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mercoledì 13 gennaio 2016

Quo vado?

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Checco Zalone ha la faccia apparentemente anonima dell'italiano qualunque, la baldanza del Verdone anni '80 e uno humor straniato alla Buster Keaton, con una padronanza istintiva e prodigiosa dei tempi comici.  Un mix formidabile che ha fatto impazzire il pubblico italiano sin dalle prime apparizioni su Zelig.
Vedendo Quo vado?, si ha però l'impressione che il suo talento sia in un certo senso prigioniero di un successo spropositato. Il suo film parla di tante, troppe cose:  pigrizia da posto pubblico, mammismo, vizi della politica, arretratezza culturale italica, riforme e mobilità, mobbing, no Tav, immigrazione, iper-civilismo dei popoli del nord, fuga dei cervelli, malessere da poco sole, global warming, mafia, famiglia allargata, matrimoni gay, integrazione culturale tra paesi e religioni diverse, razzismo, ecologia, maschilismo, malinconia da italiano all'estero, e tanto tanto altro.  Una sorta di bignami su tutti i possibili argomenti di dibattito attuali (manca il terrorismo, forse solo perchè già trattato in Che bella giornata), necessariamente risolti con una battuta o gag corriva e spesso piuttosto banale. Il film stesso (meno di un'ora e mezza di durata così da massimizzare il numero di spettacoli per giornata) è concepito come una rapida sequenza di scenette comiche o presunte tali, senza un vero sviluppo narrativo o un'evoluzione dei caratteri come ancora avveniva in Cado dalle nubi (a oggi, il miglior film di Checco). Studiato a tavolino per assicurare una risata al minuto. Ma l'ansia di successo e la necessità di far contenti tutti gli spettatori obbliga Zalone e il regista Nunziante a smussare i toni più caustici ed evitare risate che non siano di presa poco meno che immediata.
Due sequenze sono tuttavia memorabili. La prima, è il dialogo su corruzione e concussione tra Zalone e il cacciatore che gli regala una quaglia per un suo timbro all'ufficio caccia e pesca, e si chiede spaventato se non stia commettendo una grave illegalità. Acuta e divertita rappresentazione della nuova isteria giustizialista, sorta di rigurgito al ventennio berlusconiano. La seconda, è quella già cult in cui Zalone intona con voce simil-Celentano La prima repubblica a mo' di nostalgico musicarello anni '60, e che mostra la volontà di cercare linguaggi anche nuovi per un'indagine antropologica sull'incapacità endemica del popolo italiano di crescere e guardare al futuro. Sequenze che dimostrano le straordinaria potenzialità di Zalone di graffiare raccontando il presente con sguardo assolutamente originale, e che sembra incredibile coesistano con gag da peggior cinepanettone come quella della pugnetta all'orso bianco, o con i soliti triti chichè sull'italiano all'estero.
Il finale del film ha il merito di essere positivo evitando la classica autoassoluzione da commedia all'italiana, ma non toglie l'impressione di aver assistito ad un'occasione sprecata. O meglio, soffocata da rigide leggi di marketing.
Negli anni 80, grandi comici come Troisi, Benigni e Verdone giravano pellicole imperfette ma originali e assolutamente personali, che hanno saputo crescere nel tempo e diventare cult anche per le successive generazioni. Nei loro film, al di là di qualche ingenuità e tempo morto, si respira una libertà creativa rigenerante che  purtroppo Zalone oggi non può oggi permettersi.
Un ultimo commento sulle sciocchezze che si leggono in giro riguardo la positività del fenomeno Zalone per l'industria cinematografica italiana, che sarebbe in grado di resuscitare dalla crisi. Quale sarebbe la presunta salute ritrovata di un sistema in cui il primo film incassa cinquanta milioni e il secondo ne fa sei? Zalone è piuttosto la cartina tornasole della debolezza del cinema italiano. In termini ingegneristici, il single point of failure della nostra industria cinematografica.


venerdì 13 novembre 2015

Una riflessione su Star Wars

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Il fenomeno Star Wars è per me da sempre un enorme mistero.
Da bambino adoravo (e adoro tutt'ora) i classici coevi, la saga di Indiana Jones, Ritorno al futuro, o film come E.T. l'extraterrestre, I Goonies, Gremlins. Ma Star Wars (o Guerre Stellari, come si chiamava un tempo...) no, proprio no. In un passato più recente mi è capitato di rivedere i film della vecchia trilogia (quelli della nuova non li ho mai visti tutti, e per me sono anche peggio), e la mia opinione non è affatto cambiata. Anzi, almeno da bambino mi incuriosiva un po' il look di certi mostriciattoli, Jabba the Hutt in primis. Adesso non c'è proprio nulla che possa farmi evitare un sicuro sbadiglio.
La saga di Star Wars è piatta e banale.  Tutti i personaggi sono figurine bidimensionali tratteggiati senza la minima ironia, quell'ironia che invece è il punto di forza dei film sopra citati. Impossibile provare alcuna empatia per Luke Skywalker o la principessa Leia, e il cattivo Darth Vader non inquieta neanche un po'. Piuttosto, è involontariamente comico. Non c'è respiro nel racconto, e il pathos è assente. La regia di George Lucas (e degli "allievi" che hanno firmato la vecchia trilogia) è da telefilm ad alto costo, senza un'inquadratura seducente che sia una, e soprattutto con quelle orribili dissolvenze a tendina tra una location e l'altra. Il crescendo narrativo è farraginoso, pieno di dialoghi verbosi e inutili. Le disquisizioni junghiane sulla "forza" fanno pena. Le scene d'azione sono interminabili, strapiene di raggi laser, luci lucette ed esplosioni, puntano a stupire ma non hanno un briciolo di suspence. L'unica cosa che forse funziona in Star Wars, è l'alchimia tra l'azione nello spazio e la colonna sonora di John Williams.
Basta questo a giustificare il più grande culto cinematografico planetario della Storia? O forse ho visto una saga diversa da quella degli aficionados?
E' curioso il paragone con la pur diversissima saga di Indiana Jones, perchè anch'essa partorita dalla mente di George Lucas, che però - Deo gratias! - ne ha affidato la regia a Steven Spielberg. E perchè l'interprete Harrison Ford è anche un personaggio chiave di Star Wars, il mercenario Han Solo, anche lui ennesima figurina 2D di quello show raffazzonato e soporifero. Con Indiana Jones, Spielberg e Ford hanno invece creato un personaggio vero, affascinante, tratteggiato in maniera unica. Indiana Jones è allo stesso tempo un intellettuale e un uomo d'azione, uno sciupafemmine e un imbranato. Ha un intuito formidabile ma fa anche cazzate allucinanti, anche se poi riesce sempre a cavarsela. I film di Indiana Jones sono allo stesso tempo avventura, fantasy, azione e commedia con un equilibrio prodigioso. Ci si immedesima in lui, lo si invidia un po', si sognano le stesse avventure (e le stesse donne, alcune di loro almeno). Ogni sequenza d'azione nella saga di Indiana Jones è adrenalinica e al cardiopalma. E nulla è invecchiato dopo trent'anni.
Star Wars è nato vecchio, invece, perso nella sua galassia lontana lontana con la solita scontata lotta tra Bene e Male, i suoi inutili mostri, robottini e cavalieri jedi. Non capisco proprio come ci si faccia ad appassionare a queste fanfaronate spaziali, come si raggiunga un minimo di immedesimazione con le vicende.
E' da oltre un anno che la Disney (che ha acquisito la Lucas Film) centellina con sapienza informazioni e dettagli sul nuovo attesissimo episodio della saga, con aspettative d'incassi -quelle sì- davvero stellari. E a poco più di un mese dall'uscita siamo praticamente bombardati ogni giorno da nuovi trailer, spot e featurette varie.
Il 16 dicembre prossimo, i nerd di tutto il mondo avranno quindi il loro dirompente orgasmo prenatalizio. O forse sarà piuttosto un coito interrotto. Perchè quando le aspettative sono spasmodiche, il rischio delusione è altissimo. Per quanto mi riguarda, apprezzo J. J. Abrams, il regista che ha preso le redini di questo colossale progetto. E andrò anch'io a vedere Star Wars - The force awakens, ma con una prospettiva diametralmente opposta. Nessun mito di cui essere all'altezza. Piuttosto, la speranza di un buon film che faccia dimenticare le ciofeche del passato.

martedì 3 novembre 2015

Ritorno al futuro, oggi


Impossibile, almeno per chi è nato negli anni '80, non adorare la saga di Ritorno al futuro. Il fascino innato dei paradossi temporali, l'alchimia della strana coppia Marty Mc Fly e "Doc" Emmeth Brown, la mitica DeLorean, la colonna sonora di Alan Silvestri, le continue sorprese, i tormentoni cult, e soprattutto quell'atmosfera inimitabile, allo stesso tempo smaliziata e naif, tipica del cinema di Zemeckis. 
Qualche giorno fa -il 21 ottobre per l'esattezza- si è celebrato in tutto il mondo il Back to the future day; è finalmente arrivato  il giorno in cui Marty e Doc arrivano nel futuro nel secondo episodio della saga. E si è discusso molto nei media e nei social network sulle somiglianze tra il futuro ipotizzato da Zemeckis trent'anni fa, e quello reale. Alcune ipotesi azzeccate (il cinema 3D), altre quasi  (le scarpe con chiusura automatica, l'hoverboard, skate volante), altre ancora assolutamente fuori target (le auto volanti, che forse non ci saranno neanche nel 2045).
Ci sembra interessante, piuttosto, soffermarci su come sia cambiato il cinema mainstream americano dal 1985 a oggi. Quello di Ritorno al futuro era un cinema dove la storia e l'intreccio stupivano assai più degli effetti visivi. Era un cinema dal ritmo perfetto, fatto di sceneggiature che rasentano la perfezione assoluta, senza una scena inutile. Era un cinema capace di creare personaggi indimenticabili: Micheal J. Fox è rimasto nel cuore di tanti ex bambini e adolescenti perchè era in grado di rappresentare con ironia le debolezze e la spavalderia di ogni sedicenne, mentre Christopher Lloyd  è l'eccentrico pazzoide che tutti avremmo voluto come amico.
Cosa sarebbe stata, la saga di Ritorno al futuro, se non fosse esistita trent'anni fa ma fosse girata oggi? Pensiamoci un po'.
Ogni episodio durerebbe almeno tre ore. Sarebbe appesantito da una caterva di spiegazioni pseudo-scientifiche sul fenomeno del viaggio nel tempo (anche se comunque a stringere non sarebbero state meno cazzata della macchina alimentata a plutonio e flusso canalizzatore...). Marty Mc Fly sarebbe un insopportabile teen star à la Zac Efron con acconciatura perfetta e zero-ironia, Doc un professore saccente e  borioso. Tutto sarebbe inutilmente enorme e stracarico di azione ed effetti visivi, ci sarebbero gigantesche esplosioni, inseguimenti forsennati e interminabili nello spazio-tempo, una serie spossante di finali a catena. Tutto secondo la logica dell'accumulo piuttosto che della schiettezza del racconto. Sicuramente in 3D, a saziare il pubblico playstationizzato che forse ha dimenticato cosa sia un film vero.
Eppure, il fulmine sul campanile di Hill Valley e la striscia di fuoco lasciata sull'asfalto dalla DeLorean sorprendono e restano nella memoria assai più di qualsiasi scontro catastrofico tra supereroi di un odierno blockbuster.
Ed è per questo che a distanza di trent'anni celebriamo ancora Ritorno al futuro. Mentre Avatar, Twilight, Iron Man e compagnia bella ce li siamo già dimenticati.


giovedì 10 aprile 2014

First Kiss

Dieci coppie di sconosciuti contattate per baciarsi. Un po' di naturale imbarazzo, qualche battuta e risatina nervosa, e alla fine il bacio.
Il breve video di Tatia Pllevia è, a nostro avviso, uno straordinario saggio sulla solitudine della società di oggi. Sulla ricerca di emozioni semplici e forti per evadere dalla monotonia di un'esistenza omologata e neutra come lo sfondo su cui sono ripresi i soggetti.
Vero, toccante e sottilmente provocatorio. Perché ci ricorda con semplicità cosa voglia dire essere umani. E non è poco.


sabato 8 marzo 2014

La grande bellezza, l'Oscar e il circo mediatico

 
Insomma alla fine Paolo Sorrentino ce l'ha fatta.
A nove mesi dalla delusione Cannes, dove La grande bellezza fu completamente ignorato dalla giuria presieduta da Steven Spielberg, il regista napoletano si è preso la sua bella rivincita sul palcoscenico più celebre, quello che scrive il tuo nome nella storia, che lascia un titolo indelebile per il resto della carriera.
Da domenica scorsa Paolo Sorrentino è  il Premio Oscar Paolo Sorrentino. Altro che Commendatore, Cavaliere, Onorevole o Avvocato. E Premio Oscar lo sarà sempre, dovesse girare d'ora in poi solo ciofeche.
Non è il suo film migliore, La grande bellezza. Almeno Il divo e il sottovalutatissimo L'amico di famiglia gli sono superiori. E' un film fiero e fin troppo sicuro del suo fascino, che a tratti dice troppo e a tratti troppo poco, che non graffia come vorrebbe, che gira un po' a vuoto come il protagonista Jep Gambardella nella città eterna, "bella e indifferente come una diva morta", tra qualche citazione letteraria e fenicottero digitale di troppo. Ma è anche un'opera che seduce, che commuove e fa riflettere, che a tratti brucia d'incanto (basti pensare all'incontro inatteso con Fanny Ardant, o all'episodio della bambina artista, o allo sguardo vitreo della Ferilli viva e morta). E' un film massimalista e intimo allo stesso tempo, un connubio che  in Italia non si vedeva da tantissimi anni.
Come ha reagito l'Italia alla notizia dell'Oscar? Naturalmente da domenica sera sono tutti grandi amici di Paolo Sorrentino. Persone che neanche l'avevano sentito nominare o al più lo confondevano con il coetaneo collega Matteo Garrone, si dichiarano adesso orgogliosi e ne parlano come di un affezionato vicino di casa che hanno visto crescere. E  La grande bellezza è un capolavoro per tutti, anche per quelli che non l'hanno visto, o per quelli che l'hanno visto e non ci hanno capito una mazza. Il grande circo mediatico italiano, che va dalle tv e i principali giornali ai social network, fa gara a chi la spara più grossa (o semplicemente, più banale). Ridicole strumentalizzazioni politiche (un plauso va al solito inossidabile Sallusti, che ha affermato "Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati") , patriottismo spiccio, orgoglio nazionale rinato, sermoni sul grande valore dell'Italia e degli italiani, sulla loro capacità di riscatto, sulla bellezza dell'Italia rappresentata nel film. E naturalmente i bastian contrari, quelli che dicono no, non avete capito niente, è un film critico sull'Italia, un film che mostra la decadenza del nostro Paese, con quelle personcine così vuote che pensano solo ai trenini e quegli intellettuali di sinistra così snob e quei preti che pensano a cucinare invece che a pregare.  Quando basta scendere un pelo sotto la superficie per capire che l'ambizione del film di Sorrentino va ben oltre le nostre misere scaramucce italiote, che La grande bellezza non è un film sull'Italia ma sulla società occidentale, sulla solitudine e sul disorientamento, sul rimpianto e la ricerca di un senso nelle cose.
E a vincere l'Oscar non è stata l'Italia, ma un grande talento italiano. E' diverso.
Ma da Nord a Sud hanno tutti acclamato il film di Sorrentino, almeno fino alla sua messa in onda su Canale 5 di martedì sera, quando lo share è crollato del cinquanta per cento dalla prima alla seconda parte, con il pubblico mariadefilippizzato che si aspettava forse una sorta di kolossal  di cartapesta à la Tornatore e si è trovato davanti un'opera cupa e meditabonda e certo non di immediata fruizione.
Nella banda di cialtroni che non riesce proprio a tener la bocca chiusa, tra il distributore Rossella che si prende parte del merito della vittoria e la Ferilli che frigna perchè non l'hanno invitata alla premiazione,  tra Renzi che ne approfitta per la solita passerella politica e Alemanno che si accorge fuori tempo di come sia importante investire nella bellezza di Roma, il più silenzioso, umile e autentico è stato proprio lui, Paolo Sorrentino.
Un quarantenne con faccione anonimo da impiegato comunale, che si ritrova  al Dolby Theatre di Los Angeles goffamente ingessato in uno smoking al fianco di centinaia di star hollywoodiane dal look studiatissimo, che viene chiamato sul palco e ringrazia impacciato con un inglese da ragazzino di prima media ripetendo una lista che sembra studiata a memoria. E che non si porge a orgoglioso rappresentante del suo Paese ma menziona i suoi idoli dell'adolescenza e gli affetti più cari, moglie, familia e genitori. Per poi sparire dai riflettori.
Talento e umiltà. Sono questi gli italiani che ci piacciono e che vorremmo vedere più spesso. Sono loro la grande bellezza.



sabato 15 febbraio 2014

Il girotondo di 8½

Forse nessun altro film come di Federico Fellini è riuscito ad scavare tanto a fondo nella confusione dell'essere umano, perso nel suo andirivieni di pensieri tra sogno e memoria,  il bisogno di affetto e i vezzi megalomani,  i  tormentoni freudiani, il desiderio di fuga e il terrore della solitudine.
Come Marcello Mastroianni, ognuno di noi è il regista di un film di cui non conosce il copione. Timoroso delle aspettative del pubblico, insicuro nelle proprie ambizioni, capriccioso, spavaldo solo in apparenza,  in continua balia degli sbalzi d'umore. 
Eppure "la vita è bella, viviamola insieme", dice Marcello. La vita è un improvvisato girotondo sullo sfondo di una costruzione  che forse non sarà mai completa, che forse cadrà a pezzi. E come ogni girotondo, è destinata a non portarci da nessuna parte, ad estinguersi come le note del flauto del ragazzino con berretto da marinaio che, all'affievolirsi delle luci dei riflettori, esce pudicamente dalla scena.
Ma nel girotondo ci prendiamo per mano, scherziamo sull'improbabile bombetta dei clown, ridiamo e saltelliamo, trascinati dalla musica di Nino Rota che si imprime nel cuore e nella memoria.  Finché dura, si può essere felici.


martedì 31 dicembre 2013

Il caffè delle undici

In una cittadina della costa catanese, un ragazzino che lavora nel bar di mamma e papà non aspetta altro che arrivino le undici. L'ora del caffè. O meglio, l'ora in cui è solito portare il caffè alla bella signora solitaria della spiaggia, la signora dagli occhi chiari e il viso da fata, che riempie i suoi pensieri, anche di notte. Ma un giorno la macchina del caffè si rompe. Deve dunque il nostro eroe rinunciare all'incontro quotidiano con la sua bella signora? Giammai...

 

martedì 28 maggio 2013

La passeggiata del Divo


Ok, Paolo Sorrentino non ha vinto premi a Cannes quest’anno. Non abbiamo ancora visto La grande bellezza, ma in fondo non ci sorprende che il presidente di giuria Steven Spielberg non si sia fatto contagiare dal fascino dell’unico film italiano in concorso. Spielberg e Sorrentino sono infatti due cineasti decisamente antitetici; il cinema del gigante hollywoodiano è ottimista, fanciullesco e irrazionale  tanto quanto quello di Sorrentino è  meditabondo, cupo e sottilmente nichilista. Eppure, a ben pensarci li accomuna la forza visionaria, il massimalismo espressivo, il talento di creare immagini assolutamente inedite, la capacità di dare forma ai sogni più audaci: Paolo Sorrentino rimane il più talentuoso dei cineasti di casa nostra, l’unico che possa essere accostato a nomi gloriosi del passato come Fellini, Antonioni o Ferreri senza urlare alla lesa maestà.
Lo vogliamo omaggiare con una scena de Il Divo, il miglior film italiano del decennio scorso, premiato proprio a Cannes nel 2008. Ci riferiamo a quella che a nostro parere è la scena migliore del film (inizia al minuto 1:15 nel video in basso): la passeggiata notturna di Andreotti nella Roma deserta. Il Divo che cammina con andatura compassata sul marciapiede, mentre la scorta lo segue silenziosa come il corteo di un funerale con le auto dai lampeggianti blu. Il Divo si ferma per qualche istante a leggere un’invettiva su di lui e Craxi scritta con la vernice sul muro del palazzo adiacente. Il capo scorta fa un cenno al suo collega come a chiedere il motivo di quella pausa, ma Andreotti riprende impassibile la sua mesta passeggiata e l’intera scorta può rimettersi in moto, mentre la musica di Teho Teardo che accompagna l’intera scena si arricchisce di un coro polifonico. Una colonna sonora che ricorda atmosfere alla Nino Rota (Il Padrino, per intenderci). C’è tutto in questa scena: l’impenetrabilità di un personaggio che è anche l’impenetrabilità di una parte della nostra Storia recente, il fascino senescente e dimesso di un Paese in declino, l’impalcatura grottesca delle istituzioni. La Roma funerea di Sorrentino, illuminata solo da lampioni sfocati che sembrano sospesi in cielo come miraggi, è allo stesso tempo la gloria e la tomba del nostro Paese bello e inutile

sabato 27 aprile 2013

Maccio Capatonda



L’abruzzese Marcello Macchia (in arte, Maccio Capatonda) è diventato famoso in tutta Italia con una serie di brevi video inizialmente trasmessi in tv dalla Gialappa’s e poi diventati oggetti di culto su youtube, dove registrano migliaia di visualizzazioni ogni mese.  Finti trailer concepiti come parodie dei più popolari generi d’intrattenimento, dal thriller al melodramma, dalla fiction agiografica alla commedia natalizia. Ma anche finti servizi di cronaca nera, spot pubblicitari in stile Carosello, videoclip, miniserie, sketch e tanto altro. Una mole impressionante di video caratterizzati da ribaltamenti iberbolici del senso comune, svarioni linguistici, giochi tautologici e derive nonsense, dove interpreti dalla discutibile fotogenia creano personaggi strepitosi come il plurirattristato Mariottide (pungente parodia dei lagnosissimi cantautori partenopei), il citrullo Herbert Ballerina, il viscido Rupert Sciamenna e l’isterica Anna Pannocchia.
In particolare Mario, una serie in diciotto puntate prodotta da MTV, è in un certo senso il suo canto del cigno. La serie racconta la storia del pluritelegattato conduttore di un telegiornale nazionale che viene acquistato dalla Micidial Corporation, una losca multinazionale che impone i propri sponsor e che è forse responsabile della sparizione del precedente direttore. Mario si trova dunque costretto a condurre il telegiornale in condizioni sempre più ristrettive e umilianti, e allo stesso tempo deve indagare sui misteri della Micidial. Oltre a portare avanti l'intricata vicenda, ogni puntata offre anche numerosi servizi giornalistici in puro stile Capatonda.
Mario e in generale i video di Maccio Capatonda sono sicuramente perfetti per una serata pizza e birra con gli amici, magari con un proiettore e un laptop connesso a youtube. 
Eppure, ci sembra di scorgere nei giochi linguistici e nel nonsense di Maccio Capatonda ben altro che un semplice divertimento goliardico. In un Paese in cui la cui comicità è fossilizzata tra i soliti regionalismi nord/sud e la scatologia da cinepanettone, Maccio Capatonda è forse l'unico a proporre qualcosa di assolutamente nuovo. E graffiante. Prende di mira conflitto d’interessi,  lo strapotere manipolatorio del mezzo televisivo, la corruzione e la malpolitica, la meschinità e l’ipocrisia, la retorica nostalgica da come eravamo, l’instupidimento generale e l’oscenità da prime time. In altre parole, prende di mira l’Italia. E lo fa con uno stile inedito, caleidoscopico e sulfureo, tra echi di commedia demenziale alla David Zucker e deviazioni surreali che forse non sarebbero dispiaciute a Buñuel. Si ride con ferocia, e alla fine ci resta in faccia un ghigno che fa male; il mondo-incubo raccontato da Maccio Capatonda non è poi così lontano da quello reale. 
Quella di Maccio Capatonda è la comicità più tagliente e originale che si sia vista in Italia dai tempi dei primi Fantozzi. Che qualcuno se ne accorga e gli dia lo spazio che merita. 



domenica 24 marzo 2013

Hitchcock




Hitchcock di Sacha Gervasi è il primo film sul grande regista londinese. Racconta il biennio 1959-1960, segnato dalla crisi matrimoniale con la moglie Alma Reville (storica adattatrice delle sceneggiature dei suoi film) e, soprattutto, dalla difficoltosa realizzazione di Psycho, osteggiato dalle major che ne prevedevano un imbarazzante flop, e invece diventato il suo più grande successo commerciale, nonchè uno dei film più amati e imitati della storia del cinema.  Il film orchestra la complessa materia narrativa lungo tre percorsi: il difficile rapporto del regista con sua moglie, le ossessioni tra eros e thanatos dell’artista Hitchcock, e il racconto della realizzazione del suo film più celebre.  Purtroppo, Gervasi fallisce su ognuno degli aspetti citati. Le difficoltà coniugali di Alma Reville sono quelle di una qualsiasi donna  che si sente trascurata da un marito assente e distratto, e la narrazione non si discosta molto da quello di uno scontato dramma televisivo. L’intento di cogliere l’ambiguità del maestro londinese, la sua fascinazione morbosa per la violenza e le ossessioni sessuofobiche per le sue giovani attrici bionde viene affidato a banali intermezzi onirici in cui il nostro dialoga con il fantasma del personaggio che avrebbe ispirato il Norman Bates di Psycho.  In tal modo, la parte forse più interessante per i cinefili e gli amanti di Hitch – il racconto della realizzazione del film- viene privata dell’attesa ricchezza aneddotica che ne avrebbe fatto una pellicola davvero memorabile. Se la preproduzione, con le perplessità della Paramount davanti alla testardaggine di Hitchcock per quel bizzarro soggetto in cui la protagonista muore a metà film e le frecciate sull’ottusaggine delle regole del codice Hays (non si può mostrare una toilette al cinema!) è raccontata con una certa efficacia, la parte sulle riprese del film delude. La realizzazione della scena della doccia è tirata via  e non affronta alcuni dubbi dei cinefili (che ruolo avrebbe avuto l’autore dei titoli di testa Saul Bass in questa scena?), il complesso omicidio di Arbogast viene omesso, così come il cammeo del regista con il cappello da cowboy e altre scene famose del cult del 1960. Scarna anche la descrizione del rapporto con lo sceneggiatore Joseph Stefano, con Antony Perkins e gli altri attori maschili. Il film ci mostra invece un regista distratto che sul set ha la testa perennemente altrove, quasi non gliene importasse nulla della pellicola e fosse ossessionato soltanto dal presunto tradimento della moglie con uno scrittorucolo e dai suoi eterni fantasmi.
E’ un peccato, perché Antony Hopkins è un Hitchcock credibile, Helen Mirren ha l’intensità adatta ad esprimere la forza di questa donna talentuosa e discreta, e Scarlett Johansson è una Janet Leigh persino più bella e conturbante dell’originale.
Ma ahimè, troppa carne al fuoco per un film che vorrebbe essere ritratto introspettivo, grande storia d’amore e al contempo uno spensierato bignami per i cinefili incalliti.


mercoledì 27 febbraio 2013

Quentin Tarantino







In alto i due video delle premiazioni di Quentin Tarantino per la migliore sceneggiatura originale agli Academy Awards: nel 1995 per Pulp Fiction (con Roger Avary) e pochi giorni fa per Django Unchained. Ancora un ragazzetto imberbe nel video di diciotto anni fa, omaccione quasi obeso nel 2013. In entrambi i casi, i video colpiscono per  la totale spontaneità con cui Tarantino riceve il premio e ringrazia il pubblico. Un tono informale che, a differenza di tanti colleghi del mondo dello spettacolo troppo ossessionati dall'idea di mostrarsi diversi, non ha nulla di ricercato e studiato a tavolino. E ci porta a riflettere su quella che e' una delle tante caratteristiche eccellenti di questo personaggio unico: l'autenticita'.
In uno showbusiness in cui ogni singola parola, colore di cravatta o ciuffo di capelli di un divo e' dettato da spietate regole di marketing, da quasi un ventennio Tarantino persegue il suo percorso assolutamente personale e autarchico, fiero di un amore per il cinema totalitario e incondizionato. 
Ma non si tratta dell'ennesimo outsider traboccante di orgoglio, relegato a necrotiche operette di nicchia che fanno gongolare i critici braille"Non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un prodotto di me", diceva Jack Nicholson in The Departed di Scorsese. E lo stesso sembra valere per Quentin Tarantino. Che non segue i trend. Semplicemente, li crea. Il ragazzo prodigio di Knoxville - ex commesso in un videostore- è infatti il caso più unico che raro di un cineasta che, senza scendere ad alcun compromesso, plasma il mainstream a sua immagine e somiglianza. E soprattutto, spinto dall’autenticità della sua "malattia" cinefila ("Cerco di realizzare i film che mi piacerebbe vedere come spettatore", è la semplice e schietta motivazione del suo fare cinema), ha il coraggio mettersi in discussione ad ogni film. Dopo l’enorme successo di Pulp Fiction (forse il film che ha generato più epigoni nell’intera storia del cinema), avrebbe potuto riproporsi al suo vasto pubblico con una pellicola dello stesso genere, magari un sequel, e raddoppiare il successo. E invece si è preso una pausa di tre anni per poi tornare sugli schermi con un film come Jackie Brown, completamente diverso dal precedente. Un discorso simile si potrebbe fare per Kill Bill e Inglorious Basterds.  
Studiato dai teorici del post-moderno per il suo enciclopedico gusto citazionista e la puntuale destrutturazione delle tre unità aristoteliche, è invece (erroneamente) identificato dai più come autore pulp e modaiolo, artefice di una violenza grottesca, iperrealista e stilizzata. Ma dire che Tarantino è un regista pulp è come definire Picasso un disegnatore di caricature. Per quanto ci riguarda, Tarantino è soprattutto un grande storyteller, capace come pochi altri nella storia del cinema di creare personaggi che nascono già mitici, riccamente delineati e dalla morale ambigua, soprattuto donne – sempre rappresentate come forti e lontane da qualsiasi clichè (e non è un caso che, nonostante la violenza, i suoi film siano sempre molto apprezzati dal pubblico femminile). Come sottolinea giustamente lui stesso nel suo discorso agli Oscar di quest'anno, "Se qualcuno tra cinquant'anni riscoprirà i miei film, sarà grazie ai personaggi che ho creato". Insuperato narratore di interni, sublime scrittore di dialoghi, padrone assoluto dei tempi del racconto – ora dilatati, ora improvvisamente accelerati – in grado di tenere incollati allo schermo per la durata spesso consistente dei suoi film. 
Questo è Quentin Tarantino. Altro che pistolettate, schizzi di sangue e battutine cool.    

lunedì 31 dicembre 2012

Il vecchio e la bici

Questa è una storia semplice e toccante. Orazio Di Grazia, contadino siciliano, cui il destino afflisse una cocente delusione d'amore. E' la vita senza clamore di un uomo solo e forte, che fino alla sua scomparsa all'età di ottatacinque anni, percorreva ogni giorno la tratta Catania Ognina - Nicolosi (circa 16 km) con la sua bici portando con sè un carico di alimenti.
Orazio e la sua amata scomparsa. Orazio e la solitudine. Orazio e la bici. Non aggiungiamo altro, e vi invitiamo a visionare questo breve ma intenso video.

martedì 30 ottobre 2012

Dubbio made in Italy

Colpisce questo video realizzato dai due giovani Stefano De Marco e Niccolò Falsetti,  vincitore del concorso Videominuto 2012. Una sorta di manifesto dei loro coetanei all’estero. Un video da vedere due volte (la prima seguendo le immagini e la voce off, la seconda leggendo le didascalie) per cogliere le due facce dell’italiano all’estero: quella esteriore e spavalda di chi difende orgoglioso la sua scelta, e quella più intima e sofferta di chi ne sente il disagio profondo. Nella brevissima durata di un minuto ci si identifica con questo ragazzo in blusa e zainetto che si muove rapido in una Londra grigia e asettica riflettendo su una vita da straniero a cui si è ormai abituato; ciò che gli resta dell’Italia sono “la nostalgia del sole, delle campagne sterminate, dell’olio buono,  del vino del contadino”, e le insegne delle tante trattorie e gelaterie italiane dove il Belpaese è solo un marchio che vende, una grande collezione di clichè. Forse un po’ troppo reazionario, semplicistico e romantico. Ma scuote. E commuove, anche.   


lunedì 22 ottobre 2012

Roma acquario


Sono anni che, quando attraversiamo in autobus una città immersa nella notte e resa viva dai lampioni e dalle luci al neon delle insegne dei locali, ci troviamo senza volerlo a fischiettare il motivo musicale di Luce dei miei occhi. Film di Giuseppe Piccioni, colonna sonora (ammaliante come sempre) di Ludovico Einaudi.  
Un film sbagliato forse, melomane, artificioso, retorico, ridondante, addirittura iettatorio secondo Paolo Mereghetti.  Ma ricco di suggestioni memorabili. Scene come quella iniziale (vedi il video in basso), con il tassista Luigi Lo Cascio che attraversa una Roma notturna e quasi irriconoscibile, ci sono entrate nel cuore.
Il taxi e la città. Il dentro e il fuori. La Roma bluastra e taciturna di Giuseppe Piccioni non è una Roma da cartolina. Non ricorda quella caotica e colorata di Fellini, nè quella borgatara di Pasolini e Citti, tantomeno la Roma iperrealista e coatta di Verdone e colleghi.
E’ una Roma da fantascienza, con il taxi che diventa una navicella spaziale in un pianeta sconosciuto, come quello visitato da Morgan, l’eroe del protagonista.
Ma è anche una Roma acquario, dove poche anime silenti sembrano fluttuare come pesci,  e le vetrate di ristoranti e autobus imprigionano la luce di lampade da tavolo e illuminazioni stradali. Si può essere vicini alle vetrate di un acquario, lasciarsi sedurre dai colori delle piante marine e dai movimenti sinuosi e lenti dei pesci che lo abitano. Ma il più delle volte si resta spettatori: arrampicarsi come folletti sulla barriera di vetro,  prendere un bel respiro e lanciarsi con un bel tuffo carpiato in quella vasca dall'interno così visibile eppur così misterioso non è, in molti casi, possible.
Il tassista Luigi Lo Cascio è lo spettatore della Roma acquario: chiuso tra le pareti rassicuranti e mortifere del suo sottomarino-taxi, non avrà mai il coraggio di superarle. Non diventerà mai un pesce.


mercoledì 5 settembre 2012

Take This Waltz



Cara Sarah Polley,
ma perché non hai lasciato che il tuo film finisse nel momento in cui Michelle Williams, su invito dello stesso marito tradito, esce di casa e corre via alla ricerca dell’uomo che ha capito di amare, ma poi raggiunge l’oceano, il placido e spietato oceano, e davanti a quella distesa infinita e invalicabile non può far altro che lasciarsi cadere a terra e voltare lo sguardo verso lo spettatore in sala? Era lì che ci voleva un bello stacco su nero su cui far salire i titoli di coda; la protagonista ha tentato la fuga dalla prigione in cui ha capito di vivere ma ha scoperto che via di fuga non c’è, e allora, confusa, non può far altro che voltarsi con una silenziosa richiesta di aiuto, così come faceva il Jean Pierre Leaud de I quattrocento colpi di Truffaut, anche lui davanti al mare, il mare, sempre il mare...
Ma invece hai voluto che, quando Michelle Williams si volta verso lo spettatore, la sua espressione confusa si tramutasse in un sorriso felice, perché davanti a lei c’era lui, l’uomo che cercava. E soprattutto, hai voluto appiccicare al tuo film quell’ultimo quarto d’ora che sembra un sequel involuto e accelerato col tasto forward del videoregistratore, con Michelle che va a vivere con il suo amatissimo belloccio, si diverte un mondo prima che il grigiore di una nuova routine torni a farla soffrire, fa una visita all’ex marito, alla fine capisce che è meglio stare soli che male accompagnati. Ma perché, perché, perché la necessità di dire così tanto, quando nell’ora e mezza precedente raccontavi così poco, ma lo facevi così bene?
Davvero, lo fai benissimo.
E lo sai perché?
Perché racconti quello che poteva essere il più banale dei triangoli sentimentali ma allo spettatore sembra di non aver mai visto nulla di simile.
Perché scrivi dialoghi in punta di penna ma che gettati sul viso senza trucco della protagonista non ci sono mai sembrati così veri.        
Perché fai crescere i tuoi personaggi senza fretta, prendendoli per mano, senza invadenza, suggerendoci il loro dolore senza sbattercelo in faccia, con rispetto e pudore anche quando ci mostri i dettagli anatomici di una donna al gabinetto.
Perché per una volta il marito tradito è un personaggio assai più ricco, sfumato e nobile dell’avventuriero dal fascino irresistibile.
E allora, di nuovo, perché rovinare tutto negli ultimi quindici minuti? Per un’ora e mezza hai cercato un equilibrio difficilissimo fatto di colori pastello, visi, lacrime e sorrisi, parole e silenzi dosati al nanosecondo. Sei stata un'acrobata, una ballerina su un palco di cristallo fragilissimo,  una farfalla che si posa su una bolla di sapone. Sai bene che un bacio tra i due protagonisti avrebbe fatto crollare il palco e scoppiare la bolla, e difficilmente la farfalla sarebbe tornata a volare. E allora perché un minuto dopo il loro illogico ritrovamento, i due protagonisti sono già pronti ad orge sfrenate con sconosciuti?  Perché metterci di mezzo l’alcolismo della cognata? Perché “parodiare” una delle scena più belle del film, quella in cui Michelle Williams e Luke Kirby sono sulla giostra insieme e la forza centrifuga li avvicina e li allontana e sono tentati a lasciarsi andare ma alla fine non lo fanno, solo per dirci che Margot è più felice quando è sola?
Ok, Margot non è tagliata per la vita di coppia, grazie per l'informazione, ma chissenefrega. In quel quarto d’ora finale vuoi dire tanto ma nessuno te l’ha chiesto. Vuoi arricchire il ritratto dell’infelice protagonista ma non fai che renderla banale. La ridondanza è nemica dell’arte, la spoglia dei suoi misteri, la rende insipida e ovvia.
Ma tu, da mostro di talento qual sei, tutto questo lo sai perfettamente. E allora su, a noi puoi dircelo... un compromesso con la produzione? Non te lo perdoniamo, cara Sarah Polley, di aver rovinato un quasi capolavoro. Ma continueremo a seguirti con fiducia. Nel prossimo film tornerai a danzare e il palco non crollerà, ne siamo certi.  


sabato 25 agosto 2012

Benigni


Si digita "Benigni" su youtube e accanto alle decine di clip del Robertone nazionale vien fuori questo cortometraggio realizzato nel 2009 dal trio di registi finlandesi Elli Vuorinen, Pinja Partanen, e Jasmiini Ottelin (vedi il video in basso). Benigni è dunque una parola finnica, che vuol dire semplicemente benigno, almeno stando a google translator.
Girato in animazione a passo uno, Benigni racconta la storia di un uomo di mezza età, bolso e compassato, che vive solo in un appartamento di un palazzo popolare. La sua routine quotidiana è fatta di lunghe fumate alla finestra, suonate di xilofono, lettura di comics e sonnellini in poltrona. Un giorno si accorge che l’escrescenza che gli si è formata sull’adipe dell’ascella destra è notevolmente cresciuta di dimensioni e, magia, sembra avere vita propria, tant’è che ad un certo punto ne spuntano anche due occhi azzurri che la fanno sembrare un alieno spielberghiano. Dapprima l’uomo è tentato di sbarazzarsene con una coltellata, poi, ammansito dagli occhi dolci della creatura, si rassegna a conviverci. Ne nasce a sopresa un rapporto tenerissimo; la creatura accompagna necessariamente l’uomo in tutte le sue attività quotidiane, trasmettendogli una serenità che sembrava impossibile in tanto grigiore. Ma un incidente domestico è destinato a porre fine a quell’idillio...
Il tema della metamorfosi del corpo ha affascinato scrittori e artisti per secoli, e vedendo Benigni tornano in mente le inquietanti visioni di Cronenberg e dei suoi body horror, ma anche Erhaserhead di Lynch e più note suggestioni mainstream come nei vari film di Alien. Ma non c’è nulla di cervellotico in questo corto che vira piuttosto su un piano decisamente intimista; forti di uno stile minimal che soprende ad ogni scena, gli autori non forzano alcuna interpretazione specifica, e la storia di questa bizzarra relazione tra un uomo e il suo adipe vivente potrebbe essere letta, ad esempio, come una metafora della perdita di un figlio, o della necessità di imparare a convivere con la malattia, o chi più ne ha più ne metta. Ma per quanto ci riguarda, Benigni è semplicemente una struggente favola sulla solitudine e sul bisogno insopprimibile di amare. Pudica e toccante come lo sono i capolavori. 



giovedì 26 luglio 2012

Il ghigno di Norman Bates


Se il gentile lettore non ha mai visto Psycho di Alfred Hitchcock, lo invitiamo ad abbandonare immediatamente la lettura di questo post per non rovinare l’eventuale futura visione di uno dei più bei film mai realizzati.  Altrimenti, resti pure con noi.
Si parla della scena pre-finale, quando Vera Miles scende nella cantina della casa dell’albergatore, vede la madre di Norman Bates seduta di spalle, prova a parlarle sfiorandole la spalla ma la sedia ruota su se stessa e si accorge che la madre di Norman è in realtà uno scheletro putrefatto, che sfoggia in modo grottesco una dentatura ancora sana. Vera Miles lancia in un grido acuto, urta inavvertitamente una lampadina che inizia ad ondeggiare rivestendo lo scheletro della donna di un inquietante luce-ombra che sembra quasi animarlo. E poi entra lui, Norman, con la vestaglia a fiorellini e la parrucca grigia sulla soglia della scalinata, che alza il pugnale in aria con il ghigno beffardo di chi gode per la vittima imminente.
Quella scena è una vera discesa all’inferno. Per chi scrive, tra le più agghiaccianti della storia del cinema. E in particolare è proprio l’immagine di Norman ghignante in vestaglia e parrucca a gelare il sangue e sconfinare nelle paure ataviche più profonde. Il terrore, quello autentico e non semplicemente pilotato dai trucchi affabulatori di un bravo narratore, nasce dalla mancanza di certezza, della possibilità di confinare ciò con cui veniamo a contatto in una categoria ben definita e rassicurante. Il Norman di quella scena non è giovane nè vecchio, non è uomo nè donna, è un ibrido che per un terribile secondo non riusciamo assolutamente ad identificare. Un mostro, dunque, nella vera accezione del termine; spaventoso perché non ha nessuna maschera fasulla che lo archivierebbe nella rassicurante famiglia degli orchi da fiaba, nè viene da un'altra galassia o mondo parallelo, ma potrebbe essere una persona qualunque, magari il nostro vicino. O addirittura noi stessi. Ma soprattutto, Norman con vestaglia e parrucca è un clown, un buffone vestito da donna che in altri contesti ci avrebbe fatto sorridere o storcere il naso per la sua puerilità. Nell’immaginario infantile, il clown è un personaggio ambiguo e inquietante, quello che ci faceva divertire ma che nascondeva nel suo ghigno segreti con cui nessun bambino vorrebbe venire in contatto.   La forza di quella scena sta nella capacità di Hitchcock di restiituire a noi adulti una paura, quella del clown, che è forse la più radicata e inestirpabile che ci portiamo appresso dall’infanzia. Per un terribile secondo, torniamo tutti ad avere sei anni.     
Beh, il cinema potrà anche durare un altro millennio, ma qualsiasi mostro digitale di futura generazione difficilmente potrà eguagliare il terrore atavico che suscita Norman Bates in parrucca e vestaglia...
La scena di cui abbiamo parlato nel video in basso. Se avete il coraggio...


martedì 17 luglio 2012

Rebecka Liljeberg




Una decina di anni fa mi ero preso una sbandata incredibile per la protagonista di  Fucking Åmål , uno dei miei film preferiti. Straordinaria, magnifica, talentuosa, bellissima Rebecka Liljeberg. Avevo registrato il film a notte fonda su Rai 2, e non facevo altro che rivederlo, andando avanti e indietro con il telecomando del VHS alla ricerca dei suoi primi piani. Ero ammaliato da quel viso pulito da fata dei boschi, dall’incredibile espressività dei lineamenti, dai suoi silenzi impacciati carichi di fascino. Sapevo che al minuto x della registrazione i suoi magnifici occhi neri roteavano impacciati e si inumidivano di rabbia, che al minuto y aveva i capelli legati a coda e sorrideva, che al minuto z voltava il baschetto bruno e il suo profilo veniva accarezzato dalla luce del primo pomeriggio e rivolgeva uno sguardo in macchina, e quindi a me che la guardavo sul teleschermo.
Con l’immaginazione sfrenata che si ha solo a vent’anni, sognavo di partire ex-abrupto per Stoccolma, la città dell’attrice all’epoca ventunenne, suonarle alla porta di casa e dirle: “Ciao, vengo dall’Italia e sono innamorato di te, non fa niente che non mi vuoi, però voglio essere il tuo vicino e riempirti di regali ed attenzioni finchè cambierai idea”. Mi avrebbe cacciato, ma vedere per qualche istante il suo viso prima sorpreso, poi vagamente infastidito, infine bonario come lo si è con i matti, sarebbe valso l’intero viaggio.
Come ogni infatuazione, quella per Rebecka Liljeberg non durò a lungo. I sogni sbiadirono presto la loro forza cromatica, e il senso del reale e le scollature di alcune compagne di corso all’università tornarono per fortuna ad insinuarsi nelle mie giornate.
Ma, quando si dice i casi della vita, qualche mese dopo ero al festival del cinema di Venezia con un’associazione giovanile cui ero iscritto, davo un’occhiata all’austero programma di seriosissime opere in concorso, e il nome di Rebecka Liljeberg fece capolino nel cast del film Il bacio dell’orso, del regista russo Sergei Bodrov.
Rilessi il nome tre o quattro volte, ma sarà lei? certo che è lei, coglione, quante attrici di nome Rebecka Liljeberg vuoi che esistano?? Immediatamente rinacque in me l’ardore di quelle serate spese a consumare le testine del videoregistratore sul nastro di  Fucking Åmål.
Ok, era sicuramente lei, ma la domanda fondamentale a quel punto era: Rebecka era al lido? Cercai di informarmi con i colleghi dell’associazione, nessuno sembrava sapere chi diavolo fosse Rebecka Liljeberg. Ma dai, è quella di  Fucking Åmål , non puoi non saperlo, dicevo. Ahh, ok, rispondevano, boo, non lo so se c’è. Un attimo, si avvicinava un redattore vagamente gossipparo, parlate del cast de Il bacio dell’orso? Ho visto il regista Sergei Bodrov vicino al Palagalileo. E ‘sti cazzi, rispondevo io, ma Rebecka c’è? E chi è Rebecka? Ok, lascia perde’.
Poi pensavo che era un gran colpo di fortuna che lei fosse quasi sconosciuta, così non avrebbe avuto centinaia di fan rompicoglioni alle costole, e avrebbe potuto dedicarmi più tempo. A patto che, effettivamente, Rebecka fosse al lido.
Ebbene, Rebecka c’era. Pedinai uno dei redattori che doveva incontrare il regista di quel film russo, e la vidi uscire dalle porte scorrevoli dell’hotel Excelsior, dove si tenevano gli incontri con la stampa. Indossava una t-shirt bianca e pantaloni neri larghi hip hop. Ci misi due secondi ad accertare che fosse lei. Non c’era tempo per essere timidi e mi avvicinai a passo rapido, vagamente agitato, riflettendo sul fatto che, quando attendi impaziente qualcosa e poi finalmente ti capita, pensi sempre che avresti bisogno di un minuto in più. Soltanto un minuto in più per distendere il battito cardiaco e riorganizzare le idee.
Era davvero bassa, sotto al metro e cinquanta. La chiamai per nome e non si girò. La richiamai a voce più alta e finalmente si accorse di me. I’m your greatest fan ever, I saw all your movies, le dissi e le tesi la mano, anche se non era vero, avevo visto solo Fucking Åmål  e poi di film ne aveva girati soltanto due. Lei mi sorrise e mi strinse la mano cortese, biascicolò qualcosa come ohh nice, poi scese per un istante un imbarazzante silenzio, in cui mi sembrò di leggere sul suo sguardo un’espressione del tipo “e adesso che vuole ‘sto pirla?”. Non volevo che il nostro incontro finisse lì, e continuai a farle domandine generiche del tipo “è la tua prima volta a Venezia? Quali sono i prossimi programmi?”. Lei rispondeva diligente e con un sorriso di maniera, come chi va di fretta ma non vuole essere scortese. Poi tirai giù lo zainetto che mi portavo appresso  come uno scolaretto, ne tirai fuori un piccolo block-notes e una penna, e le chiesi un autografo. Mentre mi scriveva una piccola dedica in inglese, l’impietosa luce bianca del sole di mezzogiorno svelava piccole rughe precoci sul suo viso, e notai che le guance e i fianchi erano più rotondi di quanto mi aspettassi. Era una Rebecka più umana, una ragazza carina ma imperfetta come se ne vedono tante, che non reggeva di certo il confronto con la Rebecka sullo schermo. Dopo l’autografo le augurai il meglio per il futuro, lei ringraziò sorridendo ancora una volta e ci salutammo.
Smisi presto di pensare a Rebecka Liljeberg, stavolta definitivamente, ma quell’episodio rimane per me piacevolissimo ed emblematico. Non tanto per l’esito dell’incontro in sè, ma per la fiducia verso le piccole grandi sorprese che la vita può riservarti. Ti piace un’attrice straniera semisconosciuta e naturalmente pensi che non avrai mai modo di incontrarla, e invece pochi mesi dopo ti ritrovi faccia a faccia proprio con lei, a scandire in maniera univoca tre interi minuti della sua vita. Non di più, ma va bene così.
Dopo Il bacio dell’orso, Rebecka Liljeberg si è ritirata dal mondo del cinema, ha ripreso gli studi e si è laureata in medicina. Oggi ha trentuno anni, vive a Stoccolma con il fidanzato e ha tre figli.
In omaggio a questa grande ex-attrice, ecco nel video in basso un’inarrivabile scena di Fucking Åmål (peccato per l’orrendo doppiaggio italiano...).




domenica 15 luglio 2012

Habemus papam



Habemus papam di Nanni Moretti (visto con oltre un anno di ritardo in un cinema danese) sembra uno di quei film nati da un’ intuizione folgorante trasformata presto in ostinato capriccio, di quelli che solo cineasti all’apice della carriera possono permettersi nonostante, a carte in tavola e mente lucida, l’idea iniziale riveli poi la propria debolezza e pretestuosità.  In un certo senso, Habemus papam rappresenta infatti la materializzazione di uno di quei deliranti sogni morettiani generosamente centellinati nel cinema del regista romano, basti pensare al musical ambientato in pasticcieria in Aprile o al lupo mannaro di Sogni d’oro. Moretti dev’essere stato affascinato dall’immagine di un papa in crisi che incontra uno psicologo, nonché dall’idea di un torneo di pallavolo tra gli attempati cardinali tra le mura vaticane. E invece di farne una semplice clip come quelle già leggendarie de Il caimano, stavolta ci ha costruito attorno un’intera opera. 
Il problema è che, nel momento in cui si mettono in scena massimi sistemi come religione, scienza, psicanalisi, darwinismo e crisi esistenziale, le ambizioni del film crescono a misura esponenziale e con loro il rischio di fallimento. Habemus papam non è un film riuscito. I temi affrontati avrebbero richiesto ben altro coraggio, ispirazione e forza espressiva. Moretti racconta invece la sua incredibile vicenda con occhio minimalista e senza alcuna ricerca di realismo, con i porporati descritti come bonari buontemponi e Roma come una città colma di gente generosa e sempre disposta a farsi in quattro per aiutare un anonimo anziano in difficoltà. Una favola, dunque, ma semplicistica e fortemente irrisolta. Se nel precedente  Il caimano Moretti aveva avuto per la prima volta il coraggio di farsi da parte e lasciare l’intera scena al protagonista Silvio Orlando, qui se la spartisce con Michel Piccoli. Con il risultato che il film non riesce a scavare nelle inquietudini di questo papa né a dare un vero senso al suo criptico psicanalista. Certo, non mancano i momenti straordinari, come quando il papa rivela timidamente il suo sogno giovanile di diventare un attore, o l’immagine evocativa del balcone vuoto con le tende rosse mosse dal vento, o la scena dei cardinali che ondeggiano e battono le mani al ritmo di Todo Cambia di Mercedes Soza, o Moretti che arbitra la partita di pallavolo dei cardinali mentre sproloquia sulla spietatezza del darwinismo. Ma sono perle disperse in un generale grigiore. Forse Moretti voleva proprio mettere in scena la pretestuosità dei massimi sistemi davanti alle debolezze della vita. O forse il film va preso per quello che è, un divertissement. Che però divertente lo è solo a metà.