Pagine

giovedì 21 marzo 2013

I had a dream


I had a dream about an airline offering full wireline internet connection on its aircrafts. Each aircraft is equipped with a router which is connected to the ground through a 10000 Km Ethernet cable (with embedded signal amplifiers every 100 m ca.) . Such cable is progressively unrolled from the plane during the flight, e.g. from Copenhagen to Chicago.
Kids are literally astonished by the biggest kites they will ever be able to see in their entire life.



mercoledì 27 febbraio 2013

Quentin Tarantino







In alto i due video delle premiazioni di Quentin Tarantino per la migliore sceneggiatura originale agli Academy Awards: nel 1995 per Pulp Fiction (con Roger Avary) e pochi giorni fa per Django Unchained. Ancora un ragazzetto imberbe nel video di diciotto anni fa, omaccione quasi obeso nel 2013. In entrambi i casi, i video colpiscono per  la totale spontaneità con cui Tarantino riceve il premio e ringrazia il pubblico. Un tono informale che, a differenza di tanti colleghi del mondo dello spettacolo troppo ossessionati dall'idea di mostrarsi diversi, non ha nulla di ricercato e studiato a tavolino. E ci porta a riflettere su quella che e' una delle tante caratteristiche eccellenti di questo personaggio unico: l'autenticita'.
In uno showbusiness in cui ogni singola parola, colore di cravatta o ciuffo di capelli di un divo e' dettato da spietate regole di marketing, da quasi un ventennio Tarantino persegue il suo percorso assolutamente personale e autarchico, fiero di un amore per il cinema totalitario e incondizionato. 
Ma non si tratta dell'ennesimo outsider traboccante di orgoglio, relegato a necrotiche operette di nicchia che fanno gongolare i critici braille"Non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un prodotto di me", diceva Jack Nicholson in The Departed di Scorsese. E lo stesso sembra valere per Quentin Tarantino. Che non segue i trend. Semplicemente, li crea. Il ragazzo prodigio di Knoxville - ex commesso in un videostore- è infatti il caso più unico che raro di un cineasta che, senza scendere ad alcun compromesso, plasma il mainstream a sua immagine e somiglianza. E soprattutto, spinto dall’autenticità della sua "malattia" cinefila ("Cerco di realizzare i film che mi piacerebbe vedere come spettatore", è la semplice e schietta motivazione del suo fare cinema), ha il coraggio mettersi in discussione ad ogni film. Dopo l’enorme successo di Pulp Fiction (forse il film che ha generato più epigoni nell’intera storia del cinema), avrebbe potuto riproporsi al suo vasto pubblico con una pellicola dello stesso genere, magari un sequel, e raddoppiare il successo. E invece si è preso una pausa di tre anni per poi tornare sugli schermi con un film come Jackie Brown, completamente diverso dal precedente. Un discorso simile si potrebbe fare per Kill Bill e Inglorious Basterds.  
Studiato dai teorici del post-moderno per il suo enciclopedico gusto citazionista e la puntuale destrutturazione delle tre unità aristoteliche, è invece (erroneamente) identificato dai più come autore pulp e modaiolo, artefice di una violenza grottesca, iperrealista e stilizzata. Ma dire che Tarantino è un regista pulp è come definire Picasso un disegnatore di caricature. Per quanto ci riguarda, Tarantino è soprattutto un grande storyteller, capace come pochi altri nella storia del cinema di creare personaggi che nascono già mitici, riccamente delineati e dalla morale ambigua, soprattuto donne – sempre rappresentate come forti e lontane da qualsiasi clichè (e non è un caso che, nonostante la violenza, i suoi film siano sempre molto apprezzati dal pubblico femminile). Come sottolinea giustamente lui stesso nel suo discorso agli Oscar di quest'anno, "Se qualcuno tra cinquant'anni riscoprirà i miei film, sarà grazie ai personaggi che ho creato". Insuperato narratore di interni, sublime scrittore di dialoghi, padrone assoluto dei tempi del racconto – ora dilatati, ora improvvisamente accelerati – in grado di tenere incollati allo schermo per la durata spesso consistente dei suoi film. 
Questo è Quentin Tarantino. Altro che pistolettate, schizzi di sangue e battutine cool.    

mercoledì 13 febbraio 2013

Lo schiaffo al berlusconismo (che non c'è stato)



Cara Angela Bruno,
ma perché domenica scorsa, quando eri accanto a Berlusconi alla convention dei venditori di Green Power e lui si rivolgeva a te con doppi sensi da osteria, non gli hai mollato il bel ceffone che meritava? Uno schiaffo sul viso ultraceronato del presidente del PDL, magari accompagnato da un bel “Si vergogni, cafone!”. E’ da un paio di giorni che ci chiediamo cosa sarebbe successo se tu avessi agito così, d’impulso, come una signora per bene che vuol difendere la propria dignità di donna.
Per un istante neanche troppo breve l’ego del Berlusca sarebbe regredito a quello di un'ameba. Magari gli omoni della security avrebbero fatto un passo avanti,  Berlusconi sarebbe diventato rosso d’imbarazzo ma continuando a sfoggiare il solito sorriso di plastica avrebbe poi cercato di sdrammatizzare, “Ma su, come siamo permalose, io scherzavo...” avrebbe detto, o qualcosa del genere, e avrebbe subito cercato di cambiare argomento. Ma a quel punto l’attenzione della platea sarebbe ormai persa irrimediabilmente.
Quale credibilità e carisma volete che abbia, nell’italietta maschilista e retrograda, un leader che si fa prendere a schiaffi da una donna?
L’effetto domino che quel ceffone avrebbe avuto è semplicemente vertiginoso.   Il video avrebbe fatto presto il giro del mondo, e tu, cara Angela, saresti ora la donna più famosa del pianeta, oggetto di decine di strumentalizzazioni, dalla paladina neofemminista alla novella Robespierre. I giornalisti di destra avrebbero parlato di subdola emissaria della magistratura comunista, Rosy Bindi avrebbe ululato di gioia, la Carfagna sarebbe impazzita nel disperato tentativo di arrampicarsi sugli specchi e giustificare l’ingiustificabile.
Ma soprattutto, l’eco di quel ceffone ci avrebbe bruscamente svegliati dal sonno fase REM in cui siamo precipitati da quasi un ventennio. La sua devastante forza simbolica si sarebbe insinuata sottopelle per esplodere in nuove, drammatiche domande: ma come abbiamo fatto ad accettare tutto questo per vent’anni? Ma perché stiamo qui a farci imbonire da una classe politica fatta di vecchietti sessuomani dai capelli finiti, ballerine siliconate e nullafacenti e ladroni con la maschera da porco?
Solo un gesto spontaneo ha la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza collettiva, di svelare orizzonti che erano davanti al nostro naso da sempre, ma che ci ostinavamo a vedere offuscati da una cataratta immaginaria. Nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, è la voce di un bimbo quella che svela la nudità del re, che lascia crollare l’incantesimo sulla folla. E che ora si domanda come mai è lì a celebrare la bellezza di un vestito che non esiste. E ne ride.
Ben più che qualsiasi show di Grillo, il ceffone al Berlusca ci avrebbe mostrato con la forza dell’evidenza come sia fragile l’impalcatura del potere, come sia ridicolo lasciare sminuire la nostra identità di popolo da un esercito di acrobati e girovaghi da circo. Il ceffone al Berlusca avrebbe generato presto una nuova, diffusa consapevolezza, che rapidamente ci avrebbe spinto a chiudere a chiave il berlusconismo nell’armadio del passato come si fa con il vestitino del carnevale che ora, da sobri, ci vergogniamo di avere indossato.
Ma purtroppo, cara Angela, quel ceffone non c’è stato. Hai invece addirittura dichiarato di essere onorata di sentirti dire «Ma lei viene? quante volte viene? Si giri. Si può fare ».  E ancora una volta non è cambiato nulla. Il re è nudo ma noi, con immutata e grottesca indolenza, ci ostiniamo a magnificare il tessuto purpureo del suo lungo mantello con strascico e  il disegno araldico dello stemma d’oro sul panciotto.

"La verità è come il vetro
è trasparente se non è appannato
ma per nascondere quello che c'è dietro
basta aprire bocca e dargli fiato"
(Simone Cristicchi)
  




domenica 3 febbraio 2013

Siamo tutti tartarughe


Siamo tutti tartarughe.
Ci portiamo appresso il nostro guscio e sappiamo alla perfezione quando ritirare testa e gambe agli attacchi esterni. Da bambini, quando vedevamo una tartaruga, ce lo chiedevamo sempre:  come ha fatto quel grazioso animale dalla testolina piatta a finire intrappolato in quella corazza così massiccia? Poi, da grandi, lo abbiamo capito: il carapace è parte di lui, è la sua pelle ruvida e verdognola che, in punto preciso ma introvabile, perde la sua natura molle e diventa  dura come un sasso.
Il nostro guscio non è una trappola in cui siamo finiti per sbaglio. E’ parte di noi da sempre.
Camminiamo dunque lenti a causa del fardello che ci trasciniamo addosso, e ogni piccolo passo avanti ci costa fatica. Ma siamo animali a sangue freddo. Quando i raggi di sole si scagliano violenti sulla nostra corazza,  una strana adrenalina ci circola dentro, un fluido eccitante e benefico, e le nostre gambe non sono più rigide e pigre. Il nostro passo si fa veloce e corriamo a sperimentare terreni di cui non immaginavamo l’esistenza. Il guscio, d’improvviso, sembra ora leggero come una bandiera di carta velina che, mossa dal vento, ci suggerisce la direzione dei nostri passi. Non siamo più lenti quando il sole ci batte addosso, colmare distanze impossibili ci sembra, adesso, ridicolmente facile.
Ma poi, inevitabile, arriva la notte. La corazza, nostra croce e delizia, torna a schiacciarci a terra con il suo peso. E ritiriamo braccia e gambe come fossero i remi di un’imbarcazione giunta al porto sicuro. La corazza ci dà sicurezza ma inibisce i nostri passi. Con la testa al sicuro nel guscio, non possiamo fare altro che aspettare il mattino che verrà, nella speranza che i raggi di sole, ancora una volta, ci lasceranno dimenticare per qualche ora il nostro fardello.
E sognare i meravigliosi luoghi lontani che potremmo raggiungere se fosse possibile lasciarci alle spalle il nostro guscio per sempre, come fa un serpente con la sua pelle dopo la muta.


venerdì 11 gennaio 2013

Berlusconi vs. Santoro: le pagelle




L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sull’ipocrisia, le risse sotto i riflettori e il bisogno endemico di creare ovunque mafie e parrocchie. Tutto ciò che non passa in tv non esiste. Non solo, tutto ciò che non è spettacolo di grana grossa è roba da far sonnecchiare l’italiano medio: qualsiasi dibattito su crisi economica, arretratezza istituzionale e problemi della collettività degenera inevitabilmente nello scontro personale tra politici/showmen dall'ego esorbitante e l’ansia perenne di mostrarsi più furbi dell’altro davanti alle telecamere.
Anche ieri, nella storica puntata di Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi, i problemi del paese reale (operai che non arrivano a fine mese, imprenditori costretti a chiudere baracca, impiegati trasferiti a seicento chilometri da casa) sono solo un pretesto lasciato presto cadere davanti ad uno squisito (e inutile) duello manicheista tra buoni e cattivi che ha sedotto e tenuto svegli fino a mezzanotte nove milioni di italiani.
Silvio Berlusconi – Sauron, il Signore del Male, che per la prima volta si reca nel Palazzo del Bene per un duello in diretta con Santoro – Gandalf e il suo fido Travaglio –Frodo. In ballo, l’anello del Potere Televisivo. Che nel caso di Berlusconi-Sauron gli permetterebbe di estendere di nuovo il suo oscuro dominio sull’intero Paese. E lo spettacolo, divertente, abilmente costruito in crescendo, ha confermato una vecchia verità delle favole: i cattivi sono spesso assai più interessanti dei buoni.
Ecco qui brevemente le nostre pagelle.

Michele Santoro – 3
Fallisce miseramente la partita più importante. La sua performance televisiva è un po’ come per Marcello Lippi il mondiale sudafricano. Non azzecca una domanda, alza la voce fingendo di scandalizzarsi di cose che conosce benissimo, si muove impacciato e nervoso, stuzzica Berlusconi con rimbrotti alla Don Camillo e Peppone. Commette l’errore mortale di anteporre l’idiosincrasia personale al dibattito (sia pur di facciata) su crisi e disoccupazione: il servizio totalmente gratuito sul famoso episodio di Berlusconi che ignora la Merkel mentre parla al telefono, è sicuramente il nadir della sua carriera. Che da ieri sera ha forse iniziato una vertiginosa parabola discendente.

Marco Travaglio – 4
Mettere lui e Berlusconi nella stessa arena è come far recitare Buster Keaton e Peter Sellers sullo stesso palcoscenico: presi singolarmente fanno ridere entrambi, ma la mimica gelida e lo humor a scoppio ritardato del primo vengono annientati dallo stile debordante e pirotecnico dell’altro. Se la solita solfa sui finti complotti dell’ex-premier è decisamente fiacca e risaputa, il monologo su ciò che Berlusconi avrebbe potuto fare (e non ha fatto) in vent’anni di attività politica non sarebbe neanche tanto male se la prestazione di Travaglio non si fosse fermata alla solita scontata letterina e avesse –finalmente- rivolto domande esplicite al suo nemico di una vita. Non era l’occasione che aspettava da sempre?  E invece ha preferito giocare di difensiva, con discreta codardia. Ma la cosa più televisivamente imperdonabile è che ha ubbidito senza remore agli ordini sbruffoncelli del suo nemico come un fido maggiordomo; “Resta seduto!” e lui lo fa, rimanendo in silenzio per venti minuti nonostante sia in cattedra finché Santoro lo rispedisce a posto, “Alzati da lì!” e lui lo fa, incapace di gestire la sua già debole presenza scenica.

Luisella Costamagna – 4
Fa solo una o due domande, fin troppo rigida e composta, non ribatte, si eclissa e non parla più per tutta la serata, nonostante la regia continui a regalarle generosi primi piani.

Giulia Innocenzi – 5½
Rigida e composta come la Costamagna, sfiora però  la sufficienza perché a sorpresa è l’unica che riesce ad essere incisiva quando per un minuto mette quasi in difficoltà il Berlusca. La domanda sulla Bundes Bank che avrebbe ordinato di vendere i titoli italiani è ben congegnata perchè consapevole della prevedibile risposta negativa, a cui ribatte mostrando documenti ricevuti dalla Deutsche Bank.

Vauro – 6
Il migliore dei buoni. Efficace la sua uscita sul comunismo, simpatiche le sue vignette su Monti che copia la barzelletta della mela a Berlusconi mandandolo su tutte le furie, e ancora sul Professore che se la spassa con una giovane prostituta affermando che è la nipote da Mubarak e la polizia non ha nulla da aggiungere perché lui ha credibilità.

Silvio Berlusconi - 7
Il mattatore della serata. La repubblica televisiva è il suo regno e lui non ha mai smesso di sguazzarci dentro come un pesce pagliaccio nel mar dei Caraibi. Chi lo dava per bollito sbagliava alla grande: andare da Santoro è stato un colpo di genio, che gli ha permesso di resuscitare dalle sue ceneri e tornare agli antichi fasti. Padrone indiscusso della scena, sa come muoversi, quando alzarsi e quando restare seduto, a differenza dei conduttori dilettanti. Gagliardo, narcisista e sfrontato ma sempre con il sorriso appiccicato in faccia mentre Santoro si strugge nella bile.  E’ un delinquente e ormai tutti lo sanno, ed è per questo che le prediche di Travaglio e il fasullo strabuzzare gli occhi di Santoro non funzionano più. Ma in televisione non lo batte nessuno. Abile nello sfruttare gli errori grossolani del conduttore e nel riproporre con rinnovata energia le solite tragicomiche teorie del complotto, sbaglia solo in alcuni sfoghi senili (“Il comunismo è la più grande ideologia criminale della storia dell’umanità”), certi rimbrotti al conduttore- inutili visto che si era già in vantaggio-, e soprattutto con il gesto osceno di pulire la sedia dov’era seduto Travaglio, davvero troppo becero persino per lui. Ma la gente tornerà ad amarlo e a cantare Meno male che Silvio c’è in piazza.

Ha dunque recuperato l’Anello del Potere Televisivo? Può darsi.
Ma il Paese reale? Dov’è in tutto ciò?


mercoledì 9 gennaio 2013

Politici con problemi di prostata


Molti, troppi politici nostrani hanno problemi di prostata.
Come inevitabile conseguenza, le loro affermazioni diventano arraffazzonate, ripetitive e banali perchè la loro testa è altrove, è lì a captare timidi segnali dell’orologio in basso che da qualche decennio non funziona più bene.
Ma si sa, tutti i politici, davanti all’evidenza, negano. Attorniati dal solito stuolo di servi e servette che gli strisciano attorno come tanti viscidi gollum all’estenuante ricerca della raccomandazione che li sistemerà per sempre, continuano a sfoggiare la loro faccia dalla pelle cerulea e cadente come le orecchie di un cocker e l’imperituro sorriso a dentoni ormai rancidi che sembra voler dire: “Io vado a pisciare quando ne ho voglia, la mia prostata non fa scherzi, sono io che la controllo”. Ma in realtà in ogni momento hanno il terrore di vedere espandersi una chiazza maleodorante sul cavallo dei pantaloni. In parlamento c’è anche chi utilizza pannoloni ben incastrati tra la cinta e il pantalone in lino, per poi strizzare l’occhio alle giovani deputate pidielline credendo di emulare un considerevole pacco.
Ma la paura di pisciarsi addosso è la vera causa del disordine politico del Belpaese. Se i parlamentari italiani non fossero schiavi della loro ghiandola ribelle, forse riuscirebbero a trovare un accordo, a far approvare una legge utile che sia una, a riflettere in termini concreti su un progetto di sviluppo del paese piuttosto che ridursi a sterili vu parlà televisivi.   
Non vogliamo più politici con problemi di prostata. Vogliamo politici giovani che non sappiano neanche cosa sia, la prostata, tanto hanno da pensare ad altro. Vogliamo politici che sappiano trattenere pisciate da cavallo anche per uno o due giorni, e poi innaffiare con loro l’intero giardino di casa. Vogliamo politici sani di corpo e di spirito, che siano uomini liberi, che non siano schiavi di niente e di nessuno.
Saremmo anche lieti di finanziare con le nostre tasse le cure prostatiche dei politici malati, seguirne l’evoluzione e i referti medici, pur di star certi che tali individui si ritirino nella casa di cura dove meritano di trascorrere il resto dei loro giorni.
Eppur a questo punto ci sovviene che il nostro ragionamento, che finora ci sembrava impeccabile, ha una pecca. La prostatite non colpisce solo i vecchi. Ne soffrono anche tanti, troppi politici giovani. Glielo leggi nella vacuità dello sguardo, nelle chiacchiere a vuoto, nel terrore di disubbidire ai vegliardi di turno, nella grottesca incapacità di non essere servi.
Voci affidabili ci segnalano che l’onorevole Angelino Alfano, un pischello di appena quarant’anni, non riesce ad evitare di correre spesso in bagno durante le sedute parlamentari.

lunedì 31 dicembre 2012

Il vecchio e la bici

Questa è una storia semplice e toccante. Orazio Di Grazia, contadino siciliano, cui il destino afflisse una cocente delusione d'amore. E' la vita senza clamore di un uomo solo e forte, che fino alla sua scomparsa all'età di ottatacinque anni, percorreva ogni giorno la tratta Catania Ognina - Nicolosi (circa 16 km) con la sua bici portando con sè un carico di alimenti.
Orazio e la sua amata scomparsa. Orazio e la solitudine. Orazio e la bici. Non aggiungiamo altro, e vi invitiamo a visionare questo breve ma intenso video.

sabato 8 dicembre 2012

Gli smartphone


Tra quindici anni rideremo degli smartphone.
E proveremo un sincero imbarazzo nell’ammettere: “Ebbene sì, ne avevo uno anche io...”. Eppure oggi sembrano a tutti oggetti strafighi, il top dell’high tech secondo i più. Alle soglie del 2013, la maggiorparte delle persone pensa ancora che sia cool andersene in giro con un ingombrante parallelepipedo tuttoschermo dall’autonomia non superiore alla giornata, e che per di più costa un occhio della testa. Roba che vien voglia di tagliarsi le vene se capita di perderlo. Gente che pensa che il paradigma always connected voglia dire cazzeggiare su facebook a ogni ora e luogo. Gente che pensa che la vera tecnologia sia quella che ti urla in faccia numeri altisonanti e inutili e non quella che ti facilita la vita.
Già il nome smartphone, telefono intelligente, fa abbastanza ridere. Dove sarebbe la presunta intelligenza di un prodotto che è solo un’accozzaglia di tecnologie più disparate, dalle connessioni GSM e GPRS e EDGE e UMTS e HSDPA e HSUPA e LTE e WiFi e Bluetooth al microbrowser ad hoc, dal navigatore GPS all’immancabile foto-videocamera ad alta definizione, che succhia via corrente come un assetato nel deserto del Gobi, il tutto pressato in un volume che viene strombazzato come minimo ma in realtà non entra ormai più nella tasca dei pantaloni?  E’ forse intelligente il principio “infiliamoci dentro tutto il possibile, così nessuno può lamentarsi”?  Uno smartphone è come un puzzle di Tetris pieno di buchi, una costruzione Lego dove i mattoncini non combaciano ma fa spavento per quanto è grossa e deforme. Uno smartphone è intelligente come lo è una massaia che riempie il carrello della spesa di chili di pasta, sughi, salse, dolciumi, surgelati, caviale, lardo di Colonnata, frittelle, patatine e snacks, quando bastava un semplice brodino per far contenti marito e figli.  
Sarà divertente, tra quindici anni, davanti ad una birra con gli amici, ricordare la follia degli smartphone, del loro prezzo esagerato, della schiavitù autoinflitta della ricarica quotidiana, del loro ingombro, della loro invadenza nella nostra vita, della loro palese inutilità nel novantanove percento dei casi. Tutto ci sembrerà così naif e ridicolo, e ci chiederemo: “Ma davvero mi sono prestato a tutto ciò?”.
Comunque, detto questo, per Natale mi compro un Nokia Lumia 920. 


domenica 18 novembre 2012

I sogni ovunque


Molti hanno un sogno nel cassetto.
Tu, invece, i sogni li hai ovunque. Li hai nella credenza e nel frigo, li hai nelle pentole posate sulle piastre dei fornelli, incastonati tra i volumi della libreria, sul comodino accanto all’abat-jour. Li hai nella scarpiera tra le superga blu elettrico e gli stivali di cuoio, li hai nell’armadio, appesi tra la giacca di tweed e l’impermeabile grigio, li hai nel lavabo tra le pile di piatti che ti ostini a non lavare.  
A volte te ne dimentichi, e quando apri l’armadio e scansi via le grucce alla ricerca del maglione di lana caprina, non ti accorgi che stai scansando uno di loro, e finisci per sbattergli le ante in  faccia.
Altre volte, invece, ti fermi a parlare con lui.
Non è facile dialogare con un sogno. E’ come  parlare con il mare, quando sei sulla riva e con la spuma delle onde ti solletica giocoso il dorso dei piedi, ma poi alzi lo sguardo e lo scopri silente e azzurro, freddo, seducente e lontano. Anche il sogno è vicino e lontano. Ti accarezza bonario con le sue dita sottili come fili di seta, ma se provi a guardarlo negli occhi finisci per perderti nei riflessi infiniti di un labirinto di specchi.
Sono spesso indisciplinati, i sogni. Vorresti rimanessero in frigo, in libreria, nelle pentole, per sollevare i coperchi e sbirciare di tanto in tanto come bambini curiosi. Ma invece saltano fuori e te li ritrovi per il corridoio, a intralciare i passi nervosi della tua giornata fatta di panni da lavare, corse al supermercato e bollette in scadenza. A quel punto cerchi di ignorarli, di non dar peso alla loro presenza, come si fa con i ragazzini viziati alla ricerca di attenzioni. Ma alla fine cedi. Ti lasci cadere sul divano, loro si avvicinano a te saltellando e si dispongono a semicerchio. Ti osservano pazienti. Ma tu non sei il loro cantastorie.

Cosa volete da me, ti vien da chiedergli. Loro sono forse stupiti da quella domanda, ondeggiano come campanelli al vento guardandosi, forse, l’uno con l’altro. Non ti sei accorto di nulla, dice uno di loro, da un po’ di tempo siamo sbiaditi. Ti massaggi le tempie con l’indice e il medio mentre rifletti sulle parole del sogno. E’ vero, ultimamente sono sbiaditi. Può qualcosa sbiadire per la noncuranza, per il poco tempo che ci hai dedicato, chiedi a te stesso. No, la noncuranza è amica della polvere, dello sporco, del degrado, ma non sbiadisce le cose, non le rende diafane e quasi trasparenti.
E allora perché, da un po’ di tempo, quando provi a guardare un sogno negli occhi finisci per guardarci attraverso? Forse la tua vista si è fatta più acuta? Li ami e li odi, ma non vuoi che svaniscano.  Perché quando guardi al di là dei sogni vedi solo il muro della parete davanti, bianco, anonimo, terrificante. Cosa sarebbe casa tua senza di loro? Solo uno spoglio sgabuzzino di oggetti polverosi. Potresti vagare di stanza in stanza sfiorando con la punta delle dita infissi e soprammobili, accendere la televisione e guardare omini calvi e ballerine,  potresti sedere alla scrivania e prendere appunti sulle spese e i conti da pagare. E scopriresti di essere solo, ti accorgeresti che non c’è nulla al di là dei contorni degli oggetti, dei supermercati e delle bollette, delle pareti bianche che ti tengono prigioniero.
Perché dunque avete perso il vostro colore, e adesso riesco a guardare attraverso di voi come se foste di vetro, ti vien dunque da chiedere. Il sogno che avevi davanti, quello più loquace ed estroverso, quello che di solito prende sempre la parola, stavolta tace. Sto parlando con voi, continui, fate finta di non sentire? E finalmente il sogno risponde. E’ strano, volevamo chiederti la stessa cosa, dice. La risposta ti infastidisce. Precipiti in un vortice di domande che non avranno mai risposte. Ti alzi e afferri il sogno per l’orecchio, lo trascini per tutto l’appartamento fino all’ingresso, lui non oppone resistenza. Apri la porta e lo sbatti fuori di casa. Torni al divano, gli altri sono ancora lì, non si sono mossi dal semicerchio. Non sembrano scossi. Forse qualsiasi cosa tu faccia non può far del male a loro. Al più, sei solo tu a soffrirne. Hai un sussulto e il sogno che hai appena cacciato è ora alle tue spalle, provi a sfidarlo con lo sguardo, se non fosse quasi trasparente potresti giurare che ha sorriso. Sei un idiota, dici a te stesso, davvero pensi sia possibile scacciare un sogno trascinandolo per le orecchie fuori di casa? Secondo te basta una stupida porta di legno per tenerlo lontano?
Sconfitto, torni a sedere sul sofà. Lasci cadere la testa all’indietro e sospiri. Siete sbiaditi ma ci siete, dici, e loro continuano ad osservarti, silenziosi, oscillando come fuochi fatui. Non ti abbandoneranno, dici a te stesso. Perderanno a poco a poco colore, ma rimarranno con te. Seducenti e inafferrabili. 

Sei stanco e vuoi andare a letto. Spegni la luce, e come quelle lampade fluorescenti il cui alone luminoso è solo visibile al buio, i sogni tornano ad avere un colore intenso. Iniziano a svolazzare per la tua camera da letto come canarini appena liberati dalla gabbia, birbanti come scolaretti quando la maestra è assente.   Ti infili nelle coperte e chiudi gli occhi, ma poco conta che tu li tenga chiusi o aperti, i sogni sono sempre davanti a te, come se adesso fossero le tue palpebre ad essere trasparenti. A poco a poco il loro svolazzare turbinoso ti confonde,  i colori e lo strascico di brillanti e rugiada che ogni sogno si porta appresso si accavallano come le carte di un abile prestigiatore.
E non sei più tu in quel letto scomodo dalle assi di legno curve e il materasso schiacciato.
Ora sei un astronauta che saltella leggero da un pianeta all’altro come fossero gigantesche palle di gomma fluttuanti nello spazio. Ora sei un attore che con il suo istrionismo  ipnotizza la folla attonita del più gremito teatro del mondo, sei un cantante la cui voce suadente ed eterna si inisuna placida tra le corde del cuore della gente, sei un calciatore, che segna in rovesciata il goal decisivo della finale dei mondiali mentre gli spalti si sciolgono in un boato trionfale.  Sei tutto questo e tanto altro, sei un esploratore che sovrasta superbo con la sua mongolfiera mari e foreste,  sei un re in un castello dalle pareti d’argento e le colonne d’alabastro, sei un pilota di Formula 1, sei un equilibrista e un domatore di leoni.
Sei a casa tua e sei ovunque, sei con tua nonna e con tuo nonno, sei con i tuoi amici d’infanzia che con i cappellini da festa sul capo ti invitano ad unirti ad un festoso girotondo, sei con Lei, di notte, sdraiato in riva al mare, sulla sabbia resa azzurra dal riflesso del plenilunio, e nei suoi occhi verdi c’è il desiderio di sentire le sue labbra al sapore di ciliegia e salsedine unirsi, lentamente, alle tue.

*****

Le prime luci dell’alba filtrano insolenti tra le veneziane in alluminio, e apri gli occhi. La stanza non è più buia. E i sogni non ci sono più.  Turbinando gioiosi tra le pareti della tua camera a poco a poco sono scesi vicino al letto, sono diventati piccini come lillipuziani, si sono arrampicati a fatica sulla tua coperta bianca e saltellando tra piumone e lenzuola sono saliti sul tuo viso e sono entrati nella tua narice sinistra. Hai inalato i tuoi sogni e loro ti sono esplosi dentro come mille fuochi d’artificio, solo per te. Ma ora lo spettacolo è finito. Ti metti a sedere sul letto e sospiri. La camera è vuota e un po’ fredda. Ti alzi e cammini nervoso per il tuo appartamento. Non ti è mai sembrato così spoglio. Ora che i sogni non ci sono, vedi solo un mucchio di oggetti polverosi intrappolati tra pareti che non ti sono mai sembrate così opprimenti. Ti lasci cadere sul divano, davanti a te la parete ti guarda, ma non ha nulla da dirti. Ti scende una lacrima sul viso.
Era dunque tutta illusione quella che, per una notte o per una vita, ti lasciava dimenticare che non hai nulla. Solo cianfrusaglie e una prigione,  che forse non sono solo le pareti di casa, che forse ti seguirà anche fuori.

Ma poi ti alzi e ti avvicini alla finestra, bruscamente tiri su le veneziane e guardi fuori attraverso il vetro reso opaco dalle tue impronte e dalle macchie di acqua piovana. Davanti, c’è il selciato del tuo cortile, deserto.  Il vento scuote insolente il morbido manto verde delle due querce al di là della strada. Il rumore sordo del portone che sbatte, ne esce una donna che infilata in un giubbotto rosso di cardigan cammina a passo rapido sui suoi tacchi alti coprendosi parte del viso con una sciarpa viola in lana merinos. E lo vedi, il sogno, attaccato alla coda della sciarpa che si agita al vento come una bandiera. Escono due bambini con cappellino di lana verde che si rincorrono saltellando tra strada e marciapiede. Nelle loro risatine stonate riconosci il tintinnare della voce del tuo sogno, di quello loquace, di quello che non riuscivi a zittire. Passa una ragazza dai lunghi capelli castani mossi, con le cuffie dell’ipod alle orecchie e un viso delicato e fragile dall’aria mogia. E i piccoli lillipuziani sono lì, saltellano dietro la ragazza cercando di aggrapparsi al laccio penzolante dei suoi stivali in pellame color mogano.
Attraverso quel vetro sporco vedi tutto questo e vedi te stesso, parzialmente riflesso, vedi la tua immagine quasi diafana sovrapporsi al mondo che hai davanti. Forse sei tu che rischi di svanire, di diventare trasparente e vacuo, se ti ostini a rimanere lì, tra quelle quattro pareti. E invece i sogni non sono svaniti. Sono solo fuggiti via. Non ha più senso cercarli nell’armadio, nel frigo, nelle pentole o sotto le coperte.
Sorridi. Ti infili una giacca ed esci di casa. In fondo, sei ancora in tempo a raggiungerli.

domenica 4 novembre 2012

Chiacchieroni e chiacchierelli


I chiacchieroni si ostinano a recitare il loro monologo pomposo credendo che si tratti di un dialogo. Parlano quasi sempre di loro stessi, a voce alta, ingigantendo meriti inesistenti o comunque modesti. Sono poco curiosi degli altri, ragionano a pregiudizi e a partito preso. Non si curano delle reazioni che possono suscitare, anzi, fanno facilmente i bastian contrari, perché ciò attira l’attenzione, da’ sugo al monologo, imbellisce il loro ego abbarbicato e fragile.  Cercano di illudersi di essere intelligentissimi, e che tutti abbiano da imparare da loro. Spesso diventano grotteschi, fanno sorridere, sono persino simpatici se presi a piccolissime dosi.
I chiacchierelli sono più subdoli. A differenza dei chiacchieroni, parlano a voce bassa. Se sei al ristorante con loro, rischi di confondere la loro voce con il rumore dei passi dei clienti, con il parlottare nei tavoli affianco.  Le loro chiacchiere sono un rumore di fondo imperituro e costante, che non cessa mai. E sono puro didascalismo; qualsiasi cosa detta da un chiacchierello, potrebbe benissimo non essere detta. Il chiacchierello è un paladino della banalità, è pura espressione della maggioranza silenziosa, è la quintessenza del qualunquismo ricoperto da una patina di riflessività fasulla. Il chiacchierello è affetto da un specie di fame sociale, non si accontenta di parlare con una sola persona se ce ne sono tante attorno, vuole conoscere più gente possibile. E, soprattutto, vuole piacere a tutti i costi: per questo il chiacchierello è solito adulare il prossimo, esaltarlo, magnificarne le doti umane estetiche morali. Alle spalle, poi, può tranquillamente parlarne male, se questo va più a genio di un altro interlocutore. L’autostima del chiacchierello dipende esclusivamente dagli altri: il chiacchierello adora lamentarsi, spesso si dichiara timido, stupido e brutto, sperando di sentirsi dire ma no, non è vero, e magari ricevere anche un complimento.  Il chiacchierello vuole sapere gli affari di tutti, con curiosità fuori luogo e quasi morbosa, per due motivi: per paragonare l’esperienza degli altri all’esperienza propria, sperando ardentemente  che nel confronto non abbia da perderci, e per mantenere sempre inesauribile il repertorio  di pettegolezzi che ne rappresenta la caratteristica ontologica.
Cosa succede se un chiacchierone incontra un chiacchierello? Naturalmente vanno subito d’accordo. Il chiacchierone si esibirà nel suo monologo, il chiacchierello gli scondinzolerà intorno saltellando e scuotendo le braccia ammirato e compiacente. Il chiacchierone si sentirà realizzato, e non saprà mai che in sua assenza il chiacchierello lo sputtanerà senza remore se ciò potrà servire a compiacere un altro interlocutore.
Chiacchieroni e chiacchierelli sono in fondo molto simili. Hanno comportamenti differenti, ma con una radice comune: sono solo modi diversi di reagire ad un Edipo irrisolto. Quello che sussurra loro di essere ancora bambini capricciosi e viziati, che ingalluzzisce il loro ego precario, che gli ricorda quanto sono insicuri, che la notte rende scomodi i cuscini.
Chi più chi meno, siamo tutti un po' chiacchieroni e/o chiacchierelli.
Alcuni lo sono un po' troppo.