sia cultura, ma sia altro. 
Infine, lascia riflettere l’incontro Renzi-Obama, il loro primo e ultimo incontro durato solo one seconds durante una sedicente United States National Conference of Mayors. Un Renzi più umano e dunque simpatico, penseranno in tanti, che lascia da parte il fare spavaldo e saccente dei talk show e si fa piccino di fronte ad uno dei giganti della politica mondiale. Ma la mimica gesticolante da Bagaglino e l’insistito deviare su ristoranti tagliatelle e tortellini lasciano intendere un’indole sottilmente servile piuttosto che una sana umiltà. Un'ostentata ricerca della risatina di pancia a tutti i costi, che però non riesce certo a camuffare una sacrosanta verità: l’imbarazzo davanti al potente è quello dei servi, non degli umili. Così come caratteristica intimamente servile è lo sfoggio di un orgoglio narcisista quando il potente è assente. Ancora una volta, è l’italietta a metà tra folklore e orrore di cui parlava Jerzy Stuhr nel Caimano ad emergere, tanto più desolante perchè suggerita da un acclamato esponente delle nuove generazioni.
Che sia solo questione di qualche decennio, il tempo che l’andropausa inizierà a rodere il suo orgoglio come una tarma, e nei suoi siparietti appariranno ciulatine con cameriere e culone inchiavabili?


mercoledì 13 febbraio 2013

Lo schiaffo al berlusconismo (che non c'è stato)



Cara Angela Bruno,
ma perché domenica scorsa, quando eri accanto a Berlusconi alla convention dei venditori di Green Power e lui si rivolgeva a te con doppi sensi da osteria, non gli hai mollato il bel ceffone che meritava? Uno schiaffo sul viso ultraceronato del presidente del PDL, magari accompagnato da un bel “Si vergogni, cafone!”. E’ da un paio di giorni che ci chiediamo cosa sarebbe successo se tu avessi agito così, d’impulso, come una signora per bene che vuol difendere la propria dignità di donna.
Per un istante neanche troppo breve l’ego del Berlusca sarebbe regredito a quello di un'ameba. Magari gli omoni della security avrebbero fatto un passo avanti,  Berlusconi sarebbe diventato rosso d’imbarazzo ma continuando a sfoggiare il solito sorriso di plastica avrebbe poi cercato di sdrammatizzare, “Ma su, come siamo permalose, io scherzavo...” avrebbe detto, o qualcosa del genere, e avrebbe subito cercato di cambiare argomento. Ma a quel punto l’attenzione della platea sarebbe ormai persa irrimediabilmente.
Quale credibilità e carisma volete che abbia, nell’italietta maschilista e retrograda, un leader che si fa prendere a schiaffi da una donna?
L’effetto domino che quel ceffone avrebbe avuto è semplicemente vertiginoso.   Il video avrebbe fatto presto il giro del mondo, e tu, cara Angela, saresti ora la donna più famosa del pianeta, oggetto di decine di strumentalizzazioni, dalla paladina neofemminista alla novella Robespierre. I giornalisti di destra avrebbero parlato di subdola emissaria della magistratura comunista, Rosy Bindi avrebbe ululato di gioia, la Carfagna sarebbe impazzita nel disperato tentativo di arrampicarsi sugli specchi e giustificare l’ingiustificabile.
Ma soprattutto, l’eco di quel ceffone ci avrebbe bruscamente svegliati dal sonno fase REM in cui siamo precipitati da quasi un ventennio. La sua devastante forza simbolica si sarebbe insinuata sottopelle per esplodere in nuove, drammatiche domande: ma come abbiamo fatto ad accettare tutto questo per vent’anni? Ma perché stiamo qui a farci imbonire da una classe politica fatta di vecchietti sessuomani dai capelli finiti, ballerine siliconate e nullafacenti e ladroni con la maschera da porco?
Solo un gesto spontaneo ha la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza collettiva, di svelare orizzonti che erano davanti al nostro naso da sempre, ma che ci ostinavamo a vedere offuscati da una cataratta immaginaria. Nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, è la voce di un bimbo quella che svela la nudità del re, che lascia crollare l’incantesimo sulla folla. E che ora si domanda come mai è lì a celebrare la bellezza di un vestito che non esiste. E ne ride.
Ben più che qualsiasi show di Grillo, il ceffone al Berlusca ci avrebbe mostrato con la forza dell’evidenza come sia fragile l’impalcatura del potere, come sia ridicolo lasciare sminuire la nostra identità di popolo da un esercito di acrobati e girovaghi da circo. Il ceffone al Berlusca avrebbe generato presto una nuova, diffusa consapevolezza, che rapidamente ci avrebbe spinto a chiudere a chiave il berlusconismo nell’armadio del passato come si fa con il vestitino del carnevale che ora, da sobri, ci vergogniamo di avere indossato.
Ma purtroppo, cara Angela, quel ceffone non c’è stato. Hai invece addirittura dichiarato di essere onorata di sentirti dire «Ma lei viene? quante volte viene? Si giri. Si può fare ».  E ancora una volta non è cambiato nulla. Il re è nudo ma noi, con immutata e grottesca indolenza, ci ostiniamo a magnificare il tessuto purpureo del suo lungo mantello con strascico e  il disegno araldico dello stemma d’oro sul panciotto.

"La verità è come il vetro
è trasparente se non è appannato
ma per nascondere quello che c'è dietro
basta aprire bocca e dargli fiato"
(Simone Cristicchi)
  




venerdì 11 gennaio 2013

Berlusconi vs. Santoro: le pagelle




L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sull’ipocrisia, le risse sotto i riflettori e il bisogno endemico di creare ovunque mafie e parrocchie. Tutto ciò che non passa in tv non esiste. Non solo, tutto ciò che non è spettacolo di grana grossa è roba da far sonnecchiare l’italiano medio: qualsiasi dibattito su crisi economica, arretratezza istituzionale e problemi della collettività degenera inevitabilmente nello scontro personale tra politici/showmen dall'ego esorbitante e l’ansia perenne di mostrarsi più furbi dell’altro davanti alle telecamere.
Anche ieri, nella storica puntata di Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi, i problemi del paese reale (operai che non arrivano a fine mese, imprenditori costretti a chiudere baracca, impiegati trasferiti a seicento chilometri da casa) sono solo un pretesto lasciato presto cadere davanti ad uno squisito (e inutile) duello manicheista tra buoni e cattivi che ha sedotto e tenuto svegli fino a mezzanotte nove milioni di italiani.
Silvio Berlusconi – Sauron, il Signore del Male, che per la prima volta si reca nel Palazzo del Bene per un duello in diretta con Santoro – Gandalf e il suo fido Travaglio –Frodo. In ballo, l’anello del Potere Televisivo. Che nel caso di Berlusconi-Sauron gli permetterebbe di estendere di nuovo il suo oscuro dominio sull’intero Paese. E lo spettacolo, divertente, abilmente costruito in crescendo, ha confermato una vecchia verità delle favole: i cattivi sono spesso assai più interessanti dei buoni.
Ecco qui brevemente le nostre pagelle.

Michele Santoro – 3
Fallisce miseramente la partita più importante. La sua performance televisiva è un po’ come per Marcello Lippi il mondiale sudafricano. Non azzecca una domanda, alza la voce fingendo di scandalizzarsi di cose che conosce benissimo, si muove impacciato e nervoso, stuzzica Berlusconi con rimbrotti alla Don Camillo e Peppone. Commette l’errore mortale di anteporre l’idiosincrasia personale al dibattito (sia pur di facciata) su crisi e disoccupazione: il servizio totalmente gratuito sul famoso episodio di Berlusconi che ignora la Merkel mentre parla al telefono, è sicuramente il nadir della sua carriera. Che da ieri sera ha forse iniziato una vertiginosa parabola discendente.

Marco Travaglio – 4
Mettere lui e Berlusconi nella stessa arena è come far recitare Buster Keaton e Peter Sellers sullo stesso palcoscenico: presi singolarmente fanno ridere entrambi, ma la mimica gelida e lo humor a scoppio ritardato del primo vengono annientati dallo stile debordante e pirotecnico dell’altro. Se la solita solfa sui finti complotti dell’ex-premier è decisamente fiacca e risaputa, il monologo su ciò che Berlusconi avrebbe potuto fare (e non ha fatto) in vent’anni di attività politica non sarebbe neanche tanto male se la prestazione di Travaglio non si fosse fermata alla solita scontata letterina e avesse –finalmente- rivolto domande esplicite al suo nemico di una vita. Non era l’occasione che aspettava da sempre?  E invece ha preferito giocare di difensiva, con discreta codardia. Ma la cosa più televisivamente imperdonabile è che ha ubbidito senza remore agli ordini sbruffoncelli del suo nemico come un fido maggiordomo; “Resta seduto!” e lui lo fa, rimanendo in silenzio per venti minuti nonostante sia in cattedra finché Santoro lo rispedisce a posto, “Alzati da lì!” e lui lo fa, incapace di gestire la sua già debole presenza scenica.

Luisella Costamagna – 4
Fa solo una o due domande, fin troppo rigida e composta, non ribatte, si eclissa e non parla più per tutta la serata, nonostante la regia continui a regalarle generosi primi piani.

Giulia Innocenzi – 5½
Rigida e composta come la Costamagna, sfiora però  la sufficienza perché a sorpresa è l’unica che riesce ad essere incisiva quando per un minuto mette quasi in difficoltà il Berlusca. La domanda sulla Bundes Bank che avrebbe ordinato di vendere i titoli italiani è ben congegnata perchè consapevole della prevedibile risposta negativa, a cui ribatte mostrando documenti ricevuti dalla Deutsche Bank.

Vauro – 6
Il migliore dei buoni. Efficace la sua uscita sul comunismo, simpatiche le sue vignette su Monti che copia la barzelletta della mela a Berlusconi mandandolo su tutte le furie, e ancora sul Professore che se la spassa con una giovane prostituta affermando che è la nipote da Mubarak e la polizia non ha nulla da aggiungere perché lui ha credibilità.

Silvio Berlusconi - 7
Il mattatore della serata. La repubblica televisiva è il suo regno e lui non ha mai smesso di sguazzarci dentro come un pesce pagliaccio nel mar dei Caraibi. Chi lo dava per bollito sbagliava alla grande: andare da Santoro è stato un colpo di genio, che gli ha permesso di resuscitare dalle sue ceneri e tornare agli antichi fasti. Padrone indiscusso della scena, sa come muoversi, quando alzarsi e quando restare seduto, a differenza dei conduttori dilettanti. Gagliardo, narcisista e sfrontato ma sempre con il sorriso appiccicato in faccia mentre Santoro si strugge nella bile.  E’ un delinquente e ormai tutti lo sanno, ed è per questo che le prediche di Travaglio e il fasullo strabuzzare gli occhi di Santoro non funzionano più. Ma in televisione non lo batte nessuno. Abile nello sfruttare gli errori grossolani del conduttore e nel riproporre con rinnovata energia le solite tragicomiche teorie del complotto, sbaglia solo in alcuni sfoghi senili (“Il comunismo è la più grande ideologia criminale della storia dell’umanità”), certi rimbrotti al conduttore- inutili visto che si era già in vantaggio-, e soprattutto con il gesto osceno di pulire la sedia dov’era seduto Travaglio, davvero troppo becero persino per lui. Ma la gente tornerà ad amarlo e a cantare Meno male che Silvio c’è in piazza.

Ha dunque recuperato l’Anello del Potere Televisivo? Può darsi.
Ma il Paese reale? Dov’è in tutto ciò?


mercoledì 9 gennaio 2013

Politici con problemi di prostata


Molti, troppi politici nostrani hanno problemi di prostata.
Come inevitabile conseguenza, le loro affermazioni diventano arraffazzonate, ripetitive e banali perchè la loro testa è altrove, è lì a captare timidi segnali dell’orologio in basso che da qualche decennio non funziona più bene.
Ma si sa, tutti i politici, davanti all’evidenza, negano. Attorniati dal solito stuolo di servi e servette che gli strisciano attorno come tanti viscidi gollum all’estenuante ricerca della raccomandazione che li sistemerà per sempre, continuano a sfoggiare la loro faccia dalla pelle cerulea e cadente come le orecchie di un cocker e l’imperituro sorriso a dentoni ormai rancidi che sembra voler dire: “Io vado a pisciare quando ne ho voglia, la mia prostata non fa scherzi, sono io che la controllo”. Ma in realtà in ogni momento hanno il terrore di vedere espandersi una chiazza maleodorante sul cavallo dei pantaloni. In parlamento c’è anche chi utilizza pannoloni ben incastrati tra la cinta e il pantalone in lino, per poi strizzare l’occhio alle giovani deputate pidielline credendo di emulare un considerevole pacco.
Ma la paura di pisciarsi addosso è la vera causa del disordine politico del Belpaese. Se i parlamentari italiani non fossero schiavi della loro ghiandola ribelle, forse riuscirebbero a trovare un accordo, a far approvare una legge utile che sia una, a riflettere in termini concreti su un progetto di sviluppo del paese piuttosto che ridursi a sterili vu parlà televisivi.   
Non vogliamo più politici con problemi di prostata. Vogliamo politici giovani che non sappiano neanche cosa sia, la prostata, tanto hanno da pensare ad altro. Vogliamo politici che sappiano trattenere pisciate da cavallo anche per uno o due giorni, e poi innaffiare con loro l’intero giardino di casa. Vogliamo politici sani di corpo e di spirito, che siano uomini liberi, che non siano schiavi di niente e di nessuno.
Saremmo anche lieti di finanziare con le nostre tasse le cure prostatiche dei politici malati, seguirne l’evoluzione e i referti medici, pur di star certi che tali individui si ritirino nella casa di cura dove meritano di trascorrere il resto dei loro giorni.
Eppur a questo punto ci sovviene che il nostro ragionamento, che finora ci sembrava impeccabile, ha una pecca. La prostatite non colpisce solo i vecchi. Ne soffrono anche tanti, troppi politici giovani. Glielo leggi nella vacuità dello sguardo, nelle chiacchiere a vuoto, nel terrore di disubbidire ai vegliardi di turno, nella grottesca incapacità di non essere servi.
Voci affidabili ci segnalano che l’onorevole Angelino Alfano, un pischello di appena quarant’anni, non riesce ad evitare di correre spesso in bagno durante le sedute parlamentari.

venerdì 13 aprile 2012

Scandalo Lega: casting del film "The family"


Ma perchè non ci girano un film?
Lo scandalo che ha colpito il Partito degli Ignorantoni del Nord, che da presunti paladini di una rozza etica politica si sono improvvisamente rivelati fratelli più che legittimi della famigerata Roma ladrona  (nonostante l’europarlamentare Borghezio, con il suo tipico aplomp british, inviti chiunque azzardi un simile paragone ad andare a prendersela nel c**o), è materia più che interessante per una grande commedia all’italiana. Titolo: naturalmente The family, come l’intestazione sulla cartella dei rimborsi elettorali gestiti dal buttafuori Belsito, in realtà destinati ai vizi privati della famiglia Bossi. E qualsiasi allusione alla tipica family mafiosa è piacevolmente non casuale. Lo vogliamo vedere, The family. Dunque, proviamo ad ipotizzarne il cast.   



Renzo Bossi. Il ragazzo più disprezzato d’Italia. Il figlio di papà che ha fatto volare l’antimerito all’italiana a vette prima di allora solo immaginate. Gli italiani gli hanno pagato per due anni lo stipendio di consigliere regionale. Nonchè diploma, macchina e laurea imminente.  Eppure, forse è persino sincero quando afferma di non sapere  nulla dell’uso dei soldi della Lega. Nelle sua palese ottusaggine, semplicemente non si è mai posto il problema della provenienza del denaro. A interpretare un simile personaggio ci sarebbe voluto l’Alvaro Vitali dei tempi d’oro, quello di Pierino col fischio o senza fischio, per intenderci. Ma visto che l’Alvarone nazionale ha già raggiunto i sessanta, dovremo accontentarci di Vittorio Emanuele Propizio, abbastanza avvezzo ai ruoli di ragazzotto ricco e vanesio (vedi la sua interpretazione in Grande grosso e Verdone o nel cinepanettone Natale a Rio).

Umberto Bossi. Il grande capo, l’uomo che ha saputo dare un nome al rancore e alla rabbia autonomista nel Nord Italia delle urla e dei forconi. Il politico del fora da i ball e del tricolore come carta igienica. Ovvero, quando il populismo supera ogni confine del pudore. Come rendere lo shakespeariano conflitto interiore di un uomo che alza il dito medio mentre ascolta l’inno della Nazione di cui è Ministro?  Ci vuole un attore di rango, senza dubbio. Abbiamo pensato allo svedese Max von Sidow, indimenticabile protagonista de Il settimo sigillo di Bergman,  già avvezzo a produzioni italiane (ha recitato per Rosi, Argento e altri registi nostrani). 


Manuela Marrone. Moglie di Umberto e baby pensionata dall’età di 39 anni.  Un volto piuttosto anonimo che nasconderebbe il vero cervello pragmatico e politico della Lega. Il personaggio chiave del Cerchio Magico. Crediamo che un’attrice di solida esperienza teatrale come Monica Guerritore sappia rendere  la complessità di questa donna discreta e spietata.




Rosi Mauro. La ciabattara del Senato. La donna in grado di trasformare una seduta parlamentare nella più  caciarona delle riunioni condominiali. Avrebbe comperato diploma e laurea in Svizzera al suo amante gigolò Piero Moscagiuro, cantante di Kooly Noody. Superfluo aggiungere altro. Invece che un'attrice, per impersonarla sul grande schermo scegliamo una cantante: Loredana Bertè. E chiediamo al regista di optare per la Bertè più grintosa e scalmanata. Quella di Non sono una signora, per intenderci.

 Francesco Belsito. L’unico buttafuori al mondo ad esser stato tesoriere di un partito al governo.  E si son visti i risultati. Lui, però, la sua laurea non l’ha comprata: era semplicemente falsa. Crediamo che un giovane attore dal fisico massiccio come Nicola Nocella (visto e apprezzato ne Il figlio più piccolo di Avati) sia il più adatto ad interpretare questo omaccione dal viso persino simpatico. Previa rasatura completa.

Roberto Calderoli. L’ex ministro che ha definito porcata una legge da lui ideata. Quello che afferma che alcune etnie hanno una maggiore propensione a delinquere.  Il fisico di Maurizio Mattioli ha innegabili affinità con quello flaccido e fuori forma di questo borioso panzone con una cassa di risonanza al posto del cervello. E vuoi mettere lo smacco di fare interpretare Calderoli da un attore che più romano non si può?

Roberto Castelli. L’ingegnere leghista che è stato Ministro della Giustizia (che c’azzecca? Mah...). Il frequentatore più assiduo dei salotti televisivi. Nonchè il più saccente, strafottente e odioso. La faccia che vorresti usare al posto del sacco della boxe. Antonio Catania, con occhiali e pettinatura appropriata, può somigliargli abbastanza. La versatilità dell’attore farà il resto.


Roberto Maroni. Il più pacato dei politici leghisti. Non dice neanche le parolacce. Ma il suo faccino umile da impiegatuccio tartassato dai superiori nasconde una perseveranza alla propria indole razzista a prova di Corte Europea dei Diritti Umani. Per interpretare questo personaggio discreto e inquietante scegliamo un attore dalle poche parole e la mimica alla Buster Keaton: Maurizio Nichetti. 


E voi, avete suggerimenti migliori per il casting di The family?


sabato 25 febbraio 2012

Fantozzi e Dell'Utri



Se nelle grotte di Postumia una stalattite millenaria si stacca dal solido manto roccioso e c’è Ugo Fantozzi nelle vicinanze, puoi star certo che gli cadrà in testa. Se c’è una bomba dalla miccia attivata e in procinto di esplodere, sicuramente finità nei suoi calzoni. Se un maldestro sciatore non riesce a controllare la direzione di atterraggio del suo salto dal trampolino e sfondando la finestra di un ristorante finisce addosso all’ultimo commensale di una lunga tavolata, sicuramente quel commensale è Ugo Fantozzi. Un ragazzino lancia in aria un boomerang che invece di tornare indietro prende una traiettoria inattesa e colpisce Fantozzi alla nuca. In un bar due signori giocano a biliardo, uno di loro colpisce la palla a mò di leva e questa schizza via dal tavolo e si incastra nella bocca di Fantozzi seduto al bancone. Un leone evade dallo zoo e corre affamato e aggressivo per le strade cittadine, ma tutti i passanti fanno in tempo a chiudersi nelle loro auto tranne uno che ha dimenticato le chiavi: Ugo Fantozzi.  
Come Fantozzi anche Marcello Dell’Utri, un signore canuto con l’espressione da cerbero che ha anche qualche vaga somiglianza fisica con il più famoso ragioniere d’Italia, sembra essere una calamita per la sfiga. Ma nel suo caso la sfiga ha contorni e caratteristiche meno variegate. Non stalattiti, bombe, leoni, boomerang o palle da biliardo: la sua sfiga sono i mafiosi. Questo distinto intellettuale bibliofilo è funestato dai mafiosi che come per caso si ritrovano ad essere involontarie comparse nella sua irreprensibile quotidianità. I mafiosi sbattono su Dell'Utri come gli asteroidi di una pioggia meteoritica sull'Enterprise di Star Wars. Piovono mafiosi su Dell’Utri, insomma. Che sfortunatamente sembra sprovvisto di ombrello.
Marcello Dell’Utri  ingaggia uno stalliere per la gestione dei cavalli del suo capo e si ritrova in casa il boss palermitano Mangano.
Marcello Dell’Utri va al ristorante “Le Colline Pistoiesi” di Milano, non ha prenotato e non c’è un tavolo libero, ma un gentile signore che sta festeggiando il compleanno lo invita ad unirisi alla sua combriccola. E quel gentile signore è il boss catanese Calderone.
Marcello Dell’Utri si reca a Londra per una mostra sugli Etruschi. Mentre osserva deliziato frontoni templari e bighe in bronzo, il pavimento improvvisamente cede e finisce sulla tavolata imbandita del ristorante sottostante dove si festeggia il matrimonio del mafioso Jimmy Fauci, principale gestore del traffico di droga tra Italia, Gran Bretagna e Canada.  
Marcello Dell’Utri incontra Silvio Berlusconi nell’ufficetto del sottoscala del palazzo della Edilnord. Convinti di trovarsi in un centro commerciale e alla ricerca della porta del cesso del piano terra, in quella stanzetta entrano anche i boss Bontate e Teresi.
Marcello Dell’Utri diventa amministratore delegato dalla Bresciano Costruzioni e nell’associazione iniziano a confluire come per caso capitali mafiosi, finchè deve chiudere per bancarotta fraudolenta.
Marcello Dell’Utri vuol preparare una cenetta a lume di candela per la sua adorata signora ma si accorge che non ha il sale per le sogliole gratinate, allora va a chiederlo ad un vicino di casa che non ha mai incontrato finora. Ma prima che il cordiale vicino gli porga il contenitore di coccio, la polizia irrompe bruscamente nell’appartamento e lo arresta: il vicino era il boss catanese Corallo.
E questi sono solo pochi esempi dell’ingerenza involontaria del signor Marcello Dell’Utri nella storia della mafia italiana. Un impressionante numero di sfigatissime coincidenze, a sentir lui. C’è da star certi che avrebbe preferito i boomerang e le palle da biliardo di Fantozzi. Ma Fantozzi è un personaggio di fantasia creato dal grande Paolo Villaggio, Marcello Dell’Utri è vivo e vegeto nonchè Senatore della Repubblica Italiana da undici anni. Amico personale di Silvio Berlusconi e fondatore e “ideologo” di Forza Italia. Condannato in secondo grado a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nell’agosto 2010, in virtù delle sue competenze di bibliofilo Marcello Dell’Utri fu invitato dall’associazione ParoLario di Como per un intervento sui presunti diari di Mussolini. Ferocemente contestato a colpi di “Mafioso”, “Baciamo le mani”, “Fuori la mafia dallo stato”, Dell’Utri non riuscì a proferire parola e fu costretto ad abbandonare la manifestazione scortato dalla polizia. Gli organizzatori infierirono sui manifestanti, colpevoli di inneggiare alla Costituzione senza rendersi conto che proprio in base alla Costituzione Marcello Dell’Utri non è mafioso, in quanto solamente condannato in secondo grado e non in Cassazione. Tecnicamente parlando, gli organizzatori di ParoLario hanno persino ragione. Ma si sa, i cavilli tecnici sono la manna del popolo dei senza-vergogna. E la contestazione di Como non ha nulla di tecnico, ma è piuttosto la cartina tornasole dell’esasperazione di una parte (ahimè, ancora piccola) di popolazione di fronte all’imbarazzante immoralità delle logiche di palazzo.
Nel giorno del trionfo giudiziario (leggasi: prescrizione) del più grande salesman della storia d’Italia, apprendiamo che la Cassazione si pronuncerà su Dell’Utri in data 9 marzo prossimo. E finalmente questa estenuante vicenda sarà finita. Il problema delle tragicommedie all’italiana è che alla lunga smettono di far ridere e cominciano a fare pena. Il caso Dell’Utri ha oltrepassato da tempo questa soglia. Per anni ci siamo sorbiti nelle interviste e nei talk show il presunto candore alla Forrest Gump di chi attraversa le vicende più scabrose della nostra storia recente fingendo di non capirci un accidente, e in più lanciandosi in esternazioni sull’eroismo di certi mafiosi che sono un insulto alle migliaia di vittime. Tra meno di due settimane, dunque, Marcello Dell’Utri verrà finalmente condannato in via definitiva e finirà al gabbio. Il copione della tragicommedia prevede l’indignazione dei parlamentari pidiellini che grideranno alla “scandalosa sentenza politica” e la pacata soddisfazione delle opposizioni. Meno contento sarà il popolo italiano, che per undici anni gli ha pagato lo stipendio di senatore. Ma si sa, probabilmente alzerà le spalle e si consolerà dicendo che tanto è tutto uno schifo.   


venerdì 1 luglio 2011

Conor Oberst


Conor Oberst, leader dei Bright Eyes, esce dalle quinte del Mirror Stage, il più piccolo dei due palchi allestiti nell’Azaleadalen di Göteborg per il Where the action is music festival, e il piccolo manipolo di fan svedesi accaparrati sulle transenne scrupolosamente occhieggiate dai ragazzoni della security si scioglie in ululati di gioia. 
Conor Oberst, pallidissimo, indossa grossi occhiali scuri, una camicia a quadretti e un paio di jeans a vita bassa. Conor Oberst manda un bacio con le mani alla piccola folla, afferra la chitarra posata sullo sgabello vicino alla batteria, regola con rapidità da esperto il microfono alla sua altezza di metro e quarantotto e parte in quarta con un brano indie dal ritmo un po’ frastornante, che immediatamente manda in visibilio il gruppetto di ragazzetti biondini alle transenne. Conor Oberst dà le spalle al pubblico e inizia a saltare come un idiota.  Agita furiosamente la testa nelle pause vocali al ritmo di batteria e basso, un piccolo vortice di capelli castano scuro da cui improvvisamente schizzano via un paio di occhiali, ma non fa niente, Conor Oberst si volta di nuovo verso il pubblico con gli occhioni spiritati in bella vista e forse pensa “tanto credono che l’ho fatto apposta”, ma noi non ci caschiamo.  Al termine della canzone, la prima interazione con il pubblico. 
“Nice to be here... in this lovely day...”. 
I fan ormai già in pre-orgasmo. 
“A lovely day in the park”, aggiunge poi in assoluta ridondanza,  ma dice “in the park” col tono placido e soffuso di chi è convinto di caricare le parole più banali di fascinosi e arcani parallelismi. Poi dà di nuovo le spalle al pubblico, beve qualcosa da un bicchiere di plastica semitrasparente delle dimensioni di una teiera, recupera gli occhiali da terra e parte con un altro brano. Alla seconda pausa torna ad interagire, stavolta abbandona la sua aria da genietto ribelle che fa tanto muffa e prova a fare il simpatico: “Are you doing this every Tuesday? Maybe I should move here...”. Visibilio dei fan. Beve di nuovo dal bicchiere-teiera, sputa a terra e parte una nuova canzone,  quindi torna a saltare in alto e all’indietro, a scorrazzare su e giù per il palco con microfono e chitarra indosso, senza mai guardare dove mette i piedi, sicuro del suo habitat come un leone nella savana. Ma non si accorge che quell’habitat è pieno di ostacoli come cavi elettrici, sgabelli, tastiere e aste per microfoni, e nonostante un membro della crew si faccia un quattro per sgombrargli la strada durante i suoi deliranti girotondi, Conor Oberst rischia di inciampare più volte e finisce quasi per cadere all’indietro sopra l’emaciato e pallido ragazzetto mingherlino e rossiccio che suona diligentemente il basso, salvo poi riprendersi con un maldestro movimento a frusta del busto da aspirante molleggiato.  Poi torna a parlare con il pubblico e non si rende conto che ha il cavo del microfono imbrigliato tra le gambe per metà della lunghezza e ovviamente il jack è staccato, il pubblico gli dice che non sente nulla ma lui non li ascolta e continua a parlare, mentre il solito sfortunato membro della crew scivola di nuovo sul palco di soppiatto e risolve la situazione sbrogliando il cavo dalle gambe del superdivo. Conor Oberst beve ancora e sputa ancora. Il concerto continua e Conor Oberst gesticola per enfatizzare la potenza verbale dei suoi testi, agita l’indice quando canta “No! No! No!” e muove le braccia in aria quando dice “Big! Big! Big!”, mentre scuote su e giù la testa e i lunghi capelli scuri gli si riversano sul viso. Poi  torna il saltellìo, stavolta con una gamba sola e la chitarra tesa in avanti e suonata con un solo dito, i fan in tripudio. E quando le parole del suo brano si fanno sempre più rarefatte e ispirate, per contrasto si slaccia l’ultimo bottone della camicia mimando l’inizio di uno striptease e lasciando intravedere una pancia non proprio da copertina di Men’s Healt, ma donne e uomini lanciano ululati acuti. Poco importa se si tratta di un gesto degno del più tamarro dei cantanti pop per ragazzine dodicenni alle prime crisi ormonali.  Ma immediatamente recupera il contegno del grande artista che non si concede facilmente, e in una pausa afferma con glaciale serietà come il palco sia un'illusione, tutto ciò che vi accade sopra è un'illusione, la vita è un'illusione e altre leggendarie perle di qualunquismo.
Alla fine, a sorpresa, si siede e salta giù dal palco, stavolta le urla acute dei pochi fan forano i timpani, alcuni sono forse delusi di scoprirlo così basso. Conor Oberst corre su e giù sfiorando le mani dei fan come farebbe un calciatore dopo aver segnato il gol decisivo alla finale dei mondiali, complicando un bel po’ la vita ad uno degli omoni della security che deve stargli dietro. Poi si volta verso il palco, lancia un’occhiata all’omone della security che gli fa scaletta con le mani permettendogli di salire. Quindi si rivolge al pubblico e dice “I love you all”. Esausto, sputa sotto il palco a pochi centimetri dalla transenna e dal pubblico.
Conor Oberst è un ragazzo poco educato. Ma neanche davvero maleducato, purtroppo. Conor Oberst è un cafone con un po' di talento e tanta spocchia da Poeta del Nostro Tempo. Piace ai fanatici della musica indie che si lasciano sedurre da musichette orecchiabili e un’accozzaglia di parole generiche e furbette a cui è fin troppo facile identificarsi.
Ma a noi non ci freghi, caro Conor. 

sabato 11 giugno 2011

Andrea Di Sorte vs. Antonio Di Pietro



Strana cosa l’ilarità. Capita a volte di sbellicarsi per situazioni e battute banali e insulse e sorridere appena per altre che sono invece graffianti e geniali. Perché? Perché è la ridicolaggine, l’incertezza nel pronunciarle, l’incompetenza nel padroneggiare i tempi comici a renderle involontariamente irresistibili. Non si ride per la battuta in sè, insomma, ma per la situazione grottesca che il maldestro umorista si trova suo malgrado a creare. Un esempio proprio ieri, nell’ormai già storica ultima puntata di Annozero (vedi il video sopra). Si  parla del referendum di domenica e lunedì (a proposito, chi può VADA a votare SI), e in particolare del quesito sul legittimo impedimento (ossia: vuoi che un ladro e un corruttore e un pappone vada in carcere anche se nel tempo libero fa il Presidente del Consiglio dei Ministri?). Come sempre ad Annozero, la discussione è tutt’altro che distesa. Ad un certo punto Giulia Innocenzi prende la parola per introdurre tale Andrea Di Sorte, che pare sia coordinatore dei “club della libertà” (sigh...) nonchè seguitissimo blogger pidiellino, e chiede le ragioni per cui ha deciso di non andare a votare. Invece di sfruttare ogni secondo del poco tempo concesso e andare subito al sodo, il Di Sorte azzera il climax della discussione con la seguente digressione:

“Permettimi solamente di fare una battuta che è uscita questa sera, è una grande verità.... Di Pietro ha chiamato Grillo collega, finalmente sappiamo che anche lei è un comico, questa è una grande, è una grande...”

E qui viene interrotto dal leader dell'Italia dei Valori che con la mano destra sulla faccia in posizione urlatore di giornali lo incalza dicendo che Grillo è un cittadino prima che un comico, il cittadino Grillo, il cittadino! Di Sorte prova a sovrastare il vocione baritonale del rozzo ma efficace politico molisano ribadendo:

“AVEVAMO QUALCHE SOSPETTO... avevamo qualche sospetto, stasera m’ha fugato il dubbio...”

mentre Di Pietro continua con il cittadino Grillo, il cittadino Grillo!
La Innocenzi  cerca di riportare il discorso sul legittimo impedimento ma dopo una scena del genere il blogger  ha ormai perso qualsiasi credibilità. Abbiamo visto e rivisto questo breve episodio, risate grasse, quasi le lacrime agli occhi. Perchè ci fa tanto ridere? E soprattutto, perché abbiamo deciso di dedicarci un post? In realtà la battuta del Di Sorte è così banale che persino Berlusconi ci penserebbe due volte prima di pronunciarla. Ma la testardaggine dell’ improvvisato (e pessimo) umorista nel trovare un pretesto per la tipica invettiva pidiellina sull’odiatissimo Di Pietro nonostante sia completamente gratuita e avulsa dal discorso, il suo evidente nervosismo, l’assoluta ignoranza dei tempi comici, lo sforzo per mantenere il controllo davanti alla reazione del leader dell’Italia dei Valori... tutto ciò rende questo episodio esilarante ed emblematico.  Anche più della sfuriata di Santoro su RAI e partiti, di Brunetta che sfotte chi applaude il conduttore, dell’invito di Castelli a non pagare il canone, delle varie risse da pollaio in cui tutti si parlano sopra e non si capisce nulla. Perchè ormai il dibattito politico/televisivo (c’è differenza?) italiano è diventato questo. Una tragicommedia dove i tempi comici non funzionano più. E si ride quando non si dovrebbe, per i motivi sbagliati. 

sabato 19 marzo 2011

L'insostenibile pressapochismo di Luca Luciani


Trascriviamo con scrupolo filologico il discorso con cui Luca Luciani, numero uno di Tim Brasil e indicato come futuro direttore generale di Telecom Italia, ha incitato alla riscossa i venditori Tim in una convention a Roma:

“Questo è il messaggio a cui tengo molto. Perché ho la faccia incazzata? Ho la faccia incazzata perché respiro... sfiducia, respiro... aria di aspettativa, respiro... quelle facce da senso critico come quando uno vede una partita di pallone non ce la fa tutti sono professori... perchè? Perchè la gente legge i giornali, vede il titolo, si rimbalza, si crea dei grandi film che sono tutte cazzate. Oggi non parlo di Alessandro parlo di Napoleone. Napoleone a Waterloo, una pianura, in Belgio, fece il suo capolavoro. Tutti lo davano per fatto, per cotto, per la supremazia degli avversari, ci aveva cinque grandissime nazioni contro, delle forze in campo. Però strategia, chiarezza delle idee, determinazione, forza, Napoleone fece il suo capolavoro a Waterloo. Allora le facce scettiche, le facce di..., non servono a un cazzo. Questa è una delle aziende più belle che esiste al mondo. E allora, forte di questa convinzione, noi dobbiamo dimostrare che questo è un fatto. Piangersi addosso non serve assolutamente a niente. E come nel momento duro, dagli spalti la gente ti dice “Eh, la squadra non gira, non corrono...”, bene: correte di più, stringete i denti. Prova di carattere. E allora dagli spalti vi applaudiranno. Perchè voi andrete e segnerete. Come fece Napoletone a Waterloo.”

Non è intenzione in questa sede commentare la clamorosa gaffe storica di Napoleone (o Napoletone?) vincitore a Waterloo, su cui già si è detto e ironizzato tanto sul web. E neanche liquidare con facile sarcasmo la persona di Luca Luciani, di cui non sappiamo nulla, e magari al di là di questo increscioso episodio è anche un manager di valore.
Immaginiamo piuttosto che la scena vista appartenga ad una di quelle caustiche commedie all’italiana del tempo che fu. Uno di quei film che non si vergognavano di mettere in scena i mostri dell’Italia di ieri e che oggi sono sempre più rari (i film, non i mostri...). Cosa vedremmo in questa commedia? Un manager belloccio, fisico ma anche espressività facciale da tronista, convinto del proprio carisma, che sembra ripetere a memoria un discorso che lui crede assai colto, ma non si accorge di un’imbarazzante povertà di linguaggio (ma come si fa a dire “una partita di pallone”? Aveva forse in mente la canzone di Rita Pavone?), dell’incapacità di usare congiuntivi o costruire periodi complessi senza perdersi per strada. E soprattutto, di usare espressioni appropriate e similitudini che non siano assolutamente fumose.  
Un paio di esempi.  Luciani è infastidito dal respirare “aria di aspettativa” e quelle che chiama “facce da senso critico” (si respirano???). E per spiegarsi meglio, usa la più risaputa delle similitudini sportive. Le “facce da senso critico” di quelli che si ergono a giudici delle scelte tattiche di un allenatore o delle capacità di un giocatore in una partita di calcio. Almeno questo è quello che crediamo di intuire dalla frase usata da Luciani:

“quelle facce da senso critico come quando uno vede una partita di pallone non ce la fa tutti sono professori”

Non bisogna avere spirito critico, sembra dirci Luciani, non siamo tutti professori.  Se non si è professori è meglio stare zitti. Anche perché, continua:

“la gente legge i giornali, vede il titolo, si rimbalza, si crea dei grandi film che sono tutte cazzate”

Ovvero, all’incirca, la gente si lascia influenzare dai titoli dei giornali e costruisce convinzioni che poi si rivelano castelli di carta (il soggetto del “si rimbalza” ci rimane ancora ignoto).
Luciani non si accorge della contraddizione insita in queste due frasi del suo discorso. Non se ne accorge perché forse nella sua testa non c’è, ma purtroppo nel linguaggio da lui utilizzato esiste eccome. In sostanza, ciò che Luciani afferma, forse convinto di dire altro, è che non bisogna avere aspettative (su cosa???), non bisogna essere critici e infine non bisogna lasciarsi influenzare da ciò che dicono gli altri.
Caro Luca, di solito è chi non ha senso critico che si lascia influenzare facilmente da gli altri, e non viceversa. E se fosse vero, come suggerisci tu, che non bisogna “criticare”, ciò dovrebbe valere anche per te che invece sembri convinto di riconoscere “i professori” da chi del “senso critico” ha solo la “faccia”.
Le parole sono importanti, chi parla male pensa male, vive male, diceva Nanni Moretti.
E in un monologo che alla fine partorisce il solito trito incoraggiamento a "stringere i denti", ciò che più sorprende è la sicurezza con cui Luciani sembra convinto di sdoganare il linguaggio da simil-caserma agli alti livelli manageriali.  L’utilizzo di espressioni come “faccia incazzata”, “sono tutte cazzate”, “non servono a un cazzo” appare tutt’altro che spontaneo e in tal senso lontanissimo dall’essere liberatorio o irriverente. Sembra infatti che Luciani abbia riflettuto a lungo su dove spingere i confini del suo linguaggio, con l'ambizione forse di fondare un nuovo paradigma della comunicazione manageriale. Tempo perso, caro Luca. Forse sarebbe stato più utile cercare Napoleone su Wikipedia. 
Il Luca Luciani di questo video è un grande mostro da commedia all'italiana. Perfetta immagine dell'arrivista che si fa strada sgomitando e sfoggiando pressapochismo da battaglia. Perché l'importante è avere la "faccia incazzata", e poco conta se non si è in grado di spiegarne il motivo. Quanto poi questa immagine corrisponda alla vera persona di Luciani, non siamo in grado di dirlo. Per ora ci godiamo lo spettacolo.