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martedì 28 maggio 2013

La passeggiata del Divo


Ok, Paolo Sorrentino non ha vinto premi a Cannes quest’anno. Non abbiamo ancora visto La grande bellezza, ma in fondo non ci sorprende che il presidente di giuria Steven Spielberg non si sia fatto contagiare dal fascino dell’unico film italiano in concorso. Spielberg e Sorrentino sono infatti due cineasti decisamente antitetici; il cinema del gigante hollywoodiano è ottimista, fanciullesco e irrazionale  tanto quanto quello di Sorrentino è  meditabondo, cupo e sottilmente nichilista. Eppure, a ben pensarci li accomuna la forza visionaria, il massimalismo espressivo, il talento di creare immagini assolutamente inedite, la capacità di dare forma ai sogni più audaci: Paolo Sorrentino rimane il più talentuoso dei cineasti di casa nostra, l’unico che possa essere accostato a nomi gloriosi del passato come Fellini, Antonioni o Ferreri senza urlare alla lesa maestà.
Lo vogliamo omaggiare con una scena de Il Divo, il miglior film italiano del decennio scorso, premiato proprio a Cannes nel 2008. Ci riferiamo a quella che a nostro parere è la scena migliore del film (inizia al minuto 1:15 nel video in basso): la passeggiata notturna di Andreotti nella Roma deserta. Il Divo che cammina con andatura compassata sul marciapiede, mentre la scorta lo segue silenziosa come il corteo di un funerale con le auto dai lampeggianti blu. Il Divo si ferma per qualche istante a leggere un’invettiva su di lui e Craxi scritta con la vernice sul muro del palazzo adiacente. Il capo scorta fa un cenno al suo collega come a chiedere il motivo di quella pausa, ma Andreotti riprende impassibile la sua mesta passeggiata e l’intera scorta può rimettersi in moto, mentre la musica di Teho Teardo che accompagna l’intera scena si arricchisce di un coro polifonico. Una colonna sonora che ricorda atmosfere alla Nino Rota (Il Padrino, per intenderci). C’è tutto in questa scena: l’impenetrabilità di un personaggio che è anche l’impenetrabilità di una parte della nostra Storia recente, il fascino senescente e dimesso di un Paese in declino, l’impalcatura grottesca delle istituzioni. La Roma funerea di Sorrentino, illuminata solo da lampioni sfocati che sembrano sospesi in cielo come miraggi, è allo stesso tempo la gloria e la tomba del nostro Paese bello e inutile

domenica 26 maggio 2013

Matteo Renzi in inglese



Nonostante la cattiva qualità audio del video pubblicato da repubblica.it (http://video.repubblica.it/edizione/bologna/matteo-renzi-show-in-inglese-when-i-met-obama/129584/128087?ref=HRESS-1), abbiamo provato a trascrivere con scrupolo filologico una parte del discorso in inglese di Matteo Renzi al Bologna Center per la conclusione dell’anno accademico del master in relazioni internazionali della John Hopkins University:

...from my city, from Florence. And... there is one from my country, from my country that we have been experiencing from, for one year, the last year. Ehm… forfflo… we start froffro… I’m the mayor of Florence, okay. When I met for the first time, and also the last time, the president Obama… just… one seconds, more or less… because… I was invited by United States National Conference of Mayors… for a meeting.. en in White House… I… shaking hand with president Obama and… “Nice to meet you mister President, I am the mayor of Florence, Italy…” “nice to meet you… Really?? Are you… the mayor of… Florence, Italy??” “Ehh ehm… sure…” “Oh, the city with the best restaurants in the world…” “I’m not sure…” (parola non identificata) against president Obama is not good… Maybe… I cannot speaking about tortellini or tagliatelle with the president Obama… but… it’s a very (parola non identificata) because when I come back in my city few people told me “Oh, next time you must say we have also the David, not only the food”. Yes, but is Florence is not only a city of culture… this is mobile… this is mobile very usual in Italy…  Apple, there is Samsung, there is… few smartphone. In the next four years we… we will have… more or less… four point five million of mobile, but the first telephone was created exactly in my city, in Florence…

Tralasciamo scontati commenti sulle qualità poco oxfordiane dell’inglese renziano, tappezzato di  farfugliamenti, refusi e plurali arbitrari ma comunque meno osceno di quanto udito, ad esempio, da un La Russa o un Berlusconi o tanti sedicenti Ministri degli Esteri dei governi passati. Sono piuttosto altri aspetti che colpiscono in questo inusuale discorso dell’astro nascente del paraculismo italico, il gggggggiovane politico rottamatore che salverà il Belpaese, il Fonzie alla maremmana in giacca di pelle dei tv-show della De Filippi, l’individuo che, nonostante tutto, è forse – ahimè- tra i meno deprecabili  cui si possa associare l’ambigua parola di carisma nella disonesta e sempre aperta caccia ai voti.
Innanzitutto,  l’ennesima sconsolata presa di coscienza dell’incapacità di parlare dell’Italia agli stranieri senza rifugiarsi nei soliti cliché turistico/culinari, tanto più fastidiosi perché vengono da un personaggio delle istituzioni. Renzi incontra Obama e parla di ristoranti, poi riflette da solo su tortellini e tagliatelle e sul fatto che a Firenze oltre ai ristoranti c’è anche il David. L’Italia della buona pasta e dei monumenti da cartolina, un pavoneggiamento di banalità che forse fa gongolare quegli stranieri per cui lo Stivale non è altro che un immenso villaggio vacanze. Ed è proprio ad un mediocre animatore da camping che fa pensare il Matteo Renzi di questo video, basti sostituire Obama con un più abbordabile divo americano delle grandi masse e il patetico show è bell’e pronto.  Ok, era solo un hook, un modo brillante per introdurre discorsi più seri che non sono riportati nel video di repubblica.it, dirà qualcuno. Ma non è dunque possibile fare un po’ d’ironia sull’Italia senza bistrattarla come sterile collezione di cliché? E’ forse troppo pretendere qualche annotazione più acuta e originale sul nostro Paese che non vada semplicemente a ripetere alle orecchie degli stranieri ciò che hanno già udito milioni di volte? Racconta al popolo ciò che già sa e vuole farsi sentire, e il popolo sarà con te, diceva qualcuno, è il principio base del populismo, e forse Renzi lo conosce molto bene. 
In uno show che riecheggia a tratti l’imbarazzante monologo di Silvio Berlusconi sull’Italia del sole e dei musei (la storica seduta del 2003 al Parlamento Europeo, quella dello Schultz kapò per intenderci), c'è anche una conferma forse inconscia, quasi un lapsus freudiano, dell'immagine obsoleta e cartolinesca che Renzi ostenta del suo Paese: il Matteo nazionale vuole introdurre Antonio Meucci e per farlo chiude il siparietto cabarrettista con un “but Florence is not only a city of culture”. Ebbene, qualcuno dovrebbe forse chiedere al signor sindaco di Firenze cosa sia per lui la cultura, perchè ad emergerne è una visione conservatrice, schematica e tutto sommato ignorante. Non sappiamo se Renzi sia ignorante o meno. Di certo, è ignorante l’atteggiamento da imbonitore da fiera paratelevisivo con cui va a menzionarla, la cultura. Forse per Renzi la cultura è solo quella dei biglietti del museo e delle guide turistiche, se pensa, ad esempio, che l’enorme bagaglio di conoscenze sull'elettromagnetismo maturate dal suo illustre concittadino e che hanno portato all’invenzione del primo telefono non sia cultura, ma sia altro. 
Infine, lascia riflettere l’incontro Renzi-Obama, il loro primo e ultimo incontro durato solo one seconds durante una sedicente United States National Conference of Mayors. Un Renzi più umano e dunque simpatico, penseranno in tanti, che lascia da parte il fare spavaldo e saccente dei talk show e si fa piccino di fronte ad uno dei giganti della politica mondiale. Ma la mimica gesticolante da Bagaglino e l’insistito deviare su ristoranti tagliatelle e tortellini lasciano intendere un’indole sottilmente servile piuttosto che una sana umiltà. Un'ostentata ricerca della risatina di pancia a tutti i costi, che però non riesce certo a camuffare una sacrosanta verità: l’imbarazzo davanti al potente è quello dei servi, non degli umili. Così come caratteristica intimamente servile è lo sfoggio di un orgoglio narcisista quando il potente è assente. Ancora una volta, è l’italietta a metà tra folklore e orrore di cui parlava Jerzy Stuhr nel Caimano ad emergere, tanto più desolante perchè suggerita da un acclamato esponente delle nuove generazioni.
Che sia solo questione di qualche decennio, il tempo che l’andropausa inizierà a rodere il suo orgoglio come una tarma, e nei suoi siparietti appariranno ciulatine con cameriere e culone inchiavabili?


sabato 27 aprile 2013

Maccio Capatonda



L’abruzzese Marcello Macchia (in arte, Maccio Capatonda) è diventato famoso in tutta Italia con una serie di brevi video inizialmente trasmessi in tv dalla Gialappa’s e poi diventati oggetti di culto su youtube, dove registrano migliaia di visualizzazioni ogni mese.  Finti trailer concepiti come parodie dei più popolari generi d’intrattenimento, dal thriller al melodramma, dalla fiction agiografica alla commedia natalizia. Ma anche finti servizi di cronaca nera, spot pubblicitari in stile Carosello, videoclip, miniserie, sketch e tanto altro. Una mole impressionante di video caratterizzati da ribaltamenti iberbolici del senso comune, svarioni linguistici, giochi tautologici e derive nonsense, dove interpreti dalla discutibile fotogenia creano personaggi strepitosi come il plurirattristato Mariottide (pungente parodia dei lagnosissimi cantautori partenopei), il citrullo Herbert Ballerina, il viscido Rupert Sciamenna e l’isterica Anna Pannocchia.
In particolare Mario, una serie in diciotto puntate prodotta da MTV, è in un certo senso il suo canto del cigno. La serie racconta la storia del pluritelegattato conduttore di un telegiornale nazionale che viene acquistato dalla Micidial Corporation, una losca multinazionale che impone i propri sponsor e che è forse responsabile della sparizione del precedente direttore. Mario si trova dunque costretto a condurre il telegiornale in condizioni sempre più ristrettive e umilianti, e allo stesso tempo deve indagare sui misteri della Micidial. Oltre a portare avanti l'intricata vicenda, ogni puntata offre anche numerosi servizi giornalistici in puro stile Capatonda.
Mario e in generale i video di Maccio Capatonda sono sicuramente perfetti per una serata pizza e birra con gli amici, magari con un proiettore e un laptop connesso a youtube. 
Eppure, ci sembra di scorgere nei giochi linguistici e nel nonsense di Maccio Capatonda ben altro che un semplice divertimento goliardico. In un Paese in cui la cui comicità è fossilizzata tra i soliti regionalismi nord/sud e la scatologia da cinepanettone, Maccio Capatonda è forse l'unico a proporre qualcosa di assolutamente nuovo. E graffiante. Prende di mira conflitto d’interessi,  lo strapotere manipolatorio del mezzo televisivo, la corruzione e la malpolitica, la meschinità e l’ipocrisia, la retorica nostalgica da come eravamo, l’instupidimento generale e l’oscenità da prime time. In altre parole, prende di mira l’Italia. E lo fa con uno stile inedito, caleidoscopico e sulfureo, tra echi di commedia demenziale alla David Zucker e deviazioni surreali che forse non sarebbero dispiaciute a Buñuel. Si ride con ferocia, e alla fine ci resta in faccia un ghigno che fa male; il mondo-incubo raccontato da Maccio Capatonda non è poi così lontano da quello reale. 
Quella di Maccio Capatonda è la comicità più tagliente e originale che si sia vista in Italia dai tempi dei primi Fantozzi. Che qualcuno se ne accorga e gli dia lo spazio che merita. 



domenica 21 aprile 2013

Le feste danesi



I danesi amano le feste, che non sono un semplice svago ma una componente fondamentale dell’idillio sociale del loro Paese, un autentico sigillo di benessere. Le adorano al punto che le organizzano con mesi di anticipo, pianificandole nei minimi dettagli con la stessa serietà con cui affronterebbero l’incontro con un Capo di Stato o con il CTO dell’azienda di cui sono dipendenti.  Non ci riferiamo a festicciole del sabato sera, ma ad eventi di scala più grande che coinvolgono decine di persone, ad esempio Sommer fest o Julefrokost.
Tali eventi non si esauriscono in una cena o in un buffet di poche ore, ma hanno un programma molto elaborato. Di solito si comincia con un’attività pomeridiana, il bowling o il tiro con l’arco o l’arrampicata sportiva o la gita in canoa o la corsa sui go-kart o il tiro alla fune o lo sci nautico nel fiordo o chi più ne ha più ne metta. I vari centri sportivi disseminati ad ogni angolo delle varie città sono ben organizzati per accogliere gruppi di dimensione eterogenea e garantire loro un’offerta con assicurato livello di divertimento e soddisfazione. Si privilegiano gare in cui i visitatori vengono divisi in diverse squadre che si scontrano le une con le altre. Di solito, a metà dell’evento c’è una pausa di mezz’ora in cui ci riunisce davanti ad un tavolo pieno di patatine e snack al formaggio, si beve una o due Carslberg e si parla e si ride tutti insieme prima di tornare a gareggiare.  Il tempo dedicato all’attività pomeridiana ad un certo punto scade, e ci si sposta in autobus o con la macchina in un ristorante o in un parco (se siamo in primavera o estate), dove avrà luogo la seconda parte della festa, una cena o un barbecue.  Ad esempio lo Julefrokost –il pranzo/cena di Natale- è tipicamente un buffet con  frikadeller, flæskesteg,  fiskefilet con remoulade, pane nero con aringhe, calamaretti surgelati e uova sode, pølser con ketchup maionese o senape, risalamand (un dolce a base di riso e amarene), e il gløgg (una specie di variante locale del vin brulé). Di solito non si ha la possibilità di scegliere autonomamente il posto a sedere, ma questo viene assegnato con criterio casuale (pescando un numero a cui è associato un posto a tavola) o pseudo-casuale (cioè deciso in anticipo dagli organizzatori in modo da far sedere vicini individui che hanno scarsa possibilità di interagire nella loro quotidianità e dar loro modo di conoscersi meglio). In alcuni modelli particolarmente avanzati di organizzazione, il posto a sedere viene cambiato durante il corso della serata in modo da stabilire un nuovo grafo di connessioni tra persone. Ma la cena/buffet/barbecue non si esaurisce nel mangiare e nel chiacchierare con i propri vicini di posto. Gli organizzatori  preparano anche una serie di giochi di gruppo per riempire i tempi vuoti di una serata che altrimenti potrebbe addirittura risultare noiosa. Ad esempio il gioco dei mimi, in cui i gruppi ai diversi tavoli si sfidano nell’indovinare un personaggio o il titolo di un film, o quiz musicali in cui riconoscere il titolo di una canzone, o giochi di abilità (ad esempio, costruire un castello di carte o di stecchini). Alla fine la squadra migliore (e a volte anche la peggiore) viene premiata,  l’intrattenimento termina con studiato tempismo e la festa prosegue secondo i dettami di un programmatico volemose bene.
L’obiettivo degli organizzatori  è naturamente rinforzare lo spirito di gruppo e allo stesso tempo garantire all’invitato un’esperienza totalitaria e piacevole che mantenga alto il suo livello di benessere. Un’organizzazione molto pignola è assolutamente necessaria a garantire la positività dell’evento. Senza calcolare al minuto il tempismo delle varie attività c’è il rischio infatti che l’invitato si trovi a subire tempi morti o si senta addirittura smarrito.  Il divertimento servito su un piatto d’argento, insomma, da un gruppo di organizzatori che hanno sudato per garantire tutto ciò con tale efficacia.
Ma la socialità studiata a tavolino si basa in realtà su due assunti impliciti sottilmente inquietanti.
Il primo è la concezione che la socialità non sia la naturale conseguenza del vivere comune, ma deve essere in un certo senso stimolata dal sistema per poter esistere. Il sistema ti dice come fare a diventare un uomo sociale,  con una certa invadenza ti prende per mano come farebbe una maestra d’asilo per accompagnare un bambino timido dagli amichetti da cui tende ad isolarsi. Non basta creare le condizioni affinché un gruppo di individui possa incontrarsi, ma bisogna intervenire esplicitamente affinché tale incontro avvenga nella maniera più efficiente e corretta. Ciò suggerisce una sottile sfiducia nei confronti delle capacità autonome dell’individuo, quasi ad indicarne la dipendenza dalla società come un bebè dal seno della mamma.
Il secondo è che tale sistema deve offrire un modello standard di convivialità a cui ogni individuo non può che conformarsi.  E si tratta di un modello tarato su un livello medio-basso per andare incontro ad una cerchia assai vasta. Un divertimento di pancia basato su blandi vezzi competitivi, rigurgiti goliardici e programmatica scompostezza. Divertiti come gli organizzatori dicono di farlo, accetta fino in fondo le loro regole, non c’è via d’uscita, le squadre e i gruppi sono formati a priori, il tuo posto a sedere è già assegnato e quindi stai al gioco, non puoi fare altro.
Una festa danese avrebbe dunque la stessa spontaneità di un rito liturgico millenario, se non fosse per la presenza di un potente denotatore, un magnifico deus-ex-machina che nelle feste danesi è importante quanto l’ossigeno e in parte riscrive quanto detto finora: l’alcol.
Ci vuole l’alcol, tanto tanto alcol per far funzionare la festa. Litri di acquavite ed ettolitri di fadøl. L’alcol scardina le griglie, scontorna i contorni,  strappa via le maschere, smuove i tavoli come un ciclone, ritaglia origami con le regole, getta secchiate di colore sul cielo plumbeo del Nord Europa.
L’alcol è l’unica valvola di sfogo da un sistema che con l’invadenza di un genitore troppo apprensivo ti dice persino in che modo devi festeggiare.
Ma soprattutto, l’alcol rende l’uomo danese un uomo sociale. Spontaneamente sociale. Persone che prima neanche ti salutavano diventano improvvisamente amici affezionati, pronti a schierarsi al vostro fianco e combattere per le vostre idee fino alla morte. Musoni dal tono di voce funereo si trasformano in irresistibili buffoni che si lanciano in brindisi megalomani e sulfurei,  bionde rigide e silenti sono ora estroverse e logorroiche come tante Littizzetto maggiorate.
Ogni senso della misura e del decoro sparisce, si lanciano noccioline sul professore che adesso balla la macarena sul tavolo, ci si lascia cadere a terra come colpiti da infarto, tranquillamente si sputa o si vomita nei bicchieri, qualsiasi cespuglio o muro esterno può diventare un orinatorio pubblico.
Ma inevitabilmente l’effetto di questo magnifico elisir svanisce.  L’euforia  e l’illusione di libertà lasciano il posto ad un mal di testa che rimbomba nelle tempie. Silenziosamente si striscia al proprio posto come scolaretti rimproverati, con indolenza si reindossano le maschere. La festa è finita, la Babele di frizzi e lazzi è spazzata via e ciò che rimane è la sterile impalcatura delle convenzioni. Sorridi, in poche ore i postumi della sbronza si dilegueranno e tornerai ad essere una pedina del perfetto meccanismo della società danese, passivo ed efficiente. Fino alla prossima sbronza.
Ci dispiace, ma noi non siamo così.
Noi siamo di quelli che del mondo cogliamo le sfumature e non solo i colori netti. Noi siamo di quelli che non si divertono a comando, che non ridono alle risate pre-registrate delle sitcom americane. Noi siamo di quelli che non hanno paura di stare in disparte per cogliere squarci di bellezza trascurati dai più, siamo di quelli che provano a soffiar via la polvere del banale dalle cose intorno. Noi siamo di quelli che si innamorano di un errore o di un dettaglio, dello scampolo di sorriso impacciato, di uno sguardo inumidito di passione e rabbia.
Ci spiace dirlo, ma siamo di quelli che non si accontentano, di quelli che non sanno stare al posto assegnato. Ahimè, neanche da sobri.


martedì 16 aprile 2013

Qualunquismi da blog


I politici sono tutti ladri.

I politici pensano solo ai cazzi loro.

Destra e sinistra sono la stessa monnezza.

Il problema dell’Italia è Berlusconi.

Il problema dell’Italia sono i comunisti.

Il berlusconismo ci ha resi poveri culturalmente.

Berlusconi è un criminale che e' sceso in politica per non andare in carcere.

Berlusconi è un grande leader vittima dei giudici comunisti che sono invidiosi del suo successo.

Beppe Grillo e' un populista, un fascista, un demagogo.

Beppe Grillo è la vera politica.

Bersani è un morto che parla.

Bossi è ignorante e ladro.

La Russa ha la faccia da delinquente.

Berlusconi va con le mignotte, con le minorenni, e con le mignotte minorenni.

L'Europa germanocentrica ci priva della nostra autonomia nazionale.

L'Euro ci ha impoveriti tutti e bisogna tornare alla lira.

Meno male che siamo nell’eurozona altrimenti vivremmo nelle caverne.

L'Italia ha bisogno di una classe politica onesta e competente.

Il Parlamento è pieno di troie.

Il Movimento Cinque Stelle doveva allearsi con il PD per formare il governo e far fuori Berlusconi.

Il PD doveva allearsi con il PDL per formare il governo e far fuori Grillo.

Gli italiani sono così stupidi che ancora votano Berlusconi.

Gli italiani sono così stupidi che guardano il Grande Fratello invece di Fazio.

I poliziotti sono picchiatori fascisti che non tutelano i cittadini.

I critici non capiscono un cazzo.

I preti sono pedofili.

Il Vaticano è un'associazione a delinquere.

La Juventus vince perché si compra gli arbitri.

Il mangiare buono sta solo in Italia.

Il tempo bello sta solo in Italia.

Italiani e spagnoli sono tanto simili.

I sudamericani hanno il ritmo nel sangue.

Nel Nord Europa non esiste la corruzione.

I popoli del Nord sono molto chiusi.

Quando si vive all’estero bisogna adattarsi alla cultura locale.

Le danesi e le svedesi sono delle grandi gnocche.

In inverno fa freddo.

In estate fa caldo.

In Danimarca fa freddo tutto l’anno.

sabato 13 aprile 2013

Danimarca paradiso kafkiano




Immaginate di essere con un vostro amico in una via del centro di Silkeborg, una cittadina dell’entroterra danese. Cosa vedreste? Selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo. Immaginate adesso che il vostro amico decida, con il vostro consenso, di bendarvi, e vi conduca tenendovi per mano alla sua automobile. Adesso andiamo a Viborg, dice lui. Voi avete ancora la benda sugli occhi, ma sentite sotto di voi il motore e vi accorgete che l’auto si sta muovendo. Dopo circa un’ora, il vostro amico vi avverte di essere arrivati. Vi aiuta a scendere e vi conduce per mano in una via del centro di Viborg. Dopodichè, finalmente vi toglie la benda. La luce del primo pomeriggio vi inonda il viso, ma dopo qualche istante riuscite a mettere a fuoco ciò che avete davanti. Quale sarebbe a questo punto la vostra reazione? Se siete in Danimarca da poco, scoppierete a ridere e rimproverete il vostro amico per essersi preso gioco di voi. Infatti, ciò che vedete è  un selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo.  Non vi siete mai mossi da Silkeborg, pensate voi. Ma il vostro amico non vi ha ingannato: siete proprio a Viborg. Il centro di Viborg è un clone di quello di Silkeborg. E lo stesso potrebbe valere per Randers, Hadsund, Herning, Hjorring, Frederikshavn, Grenaa e molte altre cittadine. Che non sarete mai in grado di distinguere.
La Danimarca è un paese kafkiano dove le città sono tutte uguali. E per questo non esiste via d’uscita, se non salire su un aereo e virare a sud del mondo.  
Non ha senso visitare da turista l’entroterra danese. Visitata una cittadina, le hai visitate tutte. Così come le zone residenziali in centro sono una trafila di case in mattoni rossi dai tetti spioventi  e finestre bianche all’inglese, che sia Aalborg, Ahrus, Odense o Hostelbro, mentre in qualsiasi periferia primeggiano casermoni squadrati di colore bejge dalle finestre con l'aspetto di loculi mortuari. Talmente indistinguibili gli uni dagli altri che gli stessi abitanti devono controllare il numero civico per stare certi di entrare nel posto giusto.
Siete in qualsiasi città danese e volete un caffè? Andate al Baresso.
Dovete comperare il castello Lego di Harry Potter per vostro figlio? Andate al BR.
Una spesa con prodotti di qualità? Andate al Salling.
Una spesa con prodotti economici? Andate al Netto o al Super Brugsen.
Avete bisogno di una connessione Internet? Contattate la Stofa.
Cercate una teiera in acciaio? Andate all'Imerco.
E se per caso i modelli dell'Imerco non vi piacciono? Problemi vostri, la concorrenza non esiste, o se esiste è rappresentata da pochissime altre catene ad estensione nazionale. L'artigianato è inesistente. Qualsiasi prodotto immaginabile,  dalle tende veneziane alle lampade al neon, dai cesti di vimini ai comodini, dalle prese della corrente alle maniglie delle porte, in Danimarca è fornito da un oligopolio ristrettissimo di catene operanti a livello nazionale. Che offrono prodotti identici. Tutte le case hanno le stesse maniglie, le stesse chiusure ad incastro per le finestre, gli stessi rubinetti, lo stesso pavimento, le stesse sedie, persino gli stessi cessi. 
Anche i cibi sono tutti identici. Le frikadeller hanno lo stesso aspetto e sapore in qualsiasi ristorante, così come la flæskesteg, il fiskefilet con la remoulade, i rundstykker con il burro, gli smørrebrød con aringhe e pane nero, gli stjerneskud, il salmone in umido. Tutto preparato esattamente secondo lo standard, senza variazioni. Quante volte in Italia siamo soliti pensare cose del tipo: “L’impepata di cozze come la fa Vincenzone al ristorante Moro non la fa nessuno”. Concetti del genere sono probabilmente impensabili nella cultura danese. Le frikadeller sono frikadeller e basta, le prepari Knud o Lars o Pernille o Lisbeth che sia.
Le catene commerciali offrono tutto ciò di cui si ha bisogno, ma non offrono scelta. Perchè scegliere vuol dire esprimere preferenza, ed esprimere preferenza  vuol dire dichiarare la superiorità di un’offerta rispetto ad un’altra. Esprimere preferenza vuol dire rendere qualcuno scontento, vuol dire togliergli la serenità cui ha diritto. D’altronde, la Danimarca è il Paese che ha formulato la famigerata legge di Jante, che si riassume nei seguenti punti:
1. Du skal ikke tro du er noget! - Non credere di essere qualcosa di speciale.
2. Du skal ikke tro du er lige meget som os! - Non credere di valere quanto noi.
3. Du skal ikke tro du er kloger en os! - Non credere di essere più furbo di noi.
4. Du skal ikke innbille dig at du er bedre en os! - Non immaginarti di essere migliore di noi.
5. Du skal ikke tro du ved mere en os! - Non credere di saperne più di noi.
6. Du skal ikke tro du er mere en os! - Non credere di essere più di noi.
7. Du skal ikke tro at du duger til noget! - Non credere di essere capace di qualcosa.
8. Du skal ikke grine af os! - Non ridere di noi.
9. Du skal ikke tro at nogen kan lige dig! - Non credere che a qualcuno importi di te.
10. Du skal ikke tro du kan lære os noget! - Non credere di poterci insegnare qualcosa.

Sono “regole” repressive che uccidono l’iniziativa personale e/o privata, che viene percepita come sbagliata e immorale, come un deprecabile attacco al celebrato idillio sociale della patria di Andersen.
Sarà anche vero che un sistema del genere, inculcato fin dalla tenera infanzia, aiuta lo sviluppo di una società stabile, equalitaria, coesa e serena. 
Ma con gli occhi dello straniero, la serenità tanto strombazzata dai danesi non ci sembra affatto il risultato di un’autonoma e matura presa di coscienza nazionale, quanto di un subdolo lavaggio del cervello.
Reprimi ogni impulso di essere diverso e migliore degli altri, e sarai sereno. Coglione e sorridente come il personaggio di una sitcom americana.  Sei nel Paese più felice del pianeta, ti dicono tutti, lascia perdere il resto del mondo, è pieno di guai. Lavora trentasette ore a settimana, va' a lavoro in bicicletta perchè non inquini, anche se piove a dirotto e il vento ti prende a schiaffi , torna a casa alle quattro, fa' la spesa al Netto e regalati un blando hygge serale guardando How I met your mother grazie all’IP tv della Stofa, ubriacati nelle bettole del centro il sabato sera. A luglio vola a sud a comperarti la tua settimana di sole in Grecia, Italia o Spagna. A dicembre va' allo Julefrokost con i colleghi e prepara giochi dementi in cui tutti rideranno anche se non c’è nulla da ridere, perchè è una festa e nelle feste bisogna ridere, altrimenti la coesione e l’armonia del gruppo vanno a farsi benedire...
Mi spiace, ma non ci caschiamo. Questo sistema è fasullo ed ipocrita. Perchè gli uomini sono e rimangono animali feroci, e il compito della società è quello di arginare la loro esuberanza, ma non di lobotomizzarli.
I danesi sono sereni come lo è un cavallo selvaggio a cui è stata iniettata una damigiana di sedativo e ora osserva con occhioni da ebete i suoi simili a cui tocca correre all’ippodromo per campare.  
Per quanto ci riguarda, noi siamo dalla parte di chi continua a correre e sudare, di chi si scorda dei puntini sulle i, di chi colora gli album in bianco e nero con vistose uscite dai contorni.
Questa specie di Truman Show non ci va giù. Anche perchè, a differenza del film di Peter Weir, in Danimarca il cielo che ci sovrasta è più vero e incazzato che mai. 


domenica 24 marzo 2013

Hitchcock




Hitchcock di Sacha Gervasi è il primo film sul grande regista londinese. Racconta il biennio 1959-1960, segnato dalla crisi matrimoniale con la moglie Alma Reville (storica adattatrice delle sceneggiature dei suoi film) e, soprattutto, dalla difficoltosa realizzazione di Psycho, osteggiato dalle major che ne prevedevano un imbarazzante flop, e invece diventato il suo più grande successo commerciale, nonchè uno dei film più amati e imitati della storia del cinema.  Il film orchestra la complessa materia narrativa lungo tre percorsi: il difficile rapporto del regista con sua moglie, le ossessioni tra eros e thanatos dell’artista Hitchcock, e il racconto della realizzazione del suo film più celebre.  Purtroppo, Gervasi fallisce su ognuno degli aspetti citati. Le difficoltà coniugali di Alma Reville sono quelle di una qualsiasi donna  che si sente trascurata da un marito assente e distratto, e la narrazione non si discosta molto da quello di uno scontato dramma televisivo. L’intento di cogliere l’ambiguità del maestro londinese, la sua fascinazione morbosa per la violenza e le ossessioni sessuofobiche per le sue giovani attrici bionde viene affidato a banali intermezzi onirici in cui il nostro dialoga con il fantasma del personaggio che avrebbe ispirato il Norman Bates di Psycho.  In tal modo, la parte forse più interessante per i cinefili e gli amanti di Hitch – il racconto della realizzazione del film- viene privata dell’attesa ricchezza aneddotica che ne avrebbe fatto una pellicola davvero memorabile. Se la preproduzione, con le perplessità della Paramount davanti alla testardaggine di Hitchcock per quel bizzarro soggetto in cui la protagonista muore a metà film e le frecciate sull’ottusaggine delle regole del codice Hays (non si può mostrare una toilette al cinema!) è raccontata con una certa efficacia, la parte sulle riprese del film delude. La realizzazione della scena della doccia è tirata via  e non affronta alcuni dubbi dei cinefili (che ruolo avrebbe avuto l’autore dei titoli di testa Saul Bass in questa scena?), il complesso omicidio di Arbogast viene omesso, così come il cammeo del regista con il cappello da cowboy e altre scene famose del cult del 1960. Scarna anche la descrizione del rapporto con lo sceneggiatore Joseph Stefano, con Antony Perkins e gli altri attori maschili. Il film ci mostra invece un regista distratto che sul set ha la testa perennemente altrove, quasi non gliene importasse nulla della pellicola e fosse ossessionato soltanto dal presunto tradimento della moglie con uno scrittorucolo e dai suoi eterni fantasmi.
E’ un peccato, perché Antony Hopkins è un Hitchcock credibile, Helen Mirren ha l’intensità adatta ad esprimere la forza di questa donna talentuosa e discreta, e Scarlett Johansson è una Janet Leigh persino più bella e conturbante dell’originale.
Ma ahimè, troppa carne al fuoco per un film che vorrebbe essere ritratto introspettivo, grande storia d’amore e al contempo uno spensierato bignami per i cinefili incalliti.


venerdì 22 marzo 2013

Sparizioni laterali


Nessun sadismo, badate bene.
Non ci interessa indugiare sul dolore fisico del malcapitato, ma il puro e semplice effetto cartoonistico.
Immaginate una corda lunga un chilometro, sottile ma resistente con un piccolo cappio ad una delle due estremità. Il cappio viene fatto infilare da una mano scaltra intorno alla caviglia di una persona, a sua insaputa, mentre legge il giornale seduto su di una panchina con le gambe accavallate.
Il chilometro di corda è interamente arrotolato in un angolo vicino alla panchina. La seconda estremità viene invece fissata al gancio del paraurti posteriore di una vettura da corsa, una Bugatti Veyron Supersport ad esempio. Il proprietario della vettura, complice, forse la stessa persona che ha agganciato la caviglia della vittima, si mette finalmente al volante, aziona il poderoso motore W16 di 7.993 cc di cilindrata e si catapulta sul rettilineo con una sgommata roboante, tanto che l’uomo alla panchina, ignaro, solleva persino lo sguardo dal giornale, infastidito da tanta maleducazione. La macchina da corsa procede sparata, e naturalmente il chilometro di corda si srotola a vista d’occhio con diversi giri al secondo, quasi emulasse i giri stessi del motore dalle quattro bancate di cilindri multivalvole.  L’uomo alla panchina legge beatamente il suo quotidiano. E pensare che basterebbe dare un’occhiata in basso per accorgersi di quello strano cappio alla caviglia, e se lo scrollerebbe subito di dosso per l’incertezza.  E invece funesto arriva l’istante in cui la corda raccolta a terra fa l’ultimo giro, diviene improvvisamente ultra-tesa e si trascina via l’uomo alla panchina strappandolo con inaudita violenza dalla sua pace interiore. Il poveretto ha ancora il giornale in mano durante i primi cinquanta metri in cui rimbalza urlando sull'asfalto, che ad ogni urto gli ricompone i connotati della faccia come fossero i mattoncini della Lego.
Dunque, immaginate di osservare questa scena stando in piedi di fronte alla panchina, sul lato opposto della strada, per esempio. Potreste riprendere il tutto con lo smartphone, e poi caricare il video su youtube. Ma sareste dei sadici, quindi limitatevi ad osservare. Con gli occhi fissi sulla panchina, senza neanche muovere la testa. Vi assicuro che mai, nella vostra vita, avrete altra possibilità di vedere una persona in quiete sparire lateralmente dal vostro campo visivo con tanta rapidità. Altro che le stronzate dei prestigiatori, altro che vallette dal sorriso di plastica che scompaiono in scatoloni montati sotto il palco.
L’esperimento potrebbe anche essere condotto in un locale chiuso, appartamento o ufficio, con notevole rischio, ahimè, di più consistenti danni fisici sul malcapitato. Ad esempio, la corda potrebbe essere agganciata mentre la persona siede sul divano, e poi fatta passare attraverso la finestra aperta (siamo in estate) del suo appartamento al secondo/terzo/ quarto piano. Nell’istante di tensione della corda, la persona potrebbe cozzare violentemente contro tavolini e suppellettili, nonchè sul davanzale della finestra, prima di volare fuori per una cinquantina di metri con una sorta di traiettoria parabolica, schiantarsi sull’asfalto, e continuare ad essere trascinato a trecento all'ora fino ad esaurimento carburante.
Immaginate invece di farlo a lavoro, ad esempio in un largo ufficio open space. Siete ad un meeting e la vittima è un vostro collega poco simpatico che illustra il budget aziendale dell’anno corrente. Anche qui, la corda la cui estremità è agganciata alla sua caviglia viene fatta passare attraverso la finestra fino al paraurti della Bugatti che aspetta di partire lì fuori in basso. Ma c’è una differenza fondamentale. Essendo un ufficio, per norma di sicurezza la finestra non può essere lasciata completamente aperta, ma solo socchiusa, con lo spazio sufficiente per far passare la corda e basta. Il vostro poco amabile collega commenta dunque con tono saccente i numeri dell’anno in corso proiettati con i colori fasulli dei template aziendali sullo schermo al suo fianco, quando improvvisamente, e con gran fragore, sparisce lateralmente. Mentre vola via sbatacchiato tra scrivanie e linoleum rimane imbrigliato tra i cavi dell’alimentazione e della connessione Ethernet trascinandosi via monitor, docking stations, router e ficus d’arredamento. E in men di una frazione di secondo si schianta contro la finestra socchiusa. Assumendo un vetro antiproiettile, non c’è possibilità che  tale urto provochi più di una semplice scalfittura. Con l’ulteriore assunzione di una corda con carico di rottura pari al peso di una nave da crociera,  le possibilità sull'esito dell’esperimento sono le seguenti:
1) Il paraurti della vettura cede. In tal caso, la Bugatti scorrazzerà via leggera e beata al massimo della  velocità consentita dai suoi turbopropulsori.
2) Il paraurti non cede, e la trazione fa impennare improvvisamente la Bugatti, che per il contraccolpo viene trascinata all’indietro per diversi metri fino a cappottarsi.
In entrambi i casi, il vostro collega resterà piantato sulla finestra come l’uomo di Vitruvio con tutte le ossa rotte. Ma nel caso in cui la seconda opzione sia quella valida, questa persona avrà il merito di essere stato in grado di trascinare con il suo corpo una Bugatti Veyron Supersport per diversi metri. E’ forse la cosa più grande che abbia fatto in vita sua.

giovedì 21 marzo 2013

I had a dream


I had a dream about an airline offering full wireline internet connection on its aircrafts. Each aircraft is equipped with a router which is connected to the ground through a 10000 Km Ethernet cable (with embedded signal amplifiers every 100 m ca.) . Such cable is progressively unrolled from the plane during the flight, e.g. from Copenhagen to Chicago.
Kids are literally astonished by the biggest kites they will ever be able to see in their entire life.



mercoledì 27 febbraio 2013

Quentin Tarantino







In alto i due video delle premiazioni di Quentin Tarantino per la migliore sceneggiatura originale agli Academy Awards: nel 1995 per Pulp Fiction (con Roger Avary) e pochi giorni fa per Django Unchained. Ancora un ragazzetto imberbe nel video di diciotto anni fa, omaccione quasi obeso nel 2013. In entrambi i casi, i video colpiscono per  la totale spontaneità con cui Tarantino riceve il premio e ringrazia il pubblico. Un tono informale che, a differenza di tanti colleghi del mondo dello spettacolo troppo ossessionati dall'idea di mostrarsi diversi, non ha nulla di ricercato e studiato a tavolino. E ci porta a riflettere su quella che e' una delle tante caratteristiche eccellenti di questo personaggio unico: l'autenticita'.
In uno showbusiness in cui ogni singola parola, colore di cravatta o ciuffo di capelli di un divo e' dettato da spietate regole di marketing, da quasi un ventennio Tarantino persegue il suo percorso assolutamente personale e autarchico, fiero di un amore per il cinema totalitario e incondizionato. 
Ma non si tratta dell'ennesimo outsider traboccante di orgoglio, relegato a necrotiche operette di nicchia che fanno gongolare i critici braille"Non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un prodotto di me", diceva Jack Nicholson in The Departed di Scorsese. E lo stesso sembra valere per Quentin Tarantino. Che non segue i trend. Semplicemente, li crea. Il ragazzo prodigio di Knoxville - ex commesso in un videostore- è infatti il caso più unico che raro di un cineasta che, senza scendere ad alcun compromesso, plasma il mainstream a sua immagine e somiglianza. E soprattutto, spinto dall’autenticità della sua "malattia" cinefila ("Cerco di realizzare i film che mi piacerebbe vedere come spettatore", è la semplice e schietta motivazione del suo fare cinema), ha il coraggio mettersi in discussione ad ogni film. Dopo l’enorme successo di Pulp Fiction (forse il film che ha generato più epigoni nell’intera storia del cinema), avrebbe potuto riproporsi al suo vasto pubblico con una pellicola dello stesso genere, magari un sequel, e raddoppiare il successo. E invece si è preso una pausa di tre anni per poi tornare sugli schermi con un film come Jackie Brown, completamente diverso dal precedente. Un discorso simile si potrebbe fare per Kill Bill e Inglorious Basterds.  
Studiato dai teorici del post-moderno per il suo enciclopedico gusto citazionista e la puntuale destrutturazione delle tre unità aristoteliche, è invece (erroneamente) identificato dai più come autore pulp e modaiolo, artefice di una violenza grottesca, iperrealista e stilizzata. Ma dire che Tarantino è un regista pulp è come definire Picasso un disegnatore di caricature. Per quanto ci riguarda, Tarantino è soprattutto un grande storyteller, capace come pochi altri nella storia del cinema di creare personaggi che nascono già mitici, riccamente delineati e dalla morale ambigua, soprattuto donne – sempre rappresentate come forti e lontane da qualsiasi clichè (e non è un caso che, nonostante la violenza, i suoi film siano sempre molto apprezzati dal pubblico femminile). Come sottolinea giustamente lui stesso nel suo discorso agli Oscar di quest'anno, "Se qualcuno tra cinquant'anni riscoprirà i miei film, sarà grazie ai personaggi che ho creato". Insuperato narratore di interni, sublime scrittore di dialoghi, padrone assoluto dei tempi del racconto – ora dilatati, ora improvvisamente accelerati – in grado di tenere incollati allo schermo per la durata spesso consistente dei suoi film. 
Questo è Quentin Tarantino. Altro che pistolettate, schizzi di sangue e battutine cool.