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martedì 27 agosto 2013

È tornata

È rientrata quatta quatta dalla porta di servizio, ha attraversato casa in punta di piedi e si è lasciata cadere sul divano. Ti sei voltato e –ahimè- l’hai vista. E pensare che per un attimo, poco tempo fa, hai pensato addirittura di esserti liberato di lei, che avesse fatto i bagagli e fosse fuggita via per sempre. Povero scemo. Lei era fuori dal portone ad aspettare il momento opportuno per scivolare di nuovo in casa, e adesso e già lì che si mette comoda, sistema un cuscino dietro la testa, stende le braccia sui braccioli, accavalla le gambe con ridicolo atteggiamento osè.  Ti osserva con i suoi occhi beffardi e aspetta forse che tu le dica bentornata. Che insolente! E pensare che una parte di te è quasi lì per farlo. E’ la parte di te più timorosa e fragile, quella che ama l’odore stantio delle lenzuola di notte e il suono mellifluo delle parole nei ricordi e il ritmo sterile dei vizi e delle abitudini mai sopite.
Le volti le spalle ma senti i suoi occhi addosso, ne vedi il riflesso sullo schermo lattiginoso del portatile su cui scorrono i soliti video visti mille volte, aspiri il suo odore tra l’aroma rancido delle suppellettili invecchiate e del legno impolverato,  ascolti il suo respiro mescolarsi con il ronzio del frigorifero e gli sbuffi della caldaia mentre cerchi di ricordare che suono fa il tuo cellulare.
È la tua coinquilina e non la puoi cacciare, nessuno l’ha invitata ma lei è lì. E lo sarà per sempre.
È sgraziata e arrogante, infida e vile, maleodorante e subdola, strega e disfattista.
È una brutta puttana.
Lei, la solitudine.


giovedì 18 luglio 2013

Questa è una storia stupida e banale

Questa è una storia stupida e banale, talmente insulsa che non vale neanche la pena di mettersi a raccontarla... infatti mi sa che non la racconterò, scusate il disturbo, arrivederci e grazie e buona serata...
...no, dai, ho cominciato e devo finire, anche se non mi va, questa storia è così sciatta che non vedo proprio perchè perdere tempo a scriverla, e tantomeno voi a leggerla, però ho iniziato, e non voglio fare come le due facce di cazzo dei protagonisti della storia stessa, che iniziano le cose e le lasciano a metà...
Dài, un compromesso, la racconterò, ma in poche righe, pochissime righe, che bastano e avanzano. Perché cercare a tutti i costi di rendere complessa e affascinante una vicenda che non lo è? Perché barcamenarsi tra metafore e anacoluti e sinestesie per abbellire una storia che tale cura non se la merita?
Dai, ecco la storia. Poche righe, non di più.
E’ la storia di due facce di cazzo di nome Silvano e Priscilla.
I due si conoscono all’ippodromo, lui le suggerisce un cavallo vincente, e grazie a quella soffiata lei vince trecentomila lire. Lui le lascia il numero  di telefono dichiarandosi disponibile per altri suggerimenti, dopo qualche giorno lei lo chiama invitandolo per un caffè a casa sua. Da quel giorno cominciano a vedersi, il pomeriggio, dopo lavoro. Dopo un paio di settimane lui la invita a cena, poi vanno a camminare sul lungomare, si baciano, vanno a casa di lui eccetera eccetera.
A Priscilla, Silvano piace tanto. Dice che è sensibile, carino, speciale, e vorrebbe trascorrere tutto il suo tempo con lui. Però dice anche che è tanto diverso da lei, ha una personalità quasi opposta, è estroverso e compagnone e logorroico mentre lei è un po’ chiusa, riservata e silenziosa. Una relazione con lui non potrebbe durare, insomma.
A Silvano, Priscilla piace tanto. Dice che è sensibile, carina, speciale, e vorrebbe trascorrere tutto il suo tempo con lei. Però dice anche che è tanto diversa da lui, ha una personalità quasi opposta, è chiusa, riservata e silenziosa mentre lui è estroverso, compagnone e logorroico. Una relazione con lei non potrebbe durare, insomma.
Anche gli amici di Priscilla e Silvano dicono che sì, forse quel/quella ragazzo/a non fa per lei/lui, sono troppo diversi, non durerebbe. Si stancherebbero presto, finirebbero per odiarsi, finirebbero per mettersi le corna a vicenda. E gli amici sanno tutto, hanno sempre ragione, sono super-saggi e vedono le cose che loro non riescono a vedere, dicono Priscilla e Silvano.
E così Priscilla e Silvano continuano a vedersi, passeggiano o vanno al cinema, a volte vanno a letto insieme, il pomeriggio, poi ognuno torna a casa propria. Non è male trascorrere il tempo insieme, i due si piacciono, ma non se lo dicono troppo, evitano i tramonti sul mare e le paroline sussurrate all'orecchio al chiaro di luna. Non vogliono che l'altro inizi a pensare ad una possibile relazione, perchè una relazione no, non potrebbe durare, questa parola è così boriosa e si trascina uno strascico di responsabilità e complicazioni che due persone come loro, così diverse, non sarebbero certo in grado di condividere.
Gli anni passano, Silvano mette su peso e perde i capelli, il viso di Priscilla si ricopre di rughe sempre più marcate e la sua chioma bruna diventa a poco a poco argentea. Però i due continuano a vedersi, anche se di meno, perchè sono stanchi, perchè non ce la fanno ad uscire spesso, preferiscono rimanere soli a casa.
Alla fine hanno ottant’anni, non stanno più tanto bene, sono malaticci, vivono da soli in appartamenti diversi, sono troppo stanchi per andare l’uno all’appartamento dell’altro e aiutarsi a vicenda. Smettono di vedersi e ognuno di loro si prende una badante.   
Ecco, fine della storia. Ve l’avevo detto, che faceva abbastanza schifo.  Pensavate ci fosse l’inganno, un leggendario colpo di coda finale? No, ero assolutamente onesto. Non c’è neanche un vero finale, nessun “...e vissero felici e contenti”. Semmai, (soprav)vissero e basta.
C’è chi si illude che una storia del genere possa caricarsi di pretestuosi sofismi, arcani significati e sociologia spiccia, ma credo piuttosto che il modo più onesto di raccontarla sia farlo così, in poche righe sciatte e disarticolate. L’enorme bagaglio di umori e sentori e tramonti e sorrisi e batticuori e lacrime che ogni rapporto tra esseri umani si porta appresso viene setacciato come farina appena uscita da una macina; ed ecco cosa rimane. Troppe persone vivono con un setaccio in mano, decidono di filtrare via tutto illudendosi di trattenere la crusca. La crusca sarà anche solida, ma è spesso grossolana, insapore e inutile. Come questa storia.

domenica 30 giugno 2013

Le pareti del tuo mondo

In una triste serata di fine maggio, una di quelle serate tanto temute che accartocciano i piani della vita come le pagine di un vecchio diario, Gennaro aveva preso i tramonti infuocati tra il valico delle colline e gli stormi di gabbiani che si librano sul cielo ardesia delle prime luci dell’alba, aveva preso il riflesso della luna piena sul mare calmo della notte, i granelli di luce pulsante dei cieli stellati, le farfalle sospese come fiori sui campi di grano agitati dal vento, li aveva presi tutti, li aveva rimossi con perizia dalla superficie liscia delle pareti del suo mondo tirandoli via come etichette adesive dai bordi ormai scollati. Dopodiché li aveva impilati l’uno sull’altro e infilati in una cartellina di cartone azzurro con una chiusura ad elastico.
Era dunque un mondo bigio e cinereo quello che gli era rimasto, in cui si ostinava a passeggiare mesto portandosi la cartella azzurra sotto il braccio. A volte, seduto su una panchina arrugginita a mirare il nulla, gli capitava di stringere la sua cartella forte sul petto, fiero di un tesoro che era solo suo e non lo avrebbe abbandonato. E sospirava aspettando il momento in cui sarebbe tornato a riattaccare sulle pareti del suo mondo le immagini che aveva con sé.
Ma poi arrivò l’inverno,  e durante una delle sue meste passeggiate fu colto da un temporale improvviso. Tornò a casa fradicio, e ahimè, la sua cartellina di cartone era anche zuppa e aveva ora la consistenza della carta velina. La aprì e vide che le sue preziose immagini erano ora imbrattate e confuse, con i colori dei tramonti e delle stelle che scivolavano via dalla superficie come tempere diluite.  Disperato, era lì per gettarle, ma si accorse di non esserne in grado. Le strinse forte al petto, scolorite e inutili.
Tornò la primavera e Gennaro riprese a passeggiare per il suo mondo grigio con la cartellina sgualcita sotto il braccio. Un giorno la panchina arrugginita su cui era solito sedersi non era vuota. C’era una ragazzina dalle ossa minute, i capelli raccolti e gli occhioni limpidi come rugiada.
Cosa stringi al petto, chiese la ragazzina a Gennaro quando lui si fu seduto.  
Niente, rispose lui timido.
E’ una cartella rovinata e scolorita, disse lei.
Gennaro alzò le spalle e se ne andò.
Il giorno dopo la ragazzina era ancora seduta lì. Gennaro fece per passare avanti, ma poi, senza spiegarsene il motivo, finì per sedere di nuovo al suo fianco.
Mi chiamo Martina, disse lei.
Io sono Gennaro, rispose lui.
Lei gli chiese di nuovo cosa fosse quella cartella.
Sono cose vecchie, niente di importante, disse Gennaro evitando di guardarla negli occhi.
Se non hanno alcun valore, perchè continui a stringerle al petto, chiese lei. Gennaro era lì per rispondere quando Martina con una mossa fulminea gli strappò via la cartella dalle braccia.
Ridammela, protestò Gennaro. Ma la ragazzina si era già alzata in piedi e aveva tirato via l’elastico. Una dopo l’altra aveva passato in rassegna quelle immagini imbrattate e confuse, con colori slavati e ormai spenti, e si era voltata verso Gennaro con un’espressione interrogativa sul viso. Dopodichè, con un gesto improvviso aveva lanciato quelle pagine per aria. Il vento aveva disperso rapidamente le vecchie immagini di Gennaro tra gli angoli remoti di quel mondo cinereo e livido.
Perché lo hai fatto, chiese Gennaro disperato, e corse via piangendo.
Quando il giorno dopo tornò a sedersi sulla panchina arrugginita, stavolta senza la cartella, Martina gli strinse forte la mano.
Perchè tenevi tanto a quella cartella, gli chiese.
Perchè c’erano le immagini del mio mondo lì dentro, rispose lui, adesso tu le hai gettate via e guarda cosa mi è rimasto. Non ci sono altro che pareti livide intorno a me, il cielo stesso è una parete, ed è così plumbeo e ferrigno che non lo distinguo più dal marciapiede. E’ un grigio che mi acceca, e non c’è nulla che io possa fare.
In quella cartella avevi solo vecchi fogli, disse Martina, non ha alcun senso illuderti di poter riattaccarli alle pareti. Hanno i bordi accartocciati e finirebbero per non fare presa, cadrebbero a terra.
E dalla borsetta di feltro che aveva al suo fianco estrasse un astuccio viola rotondo. Lo aprì, e ne tirò fuori un pastello di cera azzurro. Lo diede a Gennaro, e guidandogli la mano, gli fece disegnare una linea orizzontale sulla parete davanti.
Guarda, gli disse, adesso c’è una linea che separa il cielo dal marciapiede, adesso puoi distinguerli. E, sempre tenendo la mano di Gennaro nella sua, iniziò a colorare di azzurro la parete grigia davanti alla loro panchina. Quando ebbero riempito di un colore ancora abbozzato e vago una porzione sufficiente della parete, Martina estrasse un pastello bianco, e disegnò una virgola sulla superficie ormai azzurrognola.
Basta poco a disegnare un gabbiano, disse, è più facile di quel che credi.

Da quel giorno, Gennaro ha ricominciato a disegnare le pareti del suo mondo. Con colori nuovi, con tratti differenti. Martina gli tiene la mano mentre prova a tratteggiare i contorni sfocati del tramonto, le linee oblique delle spighe di grano, l’alone tremolante del fuoco e delle stelle. Man mano che Gennaro disegna e colora, a poco a poco la sua pelle si fa più ruvida, il suo sorriso più stanco, i suoi capelli più radi. Un giorno dovrà smettere e non gli resterà altro che rimirare il suo cielo stellato. Sa già che non sarà perfetto, che le stelle non saranno poi così luminose, che non sarà grande come avrebbe voluto. Ma sarà felice lo stesso. 
Perché pare che le stelle siano infinite, e quelle che non riusciamo a vedere possiamo solo limitarci a sognarle.   


domenica 16 giugno 2013

I fili

Tante volte abbiamo sentito dire che ci sono fili invisibili che uniscono le persone che si vogliono bene. Non si vedono, ma tutti sanno che ci sono.
C’è un certo Pasquale che ha il potere di vederli, quei fili. A sentire le sue descrizioni, ognuno di loro sembra fatto di nylon, ha sfumature bluastre, e vien fuori da un poro qualsiasi della pelle. Lo vede spuntare ad esempio dal sopracciglio sinistro di un uomo sulla trentina seduto al ristorante con la sua bella davanti, lo vede attraversare i pochi centimetri che lo separano dal labbro inferiore di lei, ora aperto ad un sorriso impacciato e commosso mentre osserva l’anello che lui, finalmente, le sta offrendo davanti al piatto di capesante gratinate.  Lo vede unire il neo sul collo della sua anziana vicina di casa con il mignolo artritico del consorte ottantenne seduto in poltrona con il plaid sulle gambe e il giornale davanti mentre lei si dà alle pulizie domestiche. Lo vede spuntare dal mento della cugina diciottenne affacciata alla finestra del terzo piano, e scender giù fino alla strada e finire sul gomito destro del suo riccioluto compagno di banco che strimpella la chitarra per lei.
A volte quei fili sono più solidi e resistenti dell’acciaio, a volte si sfibrano come seta usurata. E si rompono anche. Le distanze non contano, ci sono fili che rimangono tesi anche quando uniscono persone in diversi continenti scavalcando montagne oceani e foreste,  altri che si rompono con un semplice strattone anche tra persone che vivono sotto lo stesso tetto.
Molti dicono che quei fili nascono dal cuore, ma Pasquale sa bene che non è così, che sono solo sciocchezze da agenda Smemoranda. Quei fili nascono dallo stomaco, e ne tirano le pareti quando diventano tesi. Per questo si ha quel senso di vuoto dentro quando la persona a cui sei unito è lontana ma il filo continua a tirare.
Molti dicono anche che il mondo è pieno di solitudine e indifferenza. Eppure, ogni volta che Pasquale attraversa la città si trova a fronteggiare un groviglio inestricabile di fili che spuntano dalle finestre dei palazzoni ai lati della strada, dagli abitacoli delle auto in coda davanti al semaforo e persino dai passanti che si riversano sui marciapiedi con le buste bianche della spesa.  Un vero e proprio percorso ad ostacoli per Pasquale, che saltella, inciampa, scavalca, abbassa la testa per districarsi e non essere strangolato dai fili più tesi e robusti. A volte ne è infastidito ed è preso da manie distruttive, si appende ad uno di loro con tutto il suo peso ma finisce solo per farsi del male al palmo della mano, oppure prova a calpestarli, a strapparli con le mani.
Capita anche che ci riesca. Come quella volta con Camilla, una graziosa dirimpettaia il cui filo che la univa al panettiere sotto casa era per Pasquale motivo di autentico struggimento. Quel filo maledetto gli passava proprio davanti alla finestra, uscendo dall’appartamento al piano inferiore e perdendosi tra le ginestre del balconcino di Camilla. All’inizio aveva provato a tagliarlo con un paio di forbici,  ma non ci era riuscito. Una sera li aveva sentiti litigare dal piano di sopra. Non era riuscito a cogliere le parole, ma si era reso conto che Camilla rispondeva imbronciata al tono insolente delle domande di lui. Dopodichè aveva udito il portone di casa sbattere, e Camilla era tornata a casa sua risalendo le scale di corsa. Quella sera il filo che usciva da casa del panettiere e finiva nell’appartamento di Camilla sembrava più fragile e allentato che mai. Pasquale si era sporto dalla finestra e l’aveva afferrato con una presa secca. Immediatamente il filo si era spezzato. Pasquale l’aveva dunque tirato a sè e collegato con il filo che gli penzolava dalla coscia destra con un semplice nodo a fiocco. Finalmente c'era un filo che lo univa a Camilla!
Ma Pasquale aveva capito ben presto di non essere poi così bravo a maneggiare i fili degli altri. Si era aspettato che facendo un bel nodo stretto, le due estremità finissero per fondersi come i lembi di pelle di una ferita curata. Ma dopo un paio di uscite serali con Camilla si rese conto che non solo il nodo era ancora lì, ma sembrava essersi allentato. Alla fine, stanco, decise di dargli uno strattone. Gli rimase il mano il suo filo mentre quello di Camilla scivolò via rapido come il cordone di lattine vuote che certi sposi attaccano alla loro vettura il giorno del matrimonio.

Pasquale ha ancora il suo filo, quello che gli spunta dalla coscia destra e aveva provato senza successo ad annodare al filo di Camilla.  Ma tale filo è spezzato da anni, da una plumbea serata invernale di qualche anno prima, una serata da geloni e neve rancida in cui la sua lei gli aveva chiuso la porta in faccia lasciandolo al freddo. Da quel giorno il filo reciso lo segue mesto come lo strascico di un vestito da sera, quando si riversa sulle strada e si fa in quattro per districarsi nella ragnatela dei fili degli altri. A volte si siede su una panchina, prende il filo in mano e lo agita in aria come un lazo, sognando magari di accalappiare qualcuno come fanno i gauchos sudamericani con tori e cavalli. Ma sa bene che si tratta di un’illusione. Il filo che ha in mano è reciso da tempo.  A poco a poco si ritirerà all’interno dello stomaco e sparirà.
Si stende sulla panchina e guarda il cielo. Due nuvole grigio perla giocano ad oscurare i raggi del sole che gli piombano sul viso e lo costringono a chiudere gli occhi. Pasquale pensa al suo filo reciso morto e penzolante come un tulipano dallo stelo spezzato. Pensa che senza un filo che ci unisce a qualcuno, siamo tutti destinati a vagare senza meta come trottole impazzite. E alla fine sorride. Si chiede se spunterà sotto l’ascella o sulla punta del naso o tra le dita dei piedi. Il prossimo filo, intendo.   


martedì 28 maggio 2013

La passeggiata del Divo


Ok, Paolo Sorrentino non ha vinto premi a Cannes quest’anno. Non abbiamo ancora visto La grande bellezza, ma in fondo non ci sorprende che il presidente di giuria Steven Spielberg non si sia fatto contagiare dal fascino dell’unico film italiano in concorso. Spielberg e Sorrentino sono infatti due cineasti decisamente antitetici; il cinema del gigante hollywoodiano è ottimista, fanciullesco e irrazionale  tanto quanto quello di Sorrentino è  meditabondo, cupo e sottilmente nichilista. Eppure, a ben pensarci li accomuna la forza visionaria, il massimalismo espressivo, il talento di creare immagini assolutamente inedite, la capacità di dare forma ai sogni più audaci: Paolo Sorrentino rimane il più talentuoso dei cineasti di casa nostra, l’unico che possa essere accostato a nomi gloriosi del passato come Fellini, Antonioni o Ferreri senza urlare alla lesa maestà.
Lo vogliamo omaggiare con una scena de Il Divo, il miglior film italiano del decennio scorso, premiato proprio a Cannes nel 2008. Ci riferiamo a quella che a nostro parere è la scena migliore del film (inizia al minuto 1:15 nel video in basso): la passeggiata notturna di Andreotti nella Roma deserta. Il Divo che cammina con andatura compassata sul marciapiede, mentre la scorta lo segue silenziosa come il corteo di un funerale con le auto dai lampeggianti blu. Il Divo si ferma per qualche istante a leggere un’invettiva su di lui e Craxi scritta con la vernice sul muro del palazzo adiacente. Il capo scorta fa un cenno al suo collega come a chiedere il motivo di quella pausa, ma Andreotti riprende impassibile la sua mesta passeggiata e l’intera scorta può rimettersi in moto, mentre la musica di Teho Teardo che accompagna l’intera scena si arricchisce di un coro polifonico. Una colonna sonora che ricorda atmosfere alla Nino Rota (Il Padrino, per intenderci). C’è tutto in questa scena: l’impenetrabilità di un personaggio che è anche l’impenetrabilità di una parte della nostra Storia recente, il fascino senescente e dimesso di un Paese in declino, l’impalcatura grottesca delle istituzioni. La Roma funerea di Sorrentino, illuminata solo da lampioni sfocati che sembrano sospesi in cielo come miraggi, è allo stesso tempo la gloria e la tomba del nostro Paese bello e inutile. 

domenica 26 maggio 2013

Matteo Renzi in inglese



Nonostante la cattiva qualità audio del video pubblicato da repubblica.it (http://video.repubblica.it/edizione/bologna/matteo-renzi-show-in-inglese-when-i-met-obama/129584/128087?ref=HRESS-1), abbiamo provato a trascrivere con scrupolo filologico una parte del discorso in inglese di Matteo Renzi al Bologna Center per la conclusione dell’anno accademico del master in relazioni internazionali della John Hopkins University:

...from my city, from Florence. And... there is one from my country, from my country that we have been experiencing from, for one year, the last year. Ehm… forfflo… we start froffro… I’m the mayor of Florence, okay. When I met for the first time, and also the last time, the president Obama… just… one seconds, more or less… because… I was invited by United States National Conference of Mayors… for a meeting.. en in White House… I… shaking hand with president Obama and… “Nice to meet you mister President, I am the mayor of Florence, Italy…” “nice to meet you… Really?? Are you… the mayor of… Florence, Italy??” “Ehh ehm… sure…” “Oh, the city with the best restaurants in the world…” “I’m not sure…” (parola non identificata) against president Obama is not good… Maybe… I cannot speaking about tortellini or tagliatelle with the president Obama… but… it’s a very (parola non identificata) because when I come back in my city few people told me “Oh, next time you must say we have also the David, not only the food”. Yes, but is Florence is not only a city of culture… this is mobile… this is mobile very usual in Italy…  Apple, there is Samsung, there is… few smartphone. In the next four years we… we will have… more or less… four point five million of mobile, but the first telephone was created exactly in my city, in Florence…

Tralasciamo scontati commenti sulle qualità poco oxfordiane dell’inglese renziano, tappezzato di  farfugliamenti, refusi e plurali arbitrari ma comunque meno osceno di quanto udito, ad esempio, da un La Russa o un Berlusconi o tanti sedicenti Ministri degli Esteri dei governi passati. Sono piuttosto altri aspetti che colpiscono in questo inusuale discorso dell’astro nascente del paraculismo italico, il gggggggiovane politico rottamatore che salverà il Belpaese, il Fonzie alla maremmana in giacca di pelle dei tv-show della De Filippi, l’individuo che, nonostante tutto, è forse – ahimè- tra i meno deprecabili  cui si possa associare l’ambigua parola di carisma nella disonesta e sempre aperta caccia ai voti.
Innanzitutto,  l’ennesima sconsolata presa di coscienza dell’incapacità di parlare dell’Italia agli stranieri senza rifugiarsi nei soliti cliché turistico/culinari, tanto più fastidiosi perché vengono da un personaggio delle istituzioni. Renzi incontra Obama e parla di ristoranti, poi riflette da solo su tortellini e tagliatelle e sul fatto che a Firenze oltre ai ristoranti c’è anche il David. L’Italia della buona pasta e dei monumenti da cartolina, un pavoneggiamento di banalità che forse fa gongolare quegli stranieri per cui lo Stivale non è altro che un immenso villaggio vacanze. Ed è proprio ad un mediocre animatore da camping che fa pensare il Matteo Renzi di questo video, basti sostituire Obama con un più abbordabile divo americano delle grandi masse e il patetico show è bell’e pronto.  Ok, era solo un hook, un modo brillante per introdurre discorsi più seri che non sono riportati nel video di repubblica.it, dirà qualcuno. Ma non è dunque possibile fare un po’ d’ironia sull’Italia senza bistrattarla come sterile collezione di cliché? E’ forse troppo pretendere qualche annotazione più acuta e originale sul nostro Paese che non vada semplicemente a ripetere alle orecchie degli stranieri ciò che hanno già udito milioni di volte? Racconta al popolo ciò che già sa e vuole farsi sentire, e il popolo sarà con te, diceva qualcuno, è il principio base del populismo, e forse Renzi lo conosce molto bene. 
In uno show che riecheggia a tratti l’imbarazzante monologo di Silvio Berlusconi sull’Italia del sole e dei musei (la storica seduta del 2003 al Parlamento Europeo, quella dello Schultz kapò per intenderci), c'è anche una conferma forse inconscia, quasi un lapsus freudiano, dell'immagine obsoleta e cartolinesca che Renzi ostenta del suo Paese: il Matteo nazionale vuole introdurre Antonio Meucci e per farlo chiude il siparietto cabarrettista con un “but Florence is not only a city of culture”. Ebbene, qualcuno dovrebbe forse chiedere al signor sindaco di Firenze cosa sia per lui la cultura, perchè ad emergerne è una visione conservatrice, schematica e tutto sommato ignorante. Non sappiamo se Renzi sia ignorante o meno. Di certo, è ignorante l’atteggiamento da imbonitore da fiera paratelevisivo con cui va a menzionarla, la cultura. Forse per Renzi la cultura è solo quella dei biglietti del museo e delle guide turistiche, se pensa, ad esempio, che l’enorme bagaglio di conoscenze sull'elettromagnetismo maturate dal suo illustre concittadino e che hanno portato all’invenzione del primo telefono non sia cultura, ma sia altro. 
Infine, lascia riflettere l’incontro Renzi-Obama, il loro primo e ultimo incontro durato solo one seconds durante una sedicente United States National Conference of Mayors. Un Renzi più umano e dunque simpatico, penseranno in tanti, che lascia da parte il fare spavaldo e saccente dei talk show e si fa piccino di fronte ad uno dei giganti della politica mondiale. Ma la mimica gesticolante da Bagaglino e l’insistito deviare su ristoranti tagliatelle e tortellini lasciano intendere un’indole sottilmente servile piuttosto che una sana umiltà. Un'ostentata ricerca della risatina di pancia a tutti i costi, che però non riesce certo a camuffare una sacrosanta verità: l’imbarazzo davanti al potente è quello dei servi, non degli umili. Così come caratteristica intimamente servile è lo sfoggio di un orgoglio narcisista quando il potente è assente. Ancora una volta, è l’italietta a metà tra folklore e orrore di cui parlava Jerzy Stuhr nel Caimano ad emergere, tanto più desolante perchè suggerita da un acclamato esponente delle nuove generazioni.
Che sia solo questione di qualche decennio, il tempo che l’andropausa inizierà a rodere il suo orgoglio come una tarma, e nei suoi siparietti appariranno ciulatine con cameriere e culone inchiavabili?


sabato 27 aprile 2013

Maccio Capatonda



L’abruzzese Marcello Macchia (in arte, Maccio Capatonda) è diventato famoso in tutta Italia con una serie di brevi video inizialmente trasmessi in tv dalla Gialappa’s e poi diventati oggetti di culto su youtube, dove registrano migliaia di visualizzazioni ogni mese.  Finti trailer concepiti come parodie dei più popolari generi d’intrattenimento, dal thriller al melodramma, dalla fiction agiografica alla commedia natalizia. Ma anche finti servizi di cronaca nera, spot pubblicitari in stile Carosello, videoclip, miniserie, sketch e tanto altro. Una mole impressionante di video caratterizzati da ribaltamenti iberbolici del senso comune, svarioni linguistici, giochi tautologici e derive nonsense, dove interpreti dalla discutibile fotogenia creano personaggi strepitosi come il plurirattristato Mariottide (pungente parodia dei lagnosissimi cantautori partenopei), il citrullo Herbert Ballerina, il viscido Rupert Sciamenna e l’isterica Anna Pannocchia.
In particolare Mario, una serie in diciotto puntate prodotta da MTV, è in un certo senso il suo canto del cigno. La serie racconta la storia del pluritelegattato conduttore di un telegiornale nazionale che viene acquistato dalla Micidial Corporation, una losca multinazionale che impone i propri sponsor e che è forse responsabile della sparizione del precedente direttore. Mario si trova dunque costretto a condurre il telegiornale in condizioni sempre più ristrettive e umilianti, e allo stesso tempo deve indagare sui misteri della Micidial. Oltre a portare avanti l'intricata vicenda, ogni puntata offre anche numerosi servizi giornalistici in puro stile Capatonda.
Mario e in generale i video di Maccio Capatonda sono sicuramente perfetti per una serata pizza e birra con gli amici, magari con un proiettore e un laptop connesso a youtube. 
Eppure, ci sembra di scorgere nei giochi linguistici e nel nonsense di Maccio Capatonda ben altro che un semplice divertimento goliardico. In un Paese in cui la cui comicità è fossilizzata tra i soliti regionalismi nord/sud e la scatologia da cinepanettone, Maccio Capatonda è forse l'unico a proporre qualcosa di assolutamente nuovo. E graffiante. Prende di mira conflitto d’interessi,  lo strapotere manipolatorio del mezzo televisivo, la corruzione e la malpolitica, la meschinità e l’ipocrisia, la retorica nostalgica da come eravamo, l’instupidimento generale e l’oscenità da prime time. In altre parole, prende di mira l’Italia. E lo fa con uno stile inedito, caleidoscopico e sulfureo, tra echi di commedia demenziale alla David Zucker e deviazioni surreali che forse non sarebbero dispiaciute a Buñuel. Si ride con ferocia, e alla fine ci resta in faccia un ghigno che fa male; il mondo-incubo raccontato da Maccio Capatonda non è poi così lontano da quello reale. 
Quella di Maccio Capatonda è la comicità più tagliente e originale che si sia vista in Italia dai tempi dei primi Fantozzi. Che qualcuno se ne accorga e gli dia lo spazio che merita. 



domenica 21 aprile 2013

Le feste danesi



I danesi amano le feste, che non sono un semplice svago ma una componente fondamentale dell’idillio sociale del loro Paese, un autentico sigillo di benessere. Le adorano al punto che le organizzano con mesi di anticipo, pianificandole nei minimi dettagli con la stessa serietà con cui affronterebbero l’incontro con un Capo di Stato o con il CTO dell’azienda di cui sono dipendenti.  Non ci riferiamo a festicciole del sabato sera, ma ad eventi di scala più grande che coinvolgono decine di persone, ad esempio Sommer fest o Julefrokost.
Tali eventi non si esauriscono in una cena o in un buffet di poche ore, ma hanno un programma molto elaborato. Di solito si comincia con un’attività pomeridiana, il bowling o il tiro con l’arco o l’arrampicata sportiva o la gita in canoa o la corsa sui go-kart o il tiro alla fune o lo sci nautico nel fiordo o chi più ne ha più ne metta. I vari centri sportivi disseminati ad ogni angolo delle varie città sono ben organizzati per accogliere gruppi di dimensione eterogenea e garantire loro un’offerta con assicurato livello di divertimento e soddisfazione. Si privilegiano gare in cui i visitatori vengono divisi in diverse squadre che si scontrano le une con le altre. Di solito, a metà dell’evento c’è una pausa di mezz’ora in cui ci riunisce davanti ad un tavolo pieno di patatine e snack al formaggio, si beve una o due Carslberg e si parla e si ride tutti insieme prima di tornare a gareggiare.  Il tempo dedicato all’attività pomeridiana ad un certo punto scade, e ci si sposta in autobus o con la macchina in un ristorante o in un parco (se siamo in primavera o estate), dove avrà luogo la seconda parte della festa, una cena o un barbecue.  Ad esempio lo Julefrokost –il pranzo/cena di Natale- è tipicamente un buffet con  frikadeller, flæskesteg,  fiskefilet con remoulade, pane nero con aringhe, calamaretti surgelati e uova sode, pølser con ketchup maionese o senape, risalamand (un dolce a base di riso e amarene), e il gløgg (una specie di variante locale del vin brulé). Di solito non si ha la possibilità di scegliere autonomamente il posto a sedere, ma questo viene assegnato con criterio casuale (pescando un numero a cui è associato un posto a tavola) o pseudo-casuale (cioè deciso in anticipo dagli organizzatori in modo da far sedere vicini individui che hanno scarsa possibilità di interagire nella loro quotidianità e dar loro modo di conoscersi meglio). In alcuni modelli particolarmente avanzati di organizzazione, il posto a sedere viene cambiato durante il corso della serata in modo da stabilire un nuovo grafo di connessioni tra persone. Ma la cena/buffet/barbecue non si esaurisce nel mangiare e nel chiacchierare con i propri vicini di posto. Gli organizzatori  preparano anche una serie di giochi di gruppo per riempire i tempi vuoti di una serata che altrimenti potrebbe addirittura risultare noiosa. Ad esempio il gioco dei mimi, in cui i gruppi ai diversi tavoli si sfidano nell’indovinare un personaggio o il titolo di un film, o quiz musicali in cui riconoscere il titolo di una canzone, o giochi di abilità (ad esempio, costruire un castello di carte o di stecchini). Alla fine la squadra migliore (e a volte anche la peggiore) viene premiata,  l’intrattenimento termina con studiato tempismo e la festa prosegue secondo i dettami di un programmatico volemose bene.
L’obiettivo degli organizzatori  è naturamente rinforzare lo spirito di gruppo e allo stesso tempo garantire all’invitato un’esperienza totalitaria e piacevole che mantenga alto il suo livello di benessere. Un’organizzazione molto pignola è assolutamente necessaria a garantire la positività dell’evento. Senza calcolare al minuto il tempismo delle varie attività c’è il rischio infatti che l’invitato si trovi a subire tempi morti o si senta addirittura smarrito.  Il divertimento servito su un piatto d’argento, insomma, da un gruppo di organizzatori che hanno sudato per garantire tutto ciò con tale efficacia.
Ma la socialità studiata a tavolino si basa in realtà su due assunti impliciti sottilmente inquietanti.
Il primo è la concezione che la socialità non sia la naturale conseguenza del vivere comune, ma deve essere in un certo senso stimolata dal sistema per poter esistere. Il sistema ti dice come fare a diventare un uomo sociale,  con una certa invadenza ti prende per mano come farebbe una maestra d’asilo per accompagnare un bambino timido dagli amichetti da cui tende ad isolarsi. Non basta creare le condizioni affinché un gruppo di individui possa incontrarsi, ma bisogna intervenire esplicitamente affinché tale incontro avvenga nella maniera più efficiente e corretta. Ciò suggerisce una sottile sfiducia nei confronti delle capacità autonome dell’individuo, quasi ad indicarne la dipendenza dalla società come un bebè dal seno della mamma.
Il secondo è che tale sistema deve offrire un modello standard di convivialità a cui ogni individuo non può che conformarsi.  E si tratta di un modello tarato su un livello medio-basso per andare incontro ad una cerchia assai vasta. Un divertimento di pancia basato su blandi vezzi competitivi, rigurgiti goliardici e programmatica scompostezza. Divertiti come gli organizzatori dicono di farlo, accetta fino in fondo le loro regole, non c’è via d’uscita, le squadre e i gruppi sono formati a priori, il tuo posto a sedere è già assegnato e quindi stai al gioco, non puoi fare altro.
Una festa danese avrebbe dunque la stessa spontaneità di un rito liturgico millenario, se non fosse per la presenza di un potente denotatore, un magnifico deus-ex-machina che nelle feste danesi è importante quanto l’ossigeno e in parte riscrive quanto detto finora: l’alcol.
Ci vuole l’alcol, tanto tanto alcol per far funzionare la festa. Litri di acquavite ed ettolitri di fadøl. L’alcol scardina le griglie, scontorna i contorni,  strappa via le maschere, smuove i tavoli come un ciclone, ritaglia origami con le regole, getta secchiate di colore sul cielo plumbeo del Nord Europa.
L’alcol è l’unica valvola di sfogo da un sistema che con l’invadenza di un genitore troppo apprensivo ti dice persino in che modo devi festeggiare.
Ma soprattutto, l’alcol rende l’uomo danese un uomo sociale. Spontaneamente sociale. Persone che prima neanche ti salutavano diventano improvvisamente amici affezionati, pronti a schierarsi al vostro fianco e combattere per le vostre idee fino alla morte. Musoni dal tono di voce funereo si trasformano in irresistibili buffoni che si lanciano in brindisi megalomani e sulfurei,  bionde rigide e silenti sono ora estroverse e logorroiche come tante Littizzetto maggiorate.
Ogni senso della misura e del decoro sparisce, si lanciano noccioline sul professore che adesso balla la macarena sul tavolo, ci si lascia cadere a terra come colpiti da infarto, tranquillamente si sputa o si vomita nei bicchieri, qualsiasi cespuglio o muro esterno può diventare un orinatorio pubblico.
Ma inevitabilmente l’effetto di questo magnifico elisir svanisce.  L’euforia  e l’illusione di libertà lasciano il posto ad un mal di testa che rimbomba nelle tempie. Silenziosamente si striscia al proprio posto come scolaretti rimproverati, con indolenza si reindossano le maschere. La festa è finita, la Babele di frizzi e lazzi è spazzata via e ciò che rimane è la sterile impalcatura delle convenzioni. Sorridi, in poche ore i postumi della sbronza si dilegueranno e tornerai ad essere una pedina del perfetto meccanismo della società danese, passivo ed efficiente. Fino alla prossima sbronza.
Ci dispiace, ma noi non siamo così.
Noi siamo di quelli che del mondo cogliamo le sfumature e non solo i colori netti. Noi siamo di quelli che non si divertono a comando, che non ridono alle risate pre-registrate delle sitcom americane. Noi siamo di quelli che non hanno paura di stare in disparte per cogliere squarci di bellezza trascurati dai più, siamo di quelli che provano a soffiar via la polvere del banale dalle cose intorno. Noi siamo di quelli che si innamorano di un errore o di un dettaglio, dello scampolo di sorriso impacciato, di uno sguardo inumidito di passione e rabbia.
Ci spiace dirlo, ma siamo di quelli che non si accontentano, di quelli che non sanno stare al posto assegnato. Ahimè, neanche da sobri.


martedì 16 aprile 2013

Qualunquismi da blog


I politici sono tutti ladri.

I politici pensano solo ai cazzi loro.

Destra e sinistra sono la stessa monnezza.

Il problema dell’Italia è Berlusconi.

Il problema dell’Italia sono i comunisti.

Il berlusconismo ci ha resi poveri culturalmente.

Berlusconi è un criminale che e' sceso in politica per non andare in carcere.

Berlusconi è un grande leader vittima dei giudici comunisti che sono invidiosi del suo successo.

Beppe Grillo e' un populista, un fascista, un demagogo.

Beppe Grillo è la vera politica.

Bersani è un morto che parla.

Bossi è ignorante e ladro.

La Russa ha la faccia da delinquente.

Berlusconi va con le mignotte, con le minorenni, e con le mignotte minorenni.

L'Europa germanocentrica ci priva della nostra autonomia nazionale.

L'Euro ci ha impoveriti tutti e bisogna tornare alla lira.

Meno male che siamo nell’eurozona altrimenti vivremmo nelle caverne.

L'Italia ha bisogno di una classe politica onesta e competente.

Il Parlamento è pieno di troie.

Il Movimento Cinque Stelle doveva allearsi con il PD per formare il governo e far fuori Berlusconi.

Il PD doveva allearsi con il PDL per formare il governo e far fuori Grillo.

Gli italiani sono così stupidi che ancora votano Berlusconi.

Gli italiani sono così stupidi che guardano il Grande Fratello invece di Fazio.

I poliziotti sono picchiatori fascisti che non tutelano i cittadini.

I critici non capiscono un cazzo.

I preti sono pedofili.

Il Vaticano è un'associazione a delinquere.

La Juventus vince perché si compra gli arbitri.

Il mangiare buono sta solo in Italia.

Il tempo bello sta solo in Italia.

Italiani e spagnoli sono tanto simili.

I sudamericani hanno il ritmo nel sangue.

Nel Nord Europa non esiste la corruzione.

I popoli del Nord sono molto chiusi.

Quando si vive all’estero bisogna adattarsi alla cultura locale.

Le danesi e le svedesi sono delle grandi gnocche.

In inverno fa freddo.

In estate fa caldo.

In Danimarca fa freddo tutto l’anno.

sabato 13 aprile 2013

Danimarca paradiso kafkiano




Immaginate di essere con un vostro amico in una via del centro di Silkeborg, una cittadina dell’entroterra danese. Cosa vedreste? Selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo. Immaginate adesso che il vostro amico decida, con il vostro consenso, di bendarvi, e vi conduca tenendovi per mano alla sua automobile. Adesso andiamo a Viborg, dice lui. Voi avete ancora la benda sugli occhi, ma sentite sotto di voi il motore e vi accorgete che l’auto si sta muovendo. Dopo circa un’ora, il vostro amico vi avverte di essere arrivati. Vi aiuta a scendere e vi conduce per mano in una via del centro di Viborg. Dopodichè, finalmente vi toglie la benda. La luce del primo pomeriggio vi inonda il viso, ma dopo qualche istante riuscite a mettere a fuoco ciò che avete davanti. Quale sarebbe a questo punto la vostra reazione? Se siete in Danimarca da poco, scoppierete a ridere e rimproverete il vostro amico per essersi preso gioco di voi. Infatti, ciò che vedete è  un selciato a motivo regolare e, ai lati della strada, boutiques HM e Butler, un’ottica Synopsis , una caffetteria Baresso, un negozio di giocattoli BR, una cioccolateria Frellsen, il supermercato Netto, un negozio Fona per l’elettronica, un 7 Eleven, una chiesa luterana dalla torre bianca sullo sfondo.  Non vi siete mai mossi da Silkeborg, pensate voi. Ma il vostro amico non vi ha ingannato: siete proprio a Viborg. Il centro di Viborg è un clone di quello di Silkeborg. E lo stesso potrebbe valere per Randers, Hadsund, Herning, Hjorring, Frederikshavn, Grenaa e molte altre cittadine. Che non sarete mai in grado di distinguere.
La Danimarca è un paese kafkiano dove le città sono tutte uguali. E per questo non esiste via d’uscita, se non salire su un aereo e virare a sud del mondo.  
Non ha senso visitare da turista l’entroterra danese. Visitata una cittadina, le hai visitate tutte. Così come le zone residenziali in centro sono una trafila di case in mattoni rossi dai tetti spioventi  e finestre bianche all’inglese, che sia Aalborg, Ahrus, Odense o Hostelbro, mentre in qualsiasi periferia primeggiano casermoni squadrati di colore bejge dalle finestre con l'aspetto di loculi mortuari. Talmente indistinguibili gli uni dagli altri che gli stessi abitanti devono controllare il numero civico per stare certi di entrare nel posto giusto.
Siete in qualsiasi città danese e volete un caffè? Andate al Baresso.
Dovete comperare il castello Lego di Harry Potter per vostro figlio? Andate al BR.
Una spesa con prodotti di qualità? Andate al Salling.
Una spesa con prodotti economici? Andate al Netto o al Super Brugsen.
Avete bisogno di una connessione Internet? Contattate la Stofa.
Cercate una teiera in acciaio? Andate all'Imerco.
E se per caso i modelli dell'Imerco non vi piacciono? Problemi vostri, la concorrenza non esiste, o se esiste è rappresentata da pochissime altre catene ad estensione nazionale. L'artigianato è inesistente. Qualsiasi prodotto immaginabile,  dalle tende veneziane alle lampade al neon, dai cesti di vimini ai comodini, dalle prese della corrente alle maniglie delle porte, in Danimarca è fornito da un oligopolio ristrettissimo di catene operanti a livello nazionale. Che offrono prodotti identici. Tutte le case hanno le stesse maniglie, le stesse chiusure ad incastro per le finestre, gli stessi rubinetti, lo stesso pavimento, le stesse sedie, persino gli stessi cessi. 
Anche i cibi sono tutti identici. Le frikadeller hanno lo stesso aspetto e sapore in qualsiasi ristorante, così come la flæskesteg, il fiskefilet con la remoulade, i rundstykker con il burro, gli smørrebrød con aringhe e pane nero, gli stjerneskud, il salmone in umido. Tutto preparato esattamente secondo lo standard, senza variazioni. Quante volte in Italia siamo soliti pensare cose del tipo: “L’impepata di cozze come la fa Vincenzone al ristorante Moro non la fa nessuno”. Concetti del genere sono probabilmente impensabili nella cultura danese. Le frikadeller sono frikadeller e basta, le prepari Knud o Lars o Pernille o Lisbeth che sia.
Le catene commerciali offrono tutto ciò di cui si ha bisogno, ma non offrono scelta. Perchè scegliere vuol dire esprimere preferenza, ed esprimere preferenza  vuol dire dichiarare la superiorità di un’offerta rispetto ad un’altra. Esprimere preferenza vuol dire rendere qualcuno scontento, vuol dire togliergli la serenità cui ha diritto. D’altronde, la Danimarca è il Paese che ha formulato la famigerata legge di Jante, che si riassume nei seguenti punti:
1. Du skal ikke tro du er noget! - Non credere di essere qualcosa di speciale.
2. Du skal ikke tro du er lige meget som os! - Non credere di valere quanto noi.
3. Du skal ikke tro du er kloger en os! - Non credere di essere più furbo di noi.
4. Du skal ikke innbille dig at du er bedre en os! - Non immaginarti di essere migliore di noi.
5. Du skal ikke tro du ved mere en os! - Non credere di saperne più di noi.
6. Du skal ikke tro du er mere en os! - Non credere di essere più di noi.
7. Du skal ikke tro at du duger til noget! - Non credere di essere capace di qualcosa.
8. Du skal ikke grine af os! - Non ridere di noi.
9. Du skal ikke tro at nogen kan lige dig! - Non credere che a qualcuno importi di te.
10. Du skal ikke tro du kan lære os noget! - Non credere di poterci insegnare qualcosa.

Sono “regole” repressive che uccidono l’iniziativa personale e/o privata, che viene percepita come sbagliata e immorale, come un deprecabile attacco al celebrato idillio sociale della patria di Andersen.
Sarà anche vero che un sistema del genere, inculcato fin dalla tenera infanzia, aiuta lo sviluppo di una società stabile, equalitaria, coesa e serena. 
Ma con gli occhi dello straniero, la serenità tanto strombazzata dai danesi non ci sembra affatto il risultato di un’autonoma e matura presa di coscienza nazionale, quanto di un subdolo lavaggio del cervello.
Reprimi ogni impulso di essere diverso e migliore degli altri, e sarai sereno. Coglione e sorridente come il personaggio di una sitcom americana.  Sei nel Paese più felice del pianeta, ti dicono tutti, lascia perdere il resto del mondo, è pieno di guai. Lavora trentasette ore a settimana, va' a lavoro in bicicletta perchè non inquini, anche se piove a dirotto e il vento ti prende a schiaffi , torna a casa alle quattro, fa' la spesa al Netto e regalati un blando hygge serale guardando How I met your mother grazie all’IP tv della Stofa, ubriacati nelle bettole del centro il sabato sera. A luglio vola a sud a comperarti la tua settimana di sole in Grecia, Italia o Spagna. A dicembre va' allo Julefrokost con i colleghi e prepara giochi dementi in cui tutti rideranno anche se non c’è nulla da ridere, perchè è una festa e nelle feste bisogna ridere, altrimenti la coesione e l’armonia del gruppo vanno a farsi benedire...
Mi spiace, ma non ci caschiamo. Questo sistema è fasullo ed ipocrita. Perchè gli uomini sono e rimangono animali feroci, e il compito della società è quello di arginare la loro esuberanza, ma non di lobotomizzarli.
I danesi sono sereni come lo è un cavallo selvaggio a cui è stata iniettata una damigiana di sedativo e ora osserva con occhioni da ebete i suoi simili a cui tocca correre all’ippodromo per campare.  
Per quanto ci riguarda, noi siamo dalla parte di chi continua a correre e sudare, di chi si scorda dei puntini sulle i, di chi colora gli album in bianco e nero con vistose uscite dai contorni.
Questa specie di Truman Show non ci va giù. Anche perchè, a differenza del film di Peter Weir, in Danimarca il cielo che ci sovrasta è più vero e incazzato che mai.