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mercoledì 2 dicembre 2015

La laurea a 28 anni

Grande irritazione hanno destato la settimana scorsa le parole del ministro Poletti. Prendere una laurea a 28 anni non serve a nulla, anche se con il massimo dei voti, ci dice lui.  Per l'ex viceministro Michel Martone, invece, chi a 28 anni la laurea non ce l'ha, è semplicemente uno sfigato.  Un'età davvero infelice quella dei 28, insomma, almeno in Italia, il paese dove i giovani sono troppo choosy, per citare un altro fenomeno della politica recente.
Ma insomma, come si permettono questi politici?, si chiedono tutti. E' facile per loro parlare così,  hanno sempre avuto la strada spianata e non certo per merito! Non dovrebbero proprio parlare loro! E poveri giovani!
Ebbene, sarò impopolare, ma credo che tali politici tutto sommato abbiamo ragione. Certo, può infastidire che a disquisire sull'età della laurea sia un individuo che la laurea neanche ce l'ha. Ma quel che dicono, estrapolato da facili strumentalismi, riflette una realtà scomoda ma abbastanza nitida per chi sa mettere da parte la lente deformante del vittimismo.
Chi si offende per le esternazioni di Poletti, Martone e Fornero, è in un certo senso figlio della stessa mentalità che tali problemi li ha generati. La mentalità della laurea a tutti i costi, inculcata alla maggiorparte dei giovincelli italiani non certo per amore di cultura, ma per ricerca di (stupido) prestigio sociale. E per il miraggio di un buon lavoro, anche se ormai nessuno ci crede piu'. Il messaggio che arriva ai diciottenni da scuola e famiglia, è che se non hai la laurea sei un perdente, un individuo di serie B. Bisogna iscriversi a tutti i costi all'università e diventare Dottori. Anche se non si è affatto portati. E così le facoltà di medicina sono piene di studenti terrorizzati dalla vista di una goccia di sangue, e le facoltà di ingegneria di ragazzi che non hanno mai avuto le idee chiare sulle equazioni di primo grado.
Laurearsi a 28 anni, quando si e' matricole a 19, vuol dire essere stati fuori corso per almeno tre o quattro. Diciamolo senza giri di parole: se si resta fuori corso tutto quel tempo, vuol dire che non si è tagliati per quella laurea. Per mancanza di interesse o di attitudini specifiche. O forse non si è portati per lo studio in generale. E qui qualcuno dirà: e gli studenti lavoratori? E' ovvio che restano fuori corso, devono lavorare per mantenersi e studiare, è durissima! D'accordo, tanto di cappello ai veri studenti lavoratori (io non ero uno di loro e li ammiro molto), ma in quanti casi quello di dover "studiare e lavorare" è soprattutto un alibi per giustificare una troppo lunga permanenza universitaria? Ho conosciuto dozzine di ragazzi fuori corso che si vantavano di "studiare e lavorare" , ma il loro lavoro era magari fare servizio in un agriturismo un sabato sera al mese.  Gli studenti americani lavorano e studiano sul serio, quotidianamente, e riescono a finire gli studi nel tempo previsto, altrimenti sono espulsi o diventa semplicemente troppo costoso proseguire.
Personalmente sarei anch'io per un aumento significativo delle tasse per gli studenti fuori corso, almeno per quelli senza una valida motivazione per il loro ritardo. Ciò funzionerebbe come un disincentivo a iscriversi a certe facoltà per cui non si è tagliati. Si avrebbero meno laureati (tanto la domanda non è certo esorbitante, ma questo è un altro discorso...) però  più giovani e bravi, e si eviterebbe che trentacinquenni neolaureati rubino il posto a più capaci colleghi venticinquenni, solo perchè hanno lo stesso "pezzo di carta" e migliori conoscenze. Si restituirebbe valore a titoli inflazionati. Ma soprattutto, crollerebbe il mito dell'università come parcheggio per i nullafacenti; il prezzo del parchimetro è troppo  alto, accomodarsi fuori, grazie.
Il lamento generalizzato per le condizioni infelici su cui versano tantissimi giovani e' in molti casi una scappatoia per chi non ha mai mosso un dito in vita sua e si adagia comodamente nella parte della vittima di un sistema iniquo. Ignorando che tale iniquita' deriva proprio da atteggiamenti cosi'. Di chi si iscrive all'universita' per il "pezzo di carta" e ci resta dieci anni o piu', magari lamentandosi dei professori che "ce l'hanno con lui", e raggiunto finalmente il traguardo e scoprendosi disoccupato, si lamenta del sistema che ha contruibuito ad ingolfare.
L'università non è per tutti, insomma, bisogna meritarsela. E sudarsela. Uno studente di 28 anni, è uno studente vecchio che nella vita avrebbe dovuto fare altro.
Ciò non vuol dire che chi non è tagliato per l'università sia uno stupido o un individuo di intelligenza inferiore. Basti pensare ai tanti personaggi brillanti del nostro tempo sprovvisti di laurea (non mi riferisco certo al ministro Poletti). Semplicemente, ha una forma mentis differente. Personalmente, poi, credo sia più ammirevole un ragazzo che a diciannove anni decide di aprire una sua attività e portarla avanti con energia ed entusiasmo, di un altro che passa le giornate davanti ai libri imparandone a memoria il contenuto e dimenticandosene due minuti dopo l'esame.
Ogni giovane dovrebbe liberarsi della zavorra di una mentalità sbagliata prima di fare le scelte sul suo futuro, con la consapevolezza che non può permettersi il lusso di essere pigro. Se così sarà, non sarà mai uno sfigato.

giovedì 8 ottobre 2015

Riflessione generale sul Movimento Cinque Stelle

La politica per slogan e il gioco al ribasso. Ecco le armi di distrazione di massa del Movimento Cinque stelle. Noi ci tagliamo gli stipendi e finanziamo la piccola e media impresa, i politici di professione pensano solo alla poltrona, la politica regala miliardi alle banche e poi dicono che non ci sono i soldi per il reddito di cittadinanza, eccetera eccetera.
Li criticano per il comportamento poco ortodosso in parlamento, per le fandonie del loro leader, per la logica autoritaria delle espulsioni? Però il PD fa e dice peggio, dicono loro.
Fanno tutti schifo, non possiamo fare peggio, insomma.
Tutto ciò funziona e accresce i consensi, nell'epoca dell'imbecillimento di massa, e Casaleggio e Grillo lo sanno bene.
Altro che "movimento dal basso", non siamo in Spagna, il Movimento Cinque Stelle è lontano anni luce da Podemos. Il Movimento Cinque Stelle nasce dal preciso disegno imprenditoriale di un manager milionario che sa come sfruttare il malcontento generale e le favole moderne.
La favola della rete, in particolare, che illude ogni imbecille di poter aver voce ed essere ascoltato, di incidere nella realtà di oggi. Peccato che la sua voce cristallina e preziosa finisca poi nel gorgo annichilente dei server privati della Casaleggio Associati, probabilmente il luogo più misterioso dell'intero universo insieme alla galassia ellittica del Centauro. E che sia la Casaleggio Associati a decidere quali voci vadano amplificate e quali relegate all'oblio più profondo.
Il Movimento Cinque Stelle è piuttosto l'ultima frontiera dei reality show. Dove non si vince una carriera nella tv o nel cinema, ma potenzialmente il governo di un paese. Una banda di perfetti sconosciuti senza merito alcuno opportunamente selezionati per entrare nei salotti della politica; il pubblico segue le loro gesta, si appassiona al più bello o al più grezzo e lo vota come premier (anche se poi  in realtà alla fine decide tutto il gran capoccia Gianroberto).
La favola, ancora, che persone comuni possano dal nulla aspirare ai vertici della politica nazionale. Nessuno che si chieda, però, se tali persone comuni abbiano anche qualche neurone in testa. Ma conta davvero, poi, avere talento ed esperienza?  No di certo, vale la convinzione candida che basti essere onesto per amministrare un paese complesso come l'Italia. D'altronde, si sa che il Candido di Voltaire avrebbe governato la Francia meglio di Luigi XIV. E che Forrest Gump avrebbe fatto le scarpe a Nixon, Clinton, e Obama messi insieme.
Basta saper recitare slogan, cercare l'applauso facile. Come fa Luigi Di Maio, un fenomeno del reality M5S, nonchè quasi sicuramente prossimo candidato premier. D'accordo, Di Maio è giovane, telegenico, bravo nel contraddittorio televisivo e nel ripetere efficacemente la lezioncina di Grillo e Casaleggio. Ma cosa ha fatto quest'uomo nella vita? Ben poco, a dire vero, basta dare un'occhiata a Wikipedia. Dopo il diploma si è iscritto a ingegneria, poi ha mollato e si è iscritto a giurisprudenza, dove attualmente è studente fuori corso da diversi anni. Qualche lavoro saltuario come webmaster. Fine. E questa persona avrebbe l'esperienza necessaria per governare uno dei paesi più importanti del mondo?
Analogo discorso si potrebbe fare per Alessandro Di Battista (che se la fa sotto all'idea di candidarsi sindaco a Roma), Roberta Lombardo, Paola Taverna, Carlo Sibilia e tanti altri. Personaggi venuti dal nulla e senza alcun talento se non una certa efficacia da televendita.
Forse ci vorranno anni per capire se questa specie di minchioneria 2.0 sia una sorta di temporaneo rigurgito isterico al ventennio berlusconiano, o se sia un fenomeno più complesso e radicale, legato all'impoverimento culturale, alla finta democratizzazione dei nuovi media, al disorientamento da sovrainformazione. Forse è tempo di spegnere l'iPad. E rileggere Orwell.

sabato 5 luglio 2014

I tronisti 2.0 del Movimento 5 Stelle


Negli ultimi anni una strana metamorfosi ha colpito i tronisti degli show di Maria De Filippi. Per intenderci, quei mascelloni tutti pettorali e bicipiti che riempivano i palinsesti Mediaset del primo pomeriggio, corteggiati secondo stilemi medievali da un esercito di sciacquette in cerca di popolarità.
La metamorfosi si è espressa con l'asciugamento di gran parte della massa muscolare, l'ingentilimento dei tratti somatici, il sensibile miglioramento della dizione, e soprattuto, l'inculcamento di massicce dosi di nozionismo politico. Ed eccoli lì, i tronisti 2.0. La matrona Maria De Filippi rimpiazzata dall'invisibile capocomico Gianroberto Casaleggio. Amministratore delegato della Caseggio Associati. L'unica azienda di marketing al mondo con una sua lobby -il Movimento 5 Stelle- in un parlamento nazionale.
Inizialmente costretti a rimanere nell'ombra, dopo il cambio di strategia della Casaleggio Associati si son trasformati in belve a briglia sciolta, affamati di riflettori e celebrità. Strepitosi venditori del loro prodotto politico. Ce ne sarebbero da citare tanti, ma in questo post ci limitiamo a tre figure tra le più popolari ed efficaci: Alessandro Di Battista, Andrea Scanzi, Luigi Di Maio. Belli, intelligenti (?), intellettualmente puri (???). Tre asset fondamentali per il partito azienda di Gianroberto Casaleggio. Esaminiamoli uno ad uno.

Alessandro Di Battista
Trentasei anni, dal 2013 vicepresidente della commissione Affari Esteri della Camera. Non si capisce bene cosa abbia fatto nella vita prima del suo exploit politico. Il suo curriculum vanta generiche collaborazioni con organizzazioni no profit e progetti educativi e produttivi in Congo e Guatemala. Per carità, ammirevole. Ma qualche dettaglio in più, no? Anche se davanti alle telecamere inumidisce gli occhi con consumata abilità quando afferma che "la cosa che gli piace di più al mondo è scrivere", ha all'attivo soltanto qualche post sul blog di Grillo e un reportage sui sicari colombiani commissionato dallo stesso Casaleggio, e che ha forse venduto due o tre copie nonostante lo stesso editore continui periodicamente a piazzarne i banner nella home page del blog di Grillo dopo ogni apparizione televisiva del nostro. Parlamentare dall'attività politica praticamente nulla ( a sentire il "dissidente" Orellana, si sveglia solo se c'è qualche telecamera intorno),  urlatore con l'aplomb di rivoluzionario d'altri tempi ("Qui fuori gli italiani hanno fame e voi gli avete tolto il pane!"), esagitato ma non troppo per non turbare la sensibilità delle casalinghe di Voghera che nella classifica di gradimento lo hanno ormai sostituito al vecchio Costantino Vitagliano. Dispensatore di ovvietà ("In questo paese un condannato non può fare il bidello ma può sedersi a legiferare!"), abile elargitore di sorrisetti se inquadrato in primo piano, risibile predicatore dell'utopia della democrazia diretta da attuarsi nei server della Casaleggio Associati, è un personaggio fondamentalmente inetto, prodigatore del nulla,  che a volte la spara talmente grande ("La mafia è Civati!") che persino il suo capocomico è costretto a dilazionarne le apparizioni televisive. 

Andrea Scanzi
Giornalista del Fatto Quotidiano. Ma anche autore teatrale, attore e scrittore. Si intende di politica, musica, teatro, calcio, automobilismo, letteratura, cinema, vini e cani. E anche di altro che non ci sovviene. Non è in Parlamento, non è neanche iscritto al Movimento 5 Stelle, allora perchè lo includiamo tra gli asset della Casaleggio Associati? Siamo proprio stupidi.
A sentir lui, un giornalista vero, scomodo, che non si piega, che racconta la verità e mantiene la sua indipendenza intellettuale senza mai scendere a compromessi. Divertente.
L'uomo che "sfancula Grillo ogni giorno", ma nello stesso articolo non dimentica mai di dire che il PD in circostanze analoghe ha fatto peggio. Emblema del giornalismo politico ridotto ad una gara al ribasso, che punta direttamente alla pancia degli italiani senza mai innalzarsi dalla sterile "guerra tra bande". Penna piuttosto scialba, dal sarcasmo prevedivile e ripetitivo che a tratti ricorda il peggior Jerry Calà (una perla per tutte, Renzi Cipì come Citrullino Pingue), è decisamente più garbato in televisione, forte di un innegabile talento nel contraddittorio che permette di dire nulla fingendo di  avere una valanga di contenuti.
Iper-narcisista per sua esplicita ammissione, spende un sacco di tempo nello smontare gli argomenti di chiunque critichi il suo atteggiamento o i suoi interventi o il suo "pensiero". Ma un giornalista  "vero" non dovrebbe avere ben altri pensieri che sprecare tempo con chi se la prende con lui?

Luigi Di Maio
Neanche ventotto anni, vice-presidente della Camera. Il più giovane, il più intelligente e il più bello (anche se con le luci giuste Di Battista è più fotogenico nei primi piani). Studente di giurisprudenza (la laurea che non arriva è l'unica "macchia" della sua carriera), e attivista della prima ora del Movimento 5 Stelle, ha dalla sua un atteggiamento pacato e razionale che bilancia perfettamente i toni sopra le righe di Beppe Grillo e colleghi, estendendo il consenso elettorale a quella fascia di popolazione infastidita dalle parolacce del comico genovese. Sempre elegante, faccia da bravo ragazzo, l'uomo che le casalinghe di Voghera vorrebbero come genero. L'inattesa cadenza partenopea che si insinua in alcune esclamazioni gli restituisce un'immagine di scugnizzo ripulito che lo rende più umano e "vicino" alla gente.  Abilissimo nel contraddittorio televisivo, Luigi Di Maio è una strepitosa macchina del consenso che non ha eguali nel Movimento. Per questo è una delle figure più ricorrenti nei talk show televisivi. A volte bisogna addirittura riflettere una decina di secondi prima di rendersi conto che non c'è poi sostanza nei suoi argomenti, improntati alla solita scontata condanna delle brutture della malapolitica e a proposte generiche e irrealistiche come il reddito di cittadinanza. Ma la maggiorparte del pubblico televisivo non ha voglia di riflettere quella decina di secondi, si sa.

Saranno tali tronisti 2.0 in grado di far del bene al Paese? A voi l'ardua sentenza.

venerdì 30 maggio 2014

Il gatto e la volpe


Quanta fretta, ma dove corri, dove vai ?
Se ci ascolti per un momento, capirai,
lui è il gatto, ed io la volpe,
stiamo in società, di noi ti puoi fidar.
Puoi parlarci dei tuoi problemi, dei tuoi guai
i migliori in questo campo siamo noi
è una ditta specializzata
fai un contratto e vedrai
che non ti pentirai...
Noi scopriamo talenti e non sbagliamo mai
noi sapremo sfruttare le tue qualità
dacci solo quattro monete
e ti iscriviamo al concorso
per la celebrità...!
Non vedi che è un vero affare
non perdere l'occasione
sennò poi te ne pentirai.
Non capita tutti i giorni
di avere due consulenti
due impresari, che si fanno
in quattro per te...!
Avanti non perder tempo firma qua
è un contratto, è legale, è una formalità
tu ci cedi tutti i diritti
e noi faremo di te
un divo da hit parade !
Quanta fretta, ma dove corri, dove vai ?
Che fortuna che hai avuto ad incontrare noi
lui è il gatto ed io la volpe
stiamo in società, di noi ti puoi fidare...
di noi ti puoi fidar...
di noi ti puoi fidar...

(Edoardo Bennato)


domenica 15 settembre 2013

Il genio sottile di Gianroberto Casaleggio


L’Italia è in mano ad un imprenditore, che manovra abilmente gli strumenti di comunicazione in suo possesso alla spietata ricerca del consenso elettorale, che poi impiega allo scopo di accrescere il tornaconto economico della propria azienda.
No, vi sbagliate, non stiamo parlando di Berlusconi. Ne parlano fino allo sfinimento eserciti di giornalisti orbi ossessionati dal cogliere ogni colpetto di tosse o verdurina incastrata tra i suoi dentoni rifatti, associandogli colossali tracolli dei massimi sistemi democratici.  Come se un vecchietto dai capelli finti, corrotto e puttaniere, al nadir della sua carriera politica possa davvero rappresentare un pericolo per la democrazia del nostro Paese e non essere solamente –quello sì- causa di una situazione di stallo.   
L’imprenditore di cui parliamo è Gianroberto Casaleggio, presidente della Casaleggio Associati s.r.l, una società informatica che si occupa di strategie di rete, e, soprattutto, co-fondatore con Beppe Grillo del Movimento Cinque Stelle, la più grande novità politica degli ultimi decenni. Casaleggio è il curatore del blog di Grillo, il blog più visitato al mondo nonchè principale organo di divulgazione delle idee del Movimento, che ha garantito ingenti guadagni alla Casaleggio Associati. Nato nel 2009, nel giro di pochi anni il Movimento di Casaleggio e Grillo è riuscito a diventare la prima forza politica del Paese raggiungendo ben il 25% dei voti alle politiche di Febbraio scorso. Con il vanto di non aver mai fatto uso di soldi pubblici per la campagna elettorale e soprattutto di aver utilizzato la Rete come unico strumento di aggregazione collettiva rifiutando canali di comunicazione tradizionali come giornali e televisioni.
Il messaggio della Rete come entità quasi esoterica in grado di nobilitare il popolo con la Verità che viene invece distorta dai media tradizionali, ha abbindolato milioni di italiani avviliti dalla crisi economica e dal marciume della politica tradizionale.   
Ma cosa c’è di vero in tutto ciò? Ben poco, a dire il vero.
Per definizione, la presunta Rete tanto idealizzata da Casaleggio e Grillo dovrebbe essere un medium senza gerarchie, dove le opinioni di qualsiasi individuo abbiano lo stesso valore, in senso utopisticamente iper-democratico. Ma Casaleggio non utilizza la Rete come piattaforma di condivisione delle idee, quanto come un diretto replacement del mezzo televisivo. La comunicazione di Grillo sul suo blog avviene infatti secondo i dettami del binomio leader-popolo che ha fatto la fortuna, ad esempio, dello stesso Berlusconi: sul blog di Grillo non c’è vera condivisione di idee, soltanto i post del leader che si guarda bene dal rispondere ai centinaia di commenti che piovono a cascata.  L’identificazione leader-partito (di nuovo, elemento tipicamente berlusconiano) è confermata anche dall’assenza di un vero e proprio sito/piattaforma per il Movimento Cinque Stelle, che si appoggia infatti al sito di Grillo. Il discusso divieto ai grillini di partecipare ai talk show televisivi, ipocritamente giustificato come un rifiuto snobistico dei vecchi media asserviti al potere, è piuttosto un chiaro tentativo di mantenere la centralità del Movimento sul suo leader ed evitare che qualcuno degli iscritti riesca davvero a farsi notare al pubblico di massa.
La Rete utilizzata come broadcaster delle idee di un singolo non si discosta affatto dalla televisione tradizionale, poco conta se venga fruita su uno schermo tv o su quello di un laptop.
Lo stesso Beppe Grillo non è affatto un personaggio della Rete. Nato come creatura di Antonio Ricci (il creatore di Striscia la notizia, ovvero della subdola fasulla informazione alternativa dell’era berlusconiana), Grillo si è affermato infatti come ruspante personaggio televisivo fino alla sua epurazione dalla Rai avvenuta nel 1986 a seguito di una battuta sui socialisti. Ma la cacciata dalla Rai è stata la sua fortuna piuttosto che una prematura rovina. "Mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte", chiedeva Nanni Moretti in Ecce Bombo. E’ chiaro come Grillo abbia fatto valere la prima ipotesi, rafforzando il suo mito di personaggio scomodo e vittima dell’establishment tradizionale che ne ha decretato poi la fortuna come politico.
Il contrasto tra rigida gestione verticistica e l’ipocrisia della iper-democrazia garantita dallo strumento Rete è il vero punto di forza della strategia di Casaleggio, che gli ha consentito uno spaventoso consenso sulle masse. Ma Casaleggio è un imprenditore, e come tale fa l’interesse della sua azienda. La cosa spaventosa è come sia riuscito a “vendere” il prodotto politico assicurando alla sua azienda un vertiginoso potenziale di guadagno ed espansione non ancora utilizzato.
L’imprenditore milanese ha saputo sfruttare una serie di fattori favorevoli al suo inedito progetto di "marketing politico"; la classe politica più indecente d’Europa, la crisi economica,  la generale ritrosia del popolo di massa di fronte alle novità tecnologiche (così da bersi qualsiasi favola sul loro straordinario potere e capacità di migliorarci). Conscio del fatto che in un popolo di cialtroni vince chi urla di più, ha scelto come suo portavoce un comico dalla voce tonante, già noto per l’attenzione ai temi sociali presente nei suoi spettacoli, dotato di straordinaria capacità dialettica. Inoltre, il suo portavoce è un personaggio  dalle mille contraddizioni,  in grado di fungere da specchio per le allodole di giornalisti/giornalai a caccia di sterili polemiche sulla presunta integrità morale dei leader politici, così da lasciare in secondo piano la strategia della Casaleggio Associati. Ha portato in Parlamento un esercito di sbarbatelli  tanto volenterosi e onesti quanto inconcludenti e inetti e per questo facilmente manovrabili, facendo comunque la gioia di tanti elettori esausti dalle facce rugose dei vecchi parassiti della Seconda Repubblica.
In tal modo, ha creato un impressionante bacino di utenti manipolabili dalla Casaleggio Associati senza che la quasi totalità di loro –qui è la vera novità- sia consapevole di ciò. Il genio sottile di Gianroberto Casaleggio è stato quello di rimanere in disparte, di manovrare i fili del suo progetto politico senza che nessuno lo conoscesse, volontariamente messo in ombra dalla personalità debordante del suo portavoce.  Nove elettori su dieci non sanno neanche chi sia, identificano Grillo come il vero motore/artefice del Movimento Cinque Stelle, e fino al famoso fuori onda del grillino Giovanni Favia (che ha parlato di totale assenza di democrazia interna al Movimento, con una gestione di Casaleggio spietata e vendicativa) nessuno aveva davvero un’idea chiara di quale fosse il suo ruolo.
Non sappiamo quali siano i piani di Casaleggio, se il suo rifiuto di formare un governo con il Partito Democratico, che pure ha scontentato molti elettori, sia parte di una strategia studiata in dettaglio o solo un grossolano errore. Non sappiamo quanto sia autentico il suo atteggiamento da silenzioso e schivo guru esoterico, quasi una specie di Steve Jobs con i capelli lunghi. Non sappiamo quale sia la vera finalità del progetto politico della Casaleggio Associati, come sfrutterà il suo enorme potenziale di vendita.
Quel che è certo, è che Casaleggio è implicitamente implicato in un conflitto di interessi non troppo diverso da quello di Berlusconi, con il vantaggio però di esserne formalmente fuori in quanto ufficialmente assente dalle istituzioni. E per questo più pericoloso.
Ma se il paragone con Berlusconi è complesso e forse prematuro, è chiaro come il sole che ci siano elementi di forte differenza tra i due. Il fine ormai evidente della discesa in campo del leader di Arcore era stato la salvaguardia delle sue aziende dal fallimento e la sua impunità giudiziaria. Casaleggio non è coinvolto in cause giudiziarie e la sua azienda non ha ufficialmente dimensioni paragonabili a quelle di Berlusconi. Ma l’ovvio fine del tornaconto economico si accompagna ad ipotesi più ambigue che hanno fatto fiorire una serie di ipotesi complottistiche. La più diffusa è quella che Casaleggio sia guidato dal Gruppo Bilderberg, e faccia dunque gli interessi della finanza internazionale.
Ma quello che invece ci preme sottolineare è la presenza, nel sito della Casaleggio Associati, di alcuni video che raccontano l’impatto dei mezzi di comunicazione nella storia della politica, dall’impero romano a Barack Obama. In uno di quei video, Casaleggio prevede lo scoppio di una terza guerra mondiale tra le democrazie dell’Occidente con libero accesso alla Rete e i regimi asiatici. Tale guerra durerebbe un ventennio e sarebbe combattuta con armi batteriologiche, fino a ridurre ad un miliardo di individui la popolazione umana. Il video termina con l’avvento nel 2054 di un governo planetario retto da un sistema di democrazia diretta  basata sulla Rete.
Sebbene nel corso di un'intervista lo stesso Casaleggio abbia definito questo video  un “gioco”, non ci lascia indifferenti il fatto che a mostrare una tale visione del futuro sia una persona con alle mani un enorme bacino di clienti/utenti inconsapevoli e per questo pericolosamente in grado di fondare nuovi totalitarismi.
E poi, in semplicità, quanti elettori del Movimento Cinque Stelle sanno di avere dato il voto ad un uomo che prevede la terza guerra mondiale tra sei anni a questa parte? 

domenica 26 maggio 2013

Matteo Renzi in inglese



Nonostante la cattiva qualità audio del video pubblicato da repubblica.it (http://video.repubblica.it/edizione/bologna/matteo-renzi-show-in-inglese-when-i-met-obama/129584/128087?ref=HRESS-1), abbiamo provato a trascrivere con scrupolo filologico una parte del discorso in inglese di Matteo Renzi al Bologna Center per la conclusione dell’anno accademico del master in relazioni internazionali della John Hopkins University:

...from my city, from Florence. And... there is one from my country, from my country that we have been experiencing from, for one year, the last year. Ehm… forfflo… we start froffro… I’m the mayor of Florence, okay. When I met for the first time, and also the last time, the president Obama… just… one seconds, more or less… because… I was invited by United States National Conference of Mayors… for a meeting.. en in White House… I… shaking hand with president Obama and… “Nice to meet you mister President, I am the mayor of Florence, Italy…” “nice to meet you… Really?? Are you… the mayor of… Florence, Italy??” “Ehh ehm… sure…” “Oh, the city with the best restaurants in the world…” “I’m not sure…” (parola non identificata) against president Obama is not good… Maybe… I cannot speaking about tortellini or tagliatelle with the president Obama… but… it’s a very (parola non identificata) because when I come back in my city few people told me “Oh, next time you must say we have also the David, not only the food”. Yes, but is Florence is not only a city of culture… this is mobile… this is mobile very usual in Italy…  Apple, there is Samsung, there is… few smartphone. In the next four years we… we will have… more or less… four point five million of mobile, but the first telephone was created exactly in my city, in Florence…

Tralasciamo scontati commenti sulle qualità poco oxfordiane dell’inglese renziano, tappezzato di  farfugliamenti, refusi e plurali arbitrari ma comunque meno osceno di quanto udito, ad esempio, da un La Russa o un Berlusconi o tanti sedicenti Ministri degli Esteri dei governi passati. Sono piuttosto altri aspetti che colpiscono in questo inusuale discorso dell’astro nascente del paraculismo italico, il gggggggiovane politico rottamatore che salverà il Belpaese, il Fonzie alla maremmana in giacca di pelle dei tv-show della De Filippi, l’individuo che, nonostante tutto, è forse – ahimè- tra i meno deprecabili  cui si possa associare l’ambigua parola di carisma nella disonesta e sempre aperta caccia ai voti.
Innanzitutto,  l’ennesima sconsolata presa di coscienza dell’incapacità di parlare dell’Italia agli stranieri senza rifugiarsi nei soliti cliché turistico/culinari, tanto più fastidiosi perché vengono da un personaggio delle istituzioni. Renzi incontra Obama e parla di ristoranti, poi riflette da solo su tortellini e tagliatelle e sul fatto che a Firenze oltre ai ristoranti c’è anche il David. L’Italia della buona pasta e dei monumenti da cartolina, un pavoneggiamento di banalità che forse fa gongolare quegli stranieri per cui lo Stivale non è altro che un immenso villaggio vacanze. Ed è proprio ad un mediocre animatore da camping che fa pensare il Matteo Renzi di questo video, basti sostituire Obama con un più abbordabile divo americano delle grandi masse e il patetico show è bell’e pronto.  Ok, era solo un hook, un modo brillante per introdurre discorsi più seri che non sono riportati nel video di repubblica.it, dirà qualcuno. Ma non è dunque possibile fare un po’ d’ironia sull’Italia senza bistrattarla come sterile collezione di cliché? E’ forse troppo pretendere qualche annotazione più acuta e originale sul nostro Paese che non vada semplicemente a ripetere alle orecchie degli stranieri ciò che hanno già udito milioni di volte? Racconta al popolo ciò che già sa e vuole farsi sentire, e il popolo sarà con te, diceva qualcuno, è il principio base del populismo, e forse Renzi lo conosce molto bene. 
In uno show che riecheggia a tratti l’imbarazzante monologo di Silvio Berlusconi sull’Italia del sole e dei musei (la storica seduta del 2003 al Parlamento Europeo, quella dello Schultz kapò per intenderci), c'è anche una conferma forse inconscia, quasi un lapsus freudiano, dell'immagine obsoleta e cartolinesca che Renzi ostenta del suo Paese: il Matteo nazionale vuole introdurre Antonio Meucci e per farlo chiude il siparietto cabarrettista con un “but Florence is not only a city of culture”. Ebbene, qualcuno dovrebbe forse chiedere al signor sindaco di Firenze cosa sia per lui la cultura, perchè ad emergerne è una visione conservatrice, schematica e tutto sommato ignorante. Non sappiamo se Renzi sia ignorante o meno. Di certo, è ignorante l’atteggiamento da imbonitore da fiera paratelevisivo con cui va a menzionarla, la cultura. Forse per Renzi la cultura è solo quella dei biglietti del museo e delle guide turistiche, se pensa, ad esempio, che l’enorme bagaglio di conoscenze sull'elettromagnetismo maturate dal suo illustre concittadino e che hanno portato all’invenzione del primo telefono non sia cultura, ma sia altro. 
Infine, lascia riflettere l’incontro Renzi-Obama, il loro primo e ultimo incontro durato solo one seconds durante una sedicente United States National Conference of Mayors. Un Renzi più umano e dunque simpatico, penseranno in tanti, che lascia da parte il fare spavaldo e saccente dei talk show e si fa piccino di fronte ad uno dei giganti della politica mondiale. Ma la mimica gesticolante da Bagaglino e l’insistito deviare su ristoranti tagliatelle e tortellini lasciano intendere un’indole sottilmente servile piuttosto che una sana umiltà. Un'ostentata ricerca della risatina di pancia a tutti i costi, che però non riesce certo a camuffare una sacrosanta verità: l’imbarazzo davanti al potente è quello dei servi, non degli umili. Così come caratteristica intimamente servile è lo sfoggio di un orgoglio narcisista quando il potente è assente. Ancora una volta, è l’italietta a metà tra folklore e orrore di cui parlava Jerzy Stuhr nel Caimano ad emergere, tanto più desolante perchè suggerita da un acclamato esponente delle nuove generazioni.
Che sia solo questione di qualche decennio, il tempo che l’andropausa inizierà a rodere il suo orgoglio come una tarma, e nei suoi siparietti appariranno ciulatine con cameriere e culone inchiavabili?


domenica 21 aprile 2013

Le feste danesi



I danesi amano le feste, che non sono un semplice svago ma una componente fondamentale dell’idillio sociale del loro Paese, un autentico sigillo di benessere. Le adorano al punto che le organizzano con mesi di anticipo, pianificandole nei minimi dettagli con la stessa serietà con cui affronterebbero l’incontro con un Capo di Stato o con il CTO dell’azienda di cui sono dipendenti.  Non ci riferiamo a festicciole del sabato sera, ma ad eventi di scala più grande che coinvolgono decine di persone, ad esempio Sommer fest o Julefrokost.
Tali eventi non si esauriscono in una cena o in un buffet di poche ore, ma hanno un programma molto elaborato. Di solito si comincia con un’attività pomeridiana, il bowling o il tiro con l’arco o l’arrampicata sportiva o la gita in canoa o la corsa sui go-kart o il tiro alla fune o lo sci nautico nel fiordo o chi più ne ha più ne metta. I vari centri sportivi disseminati ad ogni angolo delle varie città sono ben organizzati per accogliere gruppi di dimensione eterogenea e garantire loro un’offerta con assicurato livello di divertimento e soddisfazione. Si privilegiano gare in cui i visitatori vengono divisi in diverse squadre che si scontrano le une con le altre. Di solito, a metà dell’evento c’è una pausa di mezz’ora in cui ci riunisce davanti ad un tavolo pieno di patatine e snack al formaggio, si beve una o due Carslberg e si parla e si ride tutti insieme prima di tornare a gareggiare.  Il tempo dedicato all’attività pomeridiana ad un certo punto scade, e ci si sposta in autobus o con la macchina in un ristorante o in un parco (se siamo in primavera o estate), dove avrà luogo la seconda parte della festa, una cena o un barbecue.  Ad esempio lo Julefrokost –il pranzo/cena di Natale- è tipicamente un buffet con  frikadeller, flæskesteg,  fiskefilet con remoulade, pane nero con aringhe, calamaretti surgelati e uova sode, pølser con ketchup maionese o senape, risalamand (un dolce a base di riso e amarene), e il gløgg (una specie di variante locale del vin brulé). Di solito non si ha la possibilità di scegliere autonomamente il posto a sedere, ma questo viene assegnato con criterio casuale (pescando un numero a cui è associato un posto a tavola) o pseudo-casuale (cioè deciso in anticipo dagli organizzatori in modo da far sedere vicini individui che hanno scarsa possibilità di interagire nella loro quotidianità e dar loro modo di conoscersi meglio). In alcuni modelli particolarmente avanzati di organizzazione, il posto a sedere viene cambiato durante il corso della serata in modo da stabilire un nuovo grafo di connessioni tra persone. Ma la cena/buffet/barbecue non si esaurisce nel mangiare e nel chiacchierare con i propri vicini di posto. Gli organizzatori  preparano anche una serie di giochi di gruppo per riempire i tempi vuoti di una serata che altrimenti potrebbe addirittura risultare noiosa. Ad esempio il gioco dei mimi, in cui i gruppi ai diversi tavoli si sfidano nell’indovinare un personaggio o il titolo di un film, o quiz musicali in cui riconoscere il titolo di una canzone, o giochi di abilità (ad esempio, costruire un castello di carte o di stecchini). Alla fine la squadra migliore (e a volte anche la peggiore) viene premiata,  l’intrattenimento termina con studiato tempismo e la festa prosegue secondo i dettami di un programmatico volemose bene.
L’obiettivo degli organizzatori  è naturamente rinforzare lo spirito di gruppo e allo stesso tempo garantire all’invitato un’esperienza totalitaria e piacevole che mantenga alto il suo livello di benessere. Un’organizzazione molto pignola è assolutamente necessaria a garantire la positività dell’evento. Senza calcolare al minuto il tempismo delle varie attività c’è il rischio infatti che l’invitato si trovi a subire tempi morti o si senta addirittura smarrito.  Il divertimento servito su un piatto d’argento, insomma, da un gruppo di organizzatori che hanno sudato per garantire tutto ciò con tale efficacia.
Ma la socialità studiata a tavolino si basa in realtà su due assunti impliciti sottilmente inquietanti.
Il primo è la concezione che la socialità non sia la naturale conseguenza del vivere comune, ma deve essere in un certo senso stimolata dal sistema per poter esistere. Il sistema ti dice come fare a diventare un uomo sociale,  con una certa invadenza ti prende per mano come farebbe una maestra d’asilo per accompagnare un bambino timido dagli amichetti da cui tende ad isolarsi. Non basta creare le condizioni affinché un gruppo di individui possa incontrarsi, ma bisogna intervenire esplicitamente affinché tale incontro avvenga nella maniera più efficiente e corretta. Ciò suggerisce una sottile sfiducia nei confronti delle capacità autonome dell’individuo, quasi ad indicarne la dipendenza dalla società come un bebè dal seno della mamma.
Il secondo è che tale sistema deve offrire un modello standard di convivialità a cui ogni individuo non può che conformarsi.  E si tratta di un modello tarato su un livello medio-basso per andare incontro ad una cerchia assai vasta. Un divertimento di pancia basato su blandi vezzi competitivi, rigurgiti goliardici e programmatica scompostezza. Divertiti come gli organizzatori dicono di farlo, accetta fino in fondo le loro regole, non c’è via d’uscita, le squadre e i gruppi sono formati a priori, il tuo posto a sedere è già assegnato e quindi stai al gioco, non puoi fare altro.
Una festa danese avrebbe dunque la stessa spontaneità di un rito liturgico millenario, se non fosse per la presenza di un potente denotatore, un magnifico deus-ex-machina che nelle feste danesi è importante quanto l’ossigeno e in parte riscrive quanto detto finora: l’alcol.
Ci vuole l’alcol, tanto tanto alcol per far funzionare la festa. Litri di acquavite ed ettolitri di fadøl. L’alcol scardina le griglie, scontorna i contorni,  strappa via le maschere, smuove i tavoli come un ciclone, ritaglia origami con le regole, getta secchiate di colore sul cielo plumbeo del Nord Europa.
L’alcol è l’unica valvola di sfogo da un sistema che con l’invadenza di un genitore troppo apprensivo ti dice persino in che modo devi festeggiare.
Ma soprattutto, l’alcol rende l’uomo danese un uomo sociale. Spontaneamente sociale. Persone che prima neanche ti salutavano diventano improvvisamente amici affezionati, pronti a schierarsi al vostro fianco e combattere per le vostre idee fino alla morte. Musoni dal tono di voce funereo si trasformano in irresistibili buffoni che si lanciano in brindisi megalomani e sulfurei,  bionde rigide e silenti sono ora estroverse e logorroiche come tante Littizzetto maggiorate.
Ogni senso della misura e del decoro sparisce, si lanciano noccioline sul professore che adesso balla la macarena sul tavolo, ci si lascia cadere a terra come colpiti da infarto, tranquillamente si sputa o si vomita nei bicchieri, qualsiasi cespuglio o muro esterno può diventare un orinatorio pubblico.
Ma inevitabilmente l’effetto di questo magnifico elisir svanisce.  L’euforia  e l’illusione di libertà lasciano il posto ad un mal di testa che rimbomba nelle tempie. Silenziosamente si striscia al proprio posto come scolaretti rimproverati, con indolenza si reindossano le maschere. La festa è finita, la Babele di frizzi e lazzi è spazzata via e ciò che rimane è la sterile impalcatura delle convenzioni. Sorridi, in poche ore i postumi della sbronza si dilegueranno e tornerai ad essere una pedina del perfetto meccanismo della società danese, passivo ed efficiente. Fino alla prossima sbronza.
Ci dispiace, ma noi non siamo così.
Noi siamo di quelli che del mondo cogliamo le sfumature e non solo i colori netti. Noi siamo di quelli che non si divertono a comando, che non ridono alle risate pre-registrate delle sitcom americane. Noi siamo di quelli che non hanno paura di stare in disparte per cogliere squarci di bellezza trascurati dai più, siamo di quelli che provano a soffiar via la polvere del banale dalle cose intorno. Noi siamo di quelli che si innamorano di un errore o di un dettaglio, dello scampolo di sorriso impacciato, di uno sguardo inumidito di passione e rabbia.
Ci spiace dirlo, ma siamo di quelli che non si accontentano, di quelli che non sanno stare al posto assegnato. Ahimè, neanche da sobri.


sabato 13 aprile 2013

Danimarca paradiso kafkiano




Immaginate di essere con un vostro amico in una via del centro di Silkeborg, una cittadina dell’entroterra danese. Cosa vedreste? Selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo. Immaginate adesso che il vostro amico decida, con il vostro consenso, di bendarvi, e vi conduca tenendovi per mano alla sua automobile. Adesso andiamo a Viborg, dice lui. Voi avete ancora la benda sugli occhi, ma sentite sotto di voi il motore e vi accorgete che l’auto si sta muovendo. Dopo circa un’ora, il vostro amico vi avverte di essere arrivati. Vi aiuta a scendere e vi conduce per mano in una via del centro di Viborg. Dopodichè, finalmente vi toglie la benda. La luce del primo pomeriggio vi inonda il viso, ma dopo qualche istante riuscite a mettere a fuoco ciò che avete davanti. Quale sarebbe a questo punto la vostra reazione? Se siete in Danimarca da poco, scoppierete a ridere e rimproverete il vostro amico per essersi preso gioco di voi. Infatti, ciò che vedete è  un selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo.  Non vi siete mai mossi da Silkeborg, pensate voi. Ma il vostro amico non vi ha ingannato: siete proprio a Viborg. Il centro di Viborg è un clone di quello di Silkeborg. E lo stesso potrebbe valere per Randers, Hadsund, Herning, Hjorring, Frederikshavn, Grenaa e molte altre cittadine. Che non sarete mai in grado di distinguere.
La Danimarca è un paese kafkiano dove le città sono tutte uguali. E per questo non esiste via d’uscita, se non salire su un aereo e virare a sud del mondo.  
Non ha senso visitare da turista l’entroterra danese. Visitata una cittadina, le hai visitate tutte. Così come le zone residenziali in centro sono una trafila di case in mattoni rossi dai tetti spioventi  e finestre bianche all’inglese, che sia Aalborg, Ahrus, Odense o Hostelbro, mentre in qualsiasi periferia primeggiano casermoni squadrati di colore bejge dalle finestre con l'aspetto di loculi mortuari. Talmente indistinguibili gli uni dagli altri che gli stessi abitanti devono controllare il numero civico per stare certi di entrare nel posto giusto.
Siete in qualsiasi città danese e volete un caffè? Andate al Baresso.
Dovete comperare il castello Lego di Harry Potter per vostro figlio? Andate al BR.
Una spesa con prodotti di qualità? Andate al Salling.
Una spesa con prodotti economici? Andate al Netto o al Super Brugsen.
Avete bisogno di una connessione Internet? Contattate la Stofa.
Cercate una teiera in acciaio? Andate all'Imerco.
E se per caso i modelli dell'Imerco non vi piacciono? Problemi vostri, la concorrenza non esiste, o se esiste è rappresentata da pochissime altre catene ad estensione nazionale. L'artigianato è inesistente. Qualsiasi prodotto immaginabile,  dalle tende veneziane alle lampade al neon, dai cesti di vimini ai comodini, dalle prese della corrente alle maniglie delle porte, in Danimarca è fornito da un oligopolio ristrettissimo di catene operanti a livello nazionale. Che offrono prodotti identici. Tutte le case hanno le stesse maniglie, le stesse chiusure ad incastro per le finestre, gli stessi rubinetti, lo stesso pavimento, le stesse sedie, persino gli stessi cessi. 
Anche i cibi sono tutti identici. Le frikadeller hanno lo stesso aspetto e sapore in qualsiasi ristorante, così come la flæskesteg, il fiskefilet con la remoulade, i rundstykker con il burro, gli smørrebrød con aringhe e pane nero, gli stjerneskud, il salmone in umido. Tutto preparato esattamente secondo lo standard, senza variazioni. Quante volte in Italia siamo soliti pensare cose del tipo: “L’impepata di cozze come la fa Vincenzone al ristorante Moro non la fa nessuno”. Concetti del genere sono probabilmente impensabili nella cultura danese. Le frikadeller sono frikadeller e basta, le prepari Knud o Lars o Pernille o Lisbeth che sia.
Le catene commerciali offrono tutto ciò di cui si ha bisogno, ma non offrono scelta. Perchè scegliere vuol dire esprimere preferenza, ed esprimere preferenza  vuol dire dichiarare la superiorità di un’offerta rispetto ad un’altra. Esprimere preferenza vuol dire rendere qualcuno scontento, vuol dire togliergli la serenità cui ha diritto. D’altronde, la Danimarca è il Paese che ha formulato la famigerata legge di Jante, che si riassume nei seguenti punti:
1. Du skal ikke tro du er noget! - Non credere di essere qualcosa di speciale.
2. Du skal ikke tro du er lige meget som os! - Non credere di valere quanto noi.
3. Du skal ikke tro du er kloger en os! - Non credere di essere più furbo di noi.
4. Du skal ikke innbille dig at du er bedre en os! - Non immaginarti di essere migliore di noi.
5. Du skal ikke tro du ved mere en os! - Non credere di saperne più di noi.
6. Du skal ikke tro du er mere en os! - Non credere di essere più di noi.
7. Du skal ikke tro at du duger til noget! - Non credere di essere capace di qualcosa.
8. Du skal ikke grine af os! - Non ridere di noi.
9. Du skal ikke tro at nogen kan lige dig! - Non credere che a qualcuno importi di te.
10. Du skal ikke tro du kan lære os noget! - Non credere di poterci insegnare qualcosa.

Sono “regole” repressive che uccidono l’iniziativa personale e/o privata, che viene percepita come sbagliata e immorale, come un deprecabile attacco al celebrato idillio sociale della patria di Andersen.
Sarà anche vero che un sistema del genere, inculcato fin dalla tenera infanzia, aiuta lo sviluppo di una società stabile, equalitaria, coesa e serena. 
Ma con gli occhi dello straniero, la serenità tanto strombazzata dai danesi non ci sembra affatto il risultato di un’autonoma e matura presa di coscienza nazionale, quanto di un subdolo lavaggio del cervello.
Reprimi ogni impulso di essere diverso e migliore degli altri, e sarai sereno. Coglione e sorridente come il personaggio di una sitcom americana.  Sei nel Paese più felice del pianeta, ti dicono tutti, lascia perdere il resto del mondo, è pieno di guai. Lavora trentasette ore a settimana, va' a lavoro in bicicletta perchè non inquini, anche se piove a dirotto e il vento ti prende a schiaffi , torna a casa alle quattro, fa' la spesa al Netto e regalati un blando hygge serale guardando How I met your mother grazie all’IP tv della Stofa, ubriacati nelle bettole del centro il sabato sera. A luglio vola a sud a comperarti la tua settimana di sole in Grecia, Italia o Spagna. A dicembre va' allo Julefrokost con i colleghi e prepara giochi dementi in cui tutti rideranno anche se non c’è nulla da ridere, perchè è una festa e nelle feste bisogna ridere, altrimenti la coesione e l’armonia del gruppo vanno a farsi benedire...
Mi spiace, ma non ci caschiamo. Questo sistema è fasullo ed ipocrita. Perchè gli uomini sono e rimangono animali feroci, e il compito della società è quello di arginare la loro esuberanza, ma non di lobotomizzarli.
I danesi sono sereni come lo è un cavallo selvaggio a cui è stata iniettata una damigiana di sedativo e ora osserva con occhioni da ebete i suoi simili a cui tocca correre all’ippodromo per campare.  
Per quanto ci riguarda, noi siamo dalla parte di chi continua a correre e sudare, di chi si scorda dei puntini sulle i, di chi colora gli album in bianco e nero con vistose uscite dai contorni.
Questa specie di Truman Show non ci va giù. Anche perchè, a differenza del film di Peter Weir, in Danimarca il cielo che ci sovrasta è più vero e incazzato che mai. 


mercoledì 13 febbraio 2013

Lo schiaffo al berlusconismo (che non c'è stato)



Cara Angela Bruno,
ma perché domenica scorsa, quando eri accanto a Berlusconi alla convention dei venditori di Green Power e lui si rivolgeva a te con doppi sensi da osteria, non gli hai mollato il bel ceffone che meritava? Uno schiaffo sul viso ultraceronato del presidente del PDL, magari accompagnato da un bel “Si vergogni, cafone!”. E’ da un paio di giorni che ci chiediamo cosa sarebbe successo se tu avessi agito così, d’impulso, come una signora per bene che vuol difendere la propria dignità di donna.
Per un istante neanche troppo breve l’ego del Berlusca sarebbe regredito a quello di un'ameba. Magari gli omoni della security avrebbero fatto un passo avanti,  Berlusconi sarebbe diventato rosso d’imbarazzo ma continuando a sfoggiare il solito sorriso di plastica avrebbe poi cercato di sdrammatizzare, “Ma su, come siamo permalose, io scherzavo...” avrebbe detto, o qualcosa del genere, e avrebbe subito cercato di cambiare argomento. Ma a quel punto l’attenzione della platea sarebbe ormai persa irrimediabilmente.
Quale credibilità e carisma volete che abbia, nell’italietta maschilista e retrograda, un leader che si fa prendere a schiaffi da una donna?
L’effetto domino che quel ceffone avrebbe avuto è semplicemente vertiginoso.   Il video avrebbe fatto presto il giro del mondo, e tu, cara Angela, saresti ora la donna più famosa del pianeta, oggetto di decine di strumentalizzazioni, dalla paladina neofemminista alla novella Robespierre. I giornalisti di destra avrebbero parlato di subdola emissaria della magistratura comunista, Rosy Bindi avrebbe ululato di gioia, la Carfagna sarebbe impazzita nel disperato tentativo di arrampicarsi sugli specchi e giustificare l’ingiustificabile.
Ma soprattutto, l’eco di quel ceffone ci avrebbe bruscamente svegliati dal sonno fase REM in cui siamo precipitati da quasi un ventennio. La sua devastante forza simbolica si sarebbe insinuata sottopelle per esplodere in nuove, drammatiche domande: ma come abbiamo fatto ad accettare tutto questo per vent’anni? Ma perché stiamo qui a farci imbonire da una classe politica fatta di vecchietti sessuomani dai capelli finiti, ballerine siliconate e nullafacenti e ladroni con la maschera da porco?
Solo un gesto spontaneo ha la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza collettiva, di svelare orizzonti che erano davanti al nostro naso da sempre, ma che ci ostinavamo a vedere offuscati da una cataratta immaginaria. Nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, è la voce di un bimbo quella che svela la nudità del re, che lascia crollare l’incantesimo sulla folla. E che ora si domanda come mai è lì a celebrare la bellezza di un vestito che non esiste. E ne ride.
Ben più che qualsiasi show di Grillo, il ceffone al Berlusca ci avrebbe mostrato con la forza dell’evidenza come sia fragile l’impalcatura del potere, come sia ridicolo lasciare sminuire la nostra identità di popolo da un esercito di acrobati e girovaghi da circo. Il ceffone al Berlusca avrebbe generato presto una nuova, diffusa consapevolezza, che rapidamente ci avrebbe spinto a chiudere a chiave il berlusconismo nell’armadio del passato come si fa con il vestitino del carnevale che ora, da sobri, ci vergogniamo di avere indossato.
Ma purtroppo, cara Angela, quel ceffone non c’è stato. Hai invece addirittura dichiarato di essere onorata di sentirti dire «Ma lei viene? quante volte viene? Si giri. Si può fare ».  E ancora una volta non è cambiato nulla. Il re è nudo ma noi, con immutata e grottesca indolenza, ci ostiniamo a magnificare il tessuto purpureo del suo lungo mantello con strascico e  il disegno araldico dello stemma d’oro sul panciotto.

"La verità è come il vetro
è trasparente se non è appannato
ma per nascondere quello che c'è dietro
basta aprire bocca e dargli fiato"
(Simone Cristicchi)
  




venerdì 11 gennaio 2013

Berlusconi vs. Santoro: le pagelle




L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sull’ipocrisia, le risse sotto i riflettori e il bisogno endemico di creare ovunque mafie e parrocchie. Tutto ciò che non passa in tv non esiste. Non solo, tutto ciò che non è spettacolo di grana grossa è roba da far sonnecchiare l’italiano medio: qualsiasi dibattito su crisi economica, arretratezza istituzionale e problemi della collettività degenera inevitabilmente nello scontro personale tra politici/showmen dall'ego esorbitante e l’ansia perenne di mostrarsi più furbi dell’altro davanti alle telecamere.
Anche ieri, nella storica puntata di Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi, i problemi del paese reale (operai che non arrivano a fine mese, imprenditori costretti a chiudere baracca, impiegati trasferiti a seicento chilometri da casa) sono solo un pretesto lasciato presto cadere davanti ad uno squisito (e inutile) duello manicheista tra buoni e cattivi che ha sedotto e tenuto svegli fino a mezzanotte nove milioni di italiani.
Silvio Berlusconi – Sauron, il Signore del Male, che per la prima volta si reca nel Palazzo del Bene per un duello in diretta con Santoro – Gandalf e il suo fido Travaglio –Frodo. In ballo, l’anello del Potere Televisivo. Che nel caso di Berlusconi-Sauron gli permetterebbe di estendere di nuovo il suo oscuro dominio sull’intero Paese. E lo spettacolo, divertente, abilmente costruito in crescendo, ha confermato una vecchia verità delle favole: i cattivi sono spesso assai più interessanti dei buoni.
Ecco qui brevemente le nostre pagelle.

Michele Santoro – 3
Fallisce miseramente la partita più importante. La sua performance televisiva è un po’ come per Marcello Lippi il mondiale sudafricano. Non azzecca una domanda, alza la voce fingendo di scandalizzarsi di cose che conosce benissimo, si muove impacciato e nervoso, stuzzica Berlusconi con rimbrotti alla Don Camillo e Peppone. Commette l’errore mortale di anteporre l’idiosincrasia personale al dibattito (sia pur di facciata) su crisi e disoccupazione: il servizio totalmente gratuito sul famoso episodio di Berlusconi che ignora la Merkel mentre parla al telefono, è sicuramente il nadir della sua carriera. Che da ieri sera ha forse iniziato una vertiginosa parabola discendente.

Marco Travaglio – 4
Mettere lui e Berlusconi nella stessa arena è come far recitare Buster Keaton e Peter Sellers sullo stesso palcoscenico: presi singolarmente fanno ridere entrambi, ma la mimica gelida e lo humor a scoppio ritardato del primo vengono annientati dallo stile debordante e pirotecnico dell’altro. Se la solita solfa sui finti complotti dell’ex-premier è decisamente fiacca e risaputa, il monologo su ciò che Berlusconi avrebbe potuto fare (e non ha fatto) in vent’anni di attività politica non sarebbe neanche tanto male se la prestazione di Travaglio non si fosse fermata alla solita scontata letterina e avesse –finalmente- rivolto domande esplicite al suo nemico di una vita. Non era l’occasione che aspettava da sempre?  E invece ha preferito giocare di difensiva, con discreta codardia. Ma la cosa più televisivamente imperdonabile è che ha ubbidito senza remore agli ordini sbruffoncelli del suo nemico come un fido maggiordomo; “Resta seduto!” e lui lo fa, rimanendo in silenzio per venti minuti nonostante sia in cattedra finché Santoro lo rispedisce a posto, “Alzati da lì!” e lui lo fa, incapace di gestire la sua già debole presenza scenica.

Luisella Costamagna – 4
Fa solo una o due domande, fin troppo rigida e composta, non ribatte, si eclissa e non parla più per tutta la serata, nonostante la regia continui a regalarle generosi primi piani.

Giulia Innocenzi – 5½
Rigida e composta come la Costamagna, sfiora però  la sufficienza perché a sorpresa è l’unica che riesce ad essere incisiva quando per un minuto mette quasi in difficoltà il Berlusca. La domanda sulla Bundes Bank che avrebbe ordinato di vendere i titoli italiani è ben congegnata perchè consapevole della prevedibile risposta negativa, a cui ribatte mostrando documenti ricevuti dalla Deutsche Bank.

Vauro – 6
Il migliore dei buoni. Efficace la sua uscita sul comunismo, simpatiche le sue vignette su Monti che copia la barzelletta della mela a Berlusconi mandandolo su tutte le furie, e ancora sul Professore che se la spassa con una giovane prostituta affermando che è la nipote da Mubarak e la polizia non ha nulla da aggiungere perché lui ha credibilità.

Silvio Berlusconi - 7
Il mattatore della serata. La repubblica televisiva è il suo regno e lui non ha mai smesso di sguazzarci dentro come un pesce pagliaccio nel mar dei Caraibi. Chi lo dava per bollito sbagliava alla grande: andare da Santoro è stato un colpo di genio, che gli ha permesso di resuscitare dalle sue ceneri e tornare agli antichi fasti. Padrone indiscusso della scena, sa come muoversi, quando alzarsi e quando restare seduto, a differenza dei conduttori dilettanti. Gagliardo, narcisista e sfrontato ma sempre con il sorriso appiccicato in faccia mentre Santoro si strugge nella bile.  E’ un delinquente e ormai tutti lo sanno, ed è per questo che le prediche di Travaglio e il fasullo strabuzzare gli occhi di Santoro non funzionano più. Ma in televisione non lo batte nessuno. Abile nello sfruttare gli errori grossolani del conduttore e nel riproporre con rinnovata energia le solite tragicomiche teorie del complotto, sbaglia solo in alcuni sfoghi senili (“Il comunismo è la più grande ideologia criminale della storia dell’umanità”), certi rimbrotti al conduttore- inutili visto che si era già in vantaggio-, e soprattutto con il gesto osceno di pulire la sedia dov’era seduto Travaglio, davvero troppo becero persino per lui. Ma la gente tornerà ad amarlo e a cantare Meno male che Silvio c’è in piazza.

Ha dunque recuperato l’Anello del Potere Televisivo? Può darsi.
Ma il Paese reale? Dov’è in tutto ciò?


sabato 8 dicembre 2012

Gli smartphone


Tra quindici anni rideremo degli smartphone.
E proveremo un sincero imbarazzo nell’ammettere: “Ebbene sì, ne avevo uno anche io...”. Eppure oggi sembrano a tutti oggetti strafighi, il top dell’high tech secondo i più. Alle soglie del 2013, la maggiorparte delle persone pensa ancora che sia cool andersene in giro con un ingombrante parallelepipedo tuttoschermo dall’autonomia non superiore alla giornata, e che per di più costa un occhio della testa. Roba che vien voglia di tagliarsi le vene se capita di perderlo. Gente che pensa che il paradigma always connected voglia dire cazzeggiare su facebook a ogni ora e luogo. Gente che pensa che la vera tecnologia sia quella che ti urla in faccia numeri altisonanti e inutili e non quella che ti facilita la vita.
Già il nome smartphone, telefono intelligente, fa abbastanza ridere. Dove sarebbe la presunta intelligenza di un prodotto che è solo un’accozzaglia di tecnologie più disparate, dalle connessioni GSM e GPRS e EDGE e UMTS e HSDPA e HSUPA e LTE e WiFi e Bluetooth al microbrowser ad hoc, dal navigatore GPS all’immancabile foto-videocamera ad alta definizione, che succhia via corrente come un assetato nel deserto del Gobi, il tutto pressato in un volume che viene strombazzato come minimo ma in realtà non entra ormai più nella tasca dei pantaloni?  E’ forse intelligente il principio “infiliamoci dentro tutto il possibile, così nessuno può lamentarsi”?  Uno smartphone è come un puzzle di Tetris pieno di buchi, una costruzione Lego dove i mattoncini non combaciano ma fa spavento per quanto è grossa e deforme. Uno smartphone è intelligente come lo è una massaia che riempie il carrello della spesa di chili di pasta, sughi, salse, dolciumi, surgelati, caviale, lardo di Colonnata, frittelle, patatine e snacks, quando bastava un semplice brodino per far contenti marito e figli.  
Sarà divertente, tra quindici anni, davanti ad una birra con gli amici, ricordare la follia degli smartphone, del loro prezzo esagerato, della schiavitù autoinflitta della ricarica quotidiana, del loro ingombro, della loro invadenza nella nostra vita, della loro palese inutilità nel novantanove percento dei casi. Tutto ci sembrerà così naif e ridicolo, e ci chiederemo: “Ma davvero mi sono prestato a tutto ciò?”.
Comunque, detto questo, per Natale mi compro un Nokia Lumia 920. 


sabato 7 luglio 2012

Euro 2012 - Il vero regalo di Prandelli




La Nazionale di calcio è una grande maestra di vita. L'istituzione più venerata e rispettata che abbiamo in Italia. Non esiste alcun politico, nè filosofo o artista o scrittore che abbia la stessa capacità della Nazionale di calcio di incidere nella coscienza dell’italiano medio.  Qualsiasi comizio, aforisma, poesia o dipinto non  sarà mai in grado di segnare l’immaginario degli italiani come una rovesciata di Balotelli, una punizione di Pirlo, un colpo di testa di Cassano. Finiscano in rete o meno. 
Bisognava lasciar decantare qualche giorno questo Campionato Europeo, lasciare che la ferita della finale iniziasse a cicatrizzarsi. E capire che il vero regalo di Prandelli e colleghi non è stato quello di restituire splendore ad una maglia infangata dal disastroso mondiale sudafricano, nè quello di valorizzare talenti del pallone sregolati (Balotelli e Cassano) o attempati (Pirlo), nè quello di confermare clamorosi ricorsi storici (la gagliardissima vittoria con la Germania in semifinale). Il vero dono della squadra di Prandelli agli italiani sta proprio nel quattro a zero della sconfitta finale. Perché per una volta il risultato così netto azzera qualsiasi risibile arrampicata sugli specchi dei tradizionali difensori a oltranza della maglia azzurra. L’Italia non ha perso la finale per errori arbitrali, favoritismi agli avversari, fuorigioco inesistenti, scelte tattiche sbagliate, espulsioni ingiustificate, rigori sfigati; l’Italia ha perso perché ha incontrato un avversario, la Spagna, inequivocabilmente più forte. Punto. 
Il messaggio è arrivato con nitidezza schiacciante, e gli italiani hanno finalmente scoperto una qualità di cui non sono certo prodighi: l’umiltà. Riconoscere che la Nazionale Italiana è una grande squadra, certamente superiore alle previsioni iniziali, ma che c’è di meglio. Festeggiare le vittorie ma anche lasciar da parte una pomposità un po’ cialtrona e avere il coraggio di ammettere la propria inadeguatezza di fronte a chi è innegabilmente migliore. Frasi che in altri contesti farebbero storcere il naso, suonerebbero trite e moraliste e si depositerebbero in superficie per evaporare in fretta. Ma che nel momento in cui si traducono in uno spaventoso risultato negativo della Nazionale in una finale di un Campionato Europeo, hanno la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza di ogni italiano. Questa sconfitta ci ha reso più maturi. Nel calcio come nella vita. Bisogna saper perdere per poter imparare a vincere. Riconoscere i propri limiti è l’unico modo per riuscire a superarli, e diventare finalmente adulti.  
Ma, ancora, le nostre sono solo parole. Lasciamo che siano le incertezze di Chiellini, le parate di Casillas e i fuochi d’artificio di Jordi Alba e Torres a raccontarcelo meglio.



lunedì 25 giugno 2012

Tifare Italia all'estero


Ieri sera l’Italia ha battuto l’Inghilterra ai rigori, qualificandosi per la semifinale degli Europei di calcio 2012. Siamo italiani in Danimarca e ieri sera abbiam tifato Italia come se stessimo vedendo la partita nella nostra madre patria. O forse con trasporto ancor maggiore. Le motivazioni sembrano scontate: sentimento nazionale che si tinge di nostalgia, la gioia di condividere l’evento con altri italiani e stringersi in un piacevole volemose bene che per due ore ci aiuti a dimenticare la sottile alienazione della vita all’estero, l’atavico orgoglio calcistico del nostro popolo da celebrare in terra straniera. Lo stesso potrebbe valere per altri popoli, ma gli italiani sono di solito i più casinari e festaioli, a costo di apparire irritanti ai danesi più musoni. Potremmo facilmente liquidare  la nostra  esuberanza con un’alzata di spalle e un generico siam fatti così, e  sicuramente i danesi non avrebbero obiezioni. Ma c’è qualcosa di più delicato e profondo nel nostro gioire, nelle urla sfegatate davanti alle prodezze di Pirlo e Cassano, nel ritmo sostenuto dei cori da stadio. Un qualcosa che ha a che fare con l’insicurezza che ci portiamo addosso.  E che altrove cerchiamo di mascherare  ripetendo in Italy... in Italy... ad ogni discorso con gli stranieri, ostentando i clichè sul Belpaese più triti e ritriti, cercando facili risate nel raccontare le disavventure del berlusca.  Ma quando le maschere cadono e siamo soli con noi stessi, dobbiamo fare i conti con uno spettro che ogni italiano all’estero si porta addosso. Il fantasma di un Edipo irrisolto. Quello di una madre patria che ci ha promesso tanto e ci ha dato poco, che ci ha cullato generosa e si è poi trasformata in un’indifferente statua di sale, che dimentica i suoi figli lontani e imbrigliata nei suoi affari egoisti non muove un dito per riaverli indietro.
Ogni italiano ha nel cuore le carezze del sole e la vertigine dell’azzurro, sia esso cielo o mare. Ogni italiano è un pozzo di sentimenti coperti da un sorriso un po’ cialtrone. Ogni italiano sa che qualsiasi esperienza un paese straniero gli proporrà, non varrà mai come una passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna dopo aver divorato un piatto di spaghetti alle vongole. Ogni italiano sa che sarà sempre e solo italiano, dovesse vivere all’estero altri cent’anni.
Abbiamo lasciato la nostra madre patria un po’ per caso e lei non se ne è neanche accorta. Forse non se ne accorgerà mai. Eppure continuiamo a celebrarla. Siamo privilegiati, e lo sappiamo, perchè abbiamo mosso i nostri primi passi nel paese più bello del mondo. E’ la sensazione di un sentimento non corrisposto, un silenzioso tumulto interiore che ci rende vulnerabili quando ci si riunisce per le partite della Nazionale, che ci spinge ad urlare, che ci fa commuovere davanti alle note,  altrove retoriche e tronfie, dell’inno di Mameli.  
Forza, Italia. Italia forza, anzi. 

Paolo Barnard - Il più grande crimine


L’Europa in mano alle banche, che hanno privato gli Stati della loro moneta sovrana rendendoli schiavi dei privati e dei loro tassi d’interesse. La bufala del debito pubblico e dell’inflazione come spettri per il controllo delle masse. L’euro come generatore perverso di debito (vero!) e quindi di sudditanza; un progetto nato negli anni ’30 con lo scopo di far tornare al potere le élite assolutiste che avevano dominato il genere umano almeno fino alla rivoluzione francese. Le responsabilità, nell'Italia degli anni ‘70, del Partito Comunista (e dell’attuale presidente Napolitano), che in piazza si fregiava di parole come uguaglianza e lotta di classe ma poi stringeva accordi a Bellaggio con la Fondazione Rockfeller. Le colpe di Prodi e D’Alema. Il destino pianificato del sud Europa come territorio simil-balcanico dove manovalanza a basso costo produce ricchezza per un fronte franco-germanico in grado di competere sulle esportazioni con Cina e Stati Uniti.  
Le lucidissime tesi di Paolo Barnard, ampiamente documentate, gelano letteralmente il sangue e offrono una prospettiva inedita su una crisi che ci faceva fin troppo comodo osservare dal lato sbagliato. Al confronto, qualsiasi monologo di Travaglio sembra la ramanzina bonaria di una maestrina agli studenti discoli.  Ma oltre che sulle loro sconvolgenti implicazioni, le parole di Barnard fanno riflettere sulla facilità di certo manicheismo di sapore politico in cui è imbrigliata l’informazione in Italia. La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Servizio Pubblico, Piazzapulita e pochi altri giornali/talk show che sarebbero le fonti di informazione buone per il pubblico pensante contrapposte a quelle cattive delle varie testate/televisioni berlusconiani. Ma se giustissime e sacrosante sono le critiche perseveranti alla corruzione politica, agli sprechi della casta, al conflitto di interessi, all’indebolirsi delle istituzioni democratiche, ciò non elimina il sospetto di una tendenza un po’ facile e populista ad ingigantire spauracchi e mostriciattoli inoffensivi trasformandoli in una sorta di Belzebù. Per anni ci hanno raccontato che la causa principale del crollo economico dell’Italia era un ometto dai capelli finti, vanesio, volgare e cialtrone. E mentre eravamo lì a scannarci su processi brevi, intercettazioni, giri di mignotte e mazzette varie come se fossero le cause principali del nostro declino, le banche ci prosciugavano in silenzio senza che nessuno proferisse parola.
Numeri alla mano: il conflitto di interessi di Berlusconi ci è costato sei miliardi, la casta ci costa quattro miliardi, tutte le mafie italiane novanta miliardi. La crisi del 2007-2008 ci è costata quattrocentrocinquantasette miliardi a causa dell’internazionalizzazione del nostro debito in mano alla finanza operata da Prodi, D’alema e compagni.
Come dire, guardiamo solo i nostri piedi cercando di non inciampare in una buca, ma non abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo e capire che siamo già finiti in un cratere.
Ma non aggiungiamo altro, e vi invitiamo a spendere un’ora e venti del vostro tempo sul video riportato in basso. Non ve ne pentirete.
Un'ultima nota: ci sembra interessante osservare che il video è stato caricato su youtube in data 29 ottobre 2011, ossia venti giorni prima della caduta del governo Berlusconi e dello stabilirsi di quello che Barnard stesso in un’intervista definisce un incredibile golpe finanziario. Meditate, gente, meditate...   


giovedì 10 maggio 2012

Un paese calcisticamente serio


L’Italia è un paese calcisticamente serio.
Certo, c’è chi si fa autogol per intascare i quarantamila euro di una scommessa, ma sono solo drammatiche eccezioni. Un paese calcisticamente serio sa come valorizzare i suoi talenti. E non c’è dubbio che ciò accada in Italia. Se ci sai fare con il pallone, in Italia prima o poi sarai notato e premiato alla grande. Il talento calcistico è un sicuro lasciapassare per un'esistenza bigger than life.
Questo non succede purtroppo in un paese piccolo e insignificante di nome Danimarca. In quella fredda terra nordica, puoi anche essere Pelè ma verrai trattato come un pinco pallino qualunque. Destinato a rimanere nell’ombra, a giocare in squadre dal nome impronunciabile con compagni brocchi, pagato alla stregua di uno sfigatissimo impiegato comunale.  In Danimarca, nessuno sa che farsene di un calciatore di talento. 
Una bella sfiga, dunque, essere calciatore in Danimarca. Ma c’è chi riesce ad evadere dal destino asfittico delle lande nordiche per finire dritto dritto nel paese dove i sogni di ogni calciatore diventano realtà.
Matt Lund Nielsen giocava nel Nordsjælland. Il Nordsjælland non l'ha mai sentito nominare nessuno, e difatti è una collezione di cessi. Un banda di brocchi che farebbe meglio a dedicarsi  a tutt’altro, ma con un fiore in seno: il giovane, talentuoso attaccante Matt Lund Nielsen, naturalmente completamente ignorato da uno pseudo-allenatore con due parafanghi al posto degli occhiali, che nella sua menomanza mentale lo lasciava quasi sempre in panchina. Ma una fortunata congiunzione astrale ha voluto che Zeman assistesse ad una delle improponibili partite del Nordsjælland; e in men che non si dica il giovane attaccante danese ha vinto il biglietto aereo per il Belpaese e un posto in prima squadra nel Pescara. 
Ancor meglio è andata a Jacob Laursen Barret, un diciassettenne che giocava nell’Aalborg Bk, che di recente è stato acquistato nientepopodimeno che dalla Juventus. Anche per lui, addio squadrette di provincia sfigate, allenamenti sotto la pioggia incessante, addio stipendi da impiegato: la stella del suo talento, destinata a divenire a poco a poco opaca come il cielo plumbeo della Danimarca, ora riflette luminosa il sole dell’Italia. E Jacob avrà la possibilità di giocare affianco a leggende viventi come Del Piero o Pirlo.
Matt e Laursen sono solo due dei numerosi giocatori danesi vergognosamente snobbati dal loro rozzo popolo vichingo, e giustamente valorizzati in un paese calcisticamente  sensibile come il nostro. Arrivati in Italia, Matt e Laursen hanno scoperto che inzuppare il cornetto nel cappuccino a colazione è assai più gustoso che spalmare il burro sui rundstykker, che camminare sulla spiaggia senza essere presi a schiaffi dal vento di ponente è addirittura possibile,  che uscire di casa la domenica e vedere gente per le strade può essere molto piacevole. Ma soprattutto, hanno scoperto la gioia di sentirsi parte di una squadra che sa come spronarli a tirar fuori il meglio. Matt e Laursen presto saranno ricchi e famosi, compreranno megaville con vista sul mare, andranno in giro in Porsche e Ferrari, e un esercito di veline gli si appiccicherà addosso come la brina mattutina dei loro tristi ricordi del Nordjylland. 
E pensare che, se qualche sensibile osservatore italiano non si fosse accorto di loro, sarebbero rimasti dei perfetti sconosciuti in quella terra di nessuno, a vivere in una di quelle minuscole casette a schiera dai tetti spioventi,  ammogliati con delle ex biondine ormai avvizzite e dal petto lasco, a pedalare ogni giorno sotto la pioggia e il vento per raggiungere lo stadio per l'allenamento.
Vi prego, mettiamoci una mano sulla coscienza e facciamo del nostro meglio per limitare il triste fenomeno dei talenti calcistici danesi ignorati dalla loro ingiusta madre patria. Che l'esempio di Jacob e Matt ci sia da monito. 



domenica 22 aprile 2012

Vi cykler til arbejde




Vi cycler til arbejde (www.vcta.dk) è una campagna annuale organizzata dal Cyklistforbundet (unione dei ciclisti) e il  Dansk Firmaidrætsforbun (federazione sportiva danese) allo scopo di incentivare l’utilizzo quotidiano della bici per raggiungere il luogo di lavoro. Nata nel 1997, è cresciuta da 30000 a 110000 partecipanti nei suoi quindici anni di vita.
Il meccanismo è alquanto semplice. La tua azienda decide di sostenere la campagna, forma una o più squadre da 16 partecipanti, e si iscrive online pagando 50 corone (circa 6.7 euro) a partecipante. In maniera opzionale, pagando qualcosa in più è possibile ottenere una t-shirt per ciascuno. Durante il mese di maggio, ogni partecipante registra quotidianamente online il numero di chilometri già percorsi e quelli da percorrere assumendo andata e ritorno da casa sua. Alternativamente, i dati possono essere riportati manualmente su una bacheca comune e poi registrati ufficialmente dal capitano della squadra. Alla fine del mese, viene segnalato al comitato direttivo di Copenhagen il numero totale di chilometri percorsi dalla propria squadra. 
C’è poi un’estrazione di premi alquanto consistenti offerti dagli sponsor della campagna. Biciclette Kildemoes o Velorbis di un valore fino a 9300 corone, vacanze nei 10000 resort estivi danesi, viaggi per il mondo, e una valanga di premi minori come tute, guanti, caschi e cappelli. Ogni premio è per ciascuno dei partecipanti in una squadra vincitrice. Naturalmente, la probabilità di vittoria è pesata con il numero di chilometri percorsi dalla squadra. Più pedali, più hai la possibilità di vincere.
E adesso la domanda che vi state ponendo già da un minuto: chi controlla che ogni partecipante effettivamente raggiunga il posto di lavoro pedalando o comunque riporti il numero esatto di chilometri percorsi? Risposta: nessuno. Il problema non si pone. Nessun danese mentirebbe mai in proposito. 
Ok, possiamo sghignazzare, scuotere cinicamente la testa e giudicare i danesi un popolo terribilmente naif. Ma se la Danimarca è un paese benestante ed economicamente solido mentre noi italiani ce la passiamo assai maluccio, ciò ha le sue radici nella fiducia tra cittadino e sistema che emerge da iniziative come queste e che da noi è totalmente assente. Noi furbi, loro onesti. Ma la furbizia è l’intelligenza degli idioti, diceva qualcuno.   



venerdì 13 aprile 2012

Scandalo Lega: casting del film "The family"


Ma perchè non ci girano un film?
Lo scandalo che ha colpito il Partito degli Ignorantoni del Nord, che da presunti paladini di una rozza etica politica si sono improvvisamente rivelati fratelli più che legittimi della famigerata Roma ladrona  (nonostante l’europarlamentare Borghezio, con il suo tipico aplomp british, inviti chiunque azzardi un simile paragone ad andare a prendersela nel c**o), è materia più che interessante per una grande commedia all’italiana. Titolo: naturalmente The family, come l’intestazione sulla cartella dei rimborsi elettorali gestiti dal buttafuori Belsito, in realtà destinati ai vizi privati della famiglia Bossi. E qualsiasi allusione alla tipica family mafiosa è piacevolmente non casuale. Lo vogliamo vedere, The family. Dunque, proviamo ad ipotizzarne il cast.   



Renzo Bossi. Il ragazzo più disprezzato d’Italia. Il figlio di papà che ha fatto volare l’antimerito all’italiana a vette prima di allora solo immaginate. Gli italiani gli hanno pagato per due anni lo stipendio di consigliere regionale. Nonchè diploma, macchina e laurea imminente.  Eppure, forse è persino sincero quando afferma di non sapere  nulla dell’uso dei soldi della Lega. Nelle sua palese ottusaggine, semplicemente non si è mai posto il problema della provenienza del denaro. A interpretare un simile personaggio ci sarebbe voluto l’Alvaro Vitali dei tempi d’oro, quello di Pierino col fischio o senza fischio, per intenderci. Ma visto che l’Alvarone nazionale ha già raggiunto i sessanta, dovremo accontentarci di Vittorio Emanuele Propizio, abbastanza avvezzo ai ruoli di ragazzotto ricco e vanesio (vedi la sua interpretazione in Grande grosso e Verdone o nel cinepanettone Natale a Rio).

Umberto Bossi. Il grande capo, l’uomo che ha saputo dare un nome al rancore e alla rabbia autonomista nel Nord Italia delle urla e dei forconi. Il politico del fora da i ball e del tricolore come carta igienica. Ovvero, quando il populismo supera ogni confine del pudore. Come rendere lo shakespeariano conflitto interiore di un uomo che alza il dito medio mentre ascolta l’inno della Nazione di cui è Ministro?  Ci vuole un attore di rango, senza dubbio. Abbiamo pensato allo svedese Max von Sidow, indimenticabile protagonista de Il settimo sigillo di Bergman,  già avvezzo a produzioni italiane (ha recitato per Rosi, Argento e altri registi nostrani). 


Manuela Marrone. Moglie di Umberto e baby pensionata dall’età di 39 anni.  Un volto piuttosto anonimo che nasconderebbe il vero cervello pragmatico e politico della Lega. Il personaggio chiave del Cerchio Magico. Crediamo che un’attrice di solida esperienza teatrale come Monica Guerritore sappia rendere  la complessità di questa donna discreta e spietata.




Rosi Mauro. La ciabattara del Senato. La donna in grado di trasformare una seduta parlamentare nella più  caciarona delle riunioni condominiali. Avrebbe comperato diploma e laurea in Svizzera al suo amante gigolò Piero Moscagiuro, cantante di Kooly Noody. Superfluo aggiungere altro. Invece che un'attrice, per impersonarla sul grande schermo scegliamo una cantante: Loredana Bertè. E chiediamo al regista di optare per la Bertè più grintosa e scalmanata. Quella di Non sono una signora, per intenderci.

 Francesco Belsito. L’unico buttafuori al mondo ad esser stato tesoriere di un partito al governo.  E si son visti i risultati. Lui, però, la sua laurea non l’ha comprata: era semplicemente falsa. Crediamo che un giovane attore dal fisico massiccio come Nicola Nocella (visto e apprezzato ne Il figlio più piccolo di Avati) sia il più adatto ad interpretare questo omaccione dal viso persino simpatico. Previa rasatura completa.

Roberto Calderoli. L’ex ministro che ha definito porcata una legge da lui ideata. Quello che afferma che alcune etnie hanno una maggiore propensione a delinquere.  Il fisico di Maurizio Mattioli ha innegabili affinità con quello flaccido e fuori forma di questo borioso panzone con una cassa di risonanza al posto del cervello. E vuoi mettere lo smacco di fare interpretare Calderoli da un attore che più romano non si può?

Roberto Castelli. L’ingegnere leghista che è stato Ministro della Giustizia (che c’azzecca? Mah...). Il frequentatore più assiduo dei salotti televisivi. Nonchè il più saccente, strafottente e odioso. La faccia che vorresti usare al posto del sacco della boxe. Antonio Catania, con occhiali e pettinatura appropriata, può somigliargli abbastanza. La versatilità dell’attore farà il resto.


Roberto Maroni. Il più pacato dei politici leghisti. Non dice neanche le parolacce. Ma il suo faccino umile da impiegatuccio tartassato dai superiori nasconde una perseveranza alla propria indole razzista a prova di Corte Europea dei Diritti Umani. Per interpretare questo personaggio discreto e inquietante scegliamo un attore dalle poche parole e la mimica alla Buster Keaton: Maurizio Nichetti. 


E voi, avete suggerimenti migliori per il casting di The family?