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sabato 15 settembre 2012

Storiella teramana

Stanno a mangiare due mazzarelle giù allo Stronzo quando vedono Alfredo fuori al bar seduto su uno sgabello con una bottiglia di birra in mano, sguardo nel vuoto. 
Guarda, ci sta Alfredo, dice Giovanni. Sta da solo, sta a fare lo scompagnone, aggiunge Marco alzando  la voce e con la mano vicino alla bocca a mo’ di megafono per farsi sentire. Ma Alfredo non batte ciglio, con la mano stretta sul collo della Peroni dalla quale tira giù sorsi pesanti a intervalli regolari. 
Lascialo stare, dice Giovanni, mi sa che l’ha lasciato la sposa. 
Ma la sposa chi, chiede Marco. S’è rifatto la sposa il mese scorso, risponde Giovanni. Ma vaffangulo va, in quindici anni che lo conosco non l’ho mai visto con una femmina, dice Marco.  Sei un coccia a bicchieri, non ti ricordi Monica, chiede Giovanni.  Ah, è vero, annuisce Marco dopo un istante di riflessione. Ma quella era una zezzona, aggiunge. Zezzona o no, era la sposa.  E questa di adesso? Che cazzo ne so, non l’ho vista mai. Te lo dico io, quello racconda una frega di cazzate. E allora perché sta là fuori solo solo? Quello fa finta, solo per far credere che aveva la sposa... 
Passa lo Stronzo  a ritirare i piatti delle mazzarelle e chiede: ma lo conoscete quello là fuori? Sci, è un amico nostro, risponde Giovanni. E’ due ore che sta la’, ogni tanto entra  a comprare una bottiglia e poi si risiede, dice lo Stronzo. Aspetta, mo ci vado a parlare, dice Marco. 
Marco esce dal bar e si avvicina all’amico seduto allo sgabello.
Alfredo, ma com’è ‘sto fatto che ti ha lasciato la sposa, chiede Marco.
All’interno del bar lo Stronzo, con la panza e i capelli bianchi col riporto, scoppia a ridere tra i suoi baffetti e si volta verso Giovanni, ‘ngulo, delicato l’amico tuo, dice.  Ma Alfredo non si scompone, continua a fissare il nulla con la bottiglia ormai vuota in mano. 
Dai Alfre’, che cazzo te ne frega, te ne trovi una meglio, dice Marco, pure a me l’anno scorso mi ha lasciato la sposa, e ti dico, meglio soli che male accompagnati. 
Silenzio. Anche Giovanni e lo Stronzo osservano curiosi la scena. 
Dai Alfre’, vieni a mangiare due mazzarelle con noi, lasciala perdere cullì. 
Nessun cenno di risposta. Nessun movimento. 
Marco comincia ad innervosirsi. Alfre’, porco mo se ne va, rispondi!, dice.
Si avvicina e con la mano gli scuote una spalla. Alfredo ha un sussulto e si alza in piedi. Si volta verso Marco. E’ molto più alto di lui, ha un’espressione gelida sul viso. Marco ne è quasi intimorito, indietreggia di un passo.
Non mi ha lasciato la sposa, dice Alfredo scandendo con perizia ogni parola. L’ho lasciata io, la sposa, aggiunge con orgoglio. 
Silenzio, di nuovo. Marco cerca di fare lo spavaldo ma è  intimorito dallo strano comportamento di Alfredo.
Ahh, vabbe’, sicuramente hai fatto bene, dai entra, dice. E gli da’ una pacca sulla spalla.
Non mi toccare per piacere, soggiunge Alfredo, gelido.
E la madonna, sussurra Marco sorpreso, ma che t’ho fatto?
Tu hai accimentato la sposa mia, dice Alfredo a denti stretti. 
Marco spalanca la bocca incredulo. Ma stai scherzando? Ma stai fuori di coccia? Io non so manco chi è la sposa tua.
Lo sai, lo sai, dice Alfredo alzando leggermente la voce. 
Ma che dici? Ma che so? Anzi, mo te lo dico, tu secondo me la sposa manco ce l’hai, tu ti inventi un sacco di cazzate, dice Marco. Le ultime sillabe di ‘cazzate’ le pronuncia quasi sussurrando, pensando di essere un po’ troppo duro.
Simona, la conosci, coglione? chiede Alfredo.
Marco alza le spalle e fa lo gnorri. No, chi è?
Alfredo si avvicina e punta il fondo della bottiglia in direzione viso di Marco.
Quant’è vera la madonna ti spacco la bottiglia sulla coccia, dice.

La minaccia di Alfredo gli rinfresca bruscamente la memoria. Ieri sera alle nove stava vicino a piazza Verdi a comprare il fumo da un cellangulo di quattordici anni che gli aveva chiesto quaranta euro, e lui ce ne aveva trenta, ma c’era pure una ragazza, bianca bianca, magra magra, con i piercing sulle labbra e sul naso, un po’ zezzona, lei ha ricacciato venti carte e il cellangulo ha dato un tocco anche a lei. Alla fine Marco e la ragazza si sono attrezzati un prefone insieme, e mentre fumavamo seduti sui gradini della piazza la ragazza rideva, diceva cose senza senso, non finiva una frase senza scoppiare a ridere di nuovo, e alla fine si era avvicinata di più a Marco e gli aveva dato un bacio, e Marco il bacio se l’era preso con un po’ di repulsione, perché gli fanno senso i piercing. Poi gli aveva chiesto il numero, lui glielo aveva dato, se ne era fregato di avere quello della ragazza. Che si chiamava Simona, sì, adesso si ricorda. Poi l’aveva salutata e se ne era andato a casa. Lei gli aveva mandato un paio di messaggi, diceva che dovevano rivedersi, e mentre li leggeva Marco aveva la testa altrove, pensava: sono solamente io il coglione che va a dare trenta euro a un cellangulo di quattordici anni.

Ma adesso Marco è davanti ad Alfredo. Che sta ingazzato come una bestia. 
Alfre’, ho capito chi è, ma veramente, non lo sapevo che era la sposa tua, dice Marco pensando che forse Alfredo ha visto i messaggi inviati da quella fattona.
Alfre’, comunque non è successo niente, ci siamo fatti un prefone insieme e basta, continua.
Un prefone insieme, sci, dice Alfredo, tu hai provato a pomiciartela, cazzo di amico che sei, fai schifo.
Stavolta è Marco ad alzare la voce. 
Alfre’, primo: è lei che a provato a pomiciare con me, non io. Secondo: la sposa tua è una zezzona, e a me le zezzone non mi piacciono. 
Forse non doveva dirlo. No, non doveva. Alfredo lancia un urlo acuto e una bestemmia, poi spacca la bottiglia sullo sgabello che cade a terra e si lancia verso Marco puntando pericolosamente sulla sua faccia i cocci aguzzi che gli restano in mano. Marco perde l’equilibrio e si appoggia alla pensilina per non cadere a terra.
Quant’è vera la madonna io ti sgozzo!, urla Alfredo.
Immediatamente intervengono Giovanni e lo Stronzo a separarli, afferrando Alfredo per le braccia mentre continua ad urlare io ti ammazzo, pezzo di merda!
Smettetela, non fate i bambini, non è successo niente, dai, dice lo Stronzo mentre trattiene Alfredo che continua a ripetere la sua tiritera di insulti verso Marco, che ora ascolta a testa bassa, con atteggiamento quasi colpevole.
A poco a poco le parolacce e le bestemmie di Alfredo si fanno più flebili. Dai, siete bravi ragazzi, è stato un malinteso, non prendetevela per le sciocchezze, i guai nella vita sono altri, dice lo Stronzo con aria paternalistica e le braccia sulle spalle di Alfredo.

Adesso Alfredo è più calmo. Sei proprio un frichino, dice alla fine, ti fai difendere dallo Stronzo per non prenderci le mazzate. 
Giovanni prova a sussurrare un no ad Alfredo, che si accorge tardi del suo labiale.
Come mi hai chiamato, chiede lo Stronzo.
Alfredo abbassa la testa con evidente imbarazzo. 
Come mi hai chiamato, chiede di nuovo lo Stronzo, con voce bassa ma tesa come una corda di violino.
Non mi riferivo a te, France’,  è Giovanni, Giovanni è lo stronzo, noi lo chiamiamo così, dice Alfredo, e indica l’amico. 
Uno schiaffo fulmineo in pieno viso lo ammutolisce. Alfredo non reagisce, abbassa il viso come un bambino dopo la punizione di un papà severo. 
Lo Stronzo, con il viso rosso come un peperone, rientra lentamente nel bar.
I tre amici sono ora muti, immobili.
Dai, paghiamo e andiamocene, dice Giovanni.
Ma la porta del bar si spalanca di nuovo con un clank maestoso, e lo Stronzo, con il viso rubicondo ferocemente deformato dall’ira, afferra lo sgabello su cui prima era seduto Alfredo, lo solleva e lo lancia con spropositata rabbia addosso al ragazzo, che miracolosamente fa in tempo a spostarsi e lo prende solo di striscio, sulla spalla sinistra, cosa che non gli impedisce di lanciare un gridolino acuto di dolore.
Vent’anni, sono vent’anni, urla lo Stronzo con occhi di bragia mentre il riporto gli cade sul lato sbagliato svelando impietosamente la sua calvizie, sono vent’anni che nessuno mi chiama Lo Stronzo!
Afferra di nuovo lo sgabello e si lancia all’inseguimento di Alfredo, che nel frattempo, con la mano sulla spalla dolorante,  scappa via a gambe levate. Anche Marco e Giovanni se la svignano, in direzione opposta a quella di Alfredo.
Le urla dello Stronzo riecheggiano per i vicoli del centro: vent’anni che nessuno mi chiama lo Stronzo, e poi arriva un cellangulo di vent’anni... Dove sei??? Dove cazzo sei??? 
Giovanni, che abita lì vicino, rientra a casa. D'altronde, Giovanni rientra sempre presto sennò la mamma si incazza.  Marco è da solo, non ce la fa più a correre, ha il fiatone. Ormai le urla dello Stronzo sono svanite, forse è tornato al ristorante, forse ha raggiunto Alfredo e gli ha spaccato lo sgabello sulle corna, forse è morto. Marco è rimasto scosso. Da Alfredo, dallo Stronzo, dalla corsa col fiatone per le vie del centro. Non correva da anni, adesso ha bisogno di relax. Dallo Stronzo non ha pagato, ha ancora venti euro nella saccoccia e sono solo le dieci. Con un po’ di fortuna, fa ancora in tempo a beccare il cellangulo di piazza Verdi. 

mercoledì 5 settembre 2012

Take This Waltz



Cara Sarah Polley,
ma perché non hai lasciato che il tuo film finisse nel momento in cui Michelle Williams, su invito dello stesso marito tradito, esce di casa e corre via alla ricerca dell’uomo che ha capito di amare, ma poi raggiunge l’oceano, il placido e spietato oceano, e davanti a quella distesa infinita e invalicabile non può far altro che lasciarsi cadere a terra e voltare lo sguardo verso lo spettatore in sala? Era lì che ci voleva un bello stacco su nero su cui far salire i titoli di coda; la protagonista ha tentato la fuga dalla prigione in cui ha capito di vivere ma ha scoperto che via di fuga non c’è, e allora, confusa, non può far altro che voltarsi con una silenziosa richiesta di aiuto, così come faceva il Jean Pierre Leaud de I quattrocento colpi di Truffaut, anche lui davanti al mare, il mare, sempre il mare...
Ma invece hai voluto che, quando Michelle Williams si volta verso lo spettatore, la sua espressione confusa si tramutasse in un sorriso felice, perché davanti a lei c’era lui, l’uomo che cercava. E soprattutto, hai voluto appiccicare al tuo film quell’ultimo quarto d’ora che sembra un sequel involuto e accelerato col tasto forward del videoregistratore, con Michelle che va a vivere con il suo amatissimo belloccio, si diverte un mondo prima che il grigiore di una nuova routine torni a farla soffrire, fa una visita all’ex marito, alla fine capisce che è meglio stare soli che male accompagnati. Ma perché, perché, perché la necessità di dire così tanto, quando nell’ora e mezza precedente raccontavi così poco, ma lo facevi così bene?
Davvero, lo fai benissimo.
E lo sai perché?
Perché racconti quello che poteva essere il più banale dei triangoli sentimentali ma allo spettatore sembra di non aver mai visto nulla di simile.
Perché scrivi dialoghi in punta di penna ma che gettati sul viso senza trucco della protagonista non ci sono mai sembrati così veri.        
Perché fai crescere i tuoi personaggi senza fretta, prendendoli per mano, senza invadenza, suggerendoci il loro dolore senza sbattercelo in faccia, con rispetto e pudore anche quando ci mostri i dettagli anatomici di una donna al gabinetto.
Perché per una volta il marito tradito è un personaggio assai più ricco, sfumato e nobile dell’avventuriero dal fascino irresistibile.
E allora, di nuovo, perché rovinare tutto negli ultimi quindici minuti? Per un’ora e mezza hai cercato un equilibrio difficilissimo fatto di colori pastello, visi, lacrime e sorrisi, parole e silenzi dosati al nanosecondo. Sei stata un'acrobata, una ballerina su un palco di cristallo fragilissimo,  una farfalla che si posa su una bolla di sapone. Sai bene che un bacio tra i due protagonisti avrebbe fatto crollare il palco e scoppiare la bolla, e difficilmente la farfalla sarebbe tornata a volare. E allora perché un minuto dopo il loro illogico ritrovamento, i due protagonisti sono già pronti ad orge sfrenate con sconosciuti?  Perché metterci di mezzo l’alcolismo della cognata? Perché “parodiare” una delle scena più belle del film, quella in cui Michelle Williams e Luke Kirby sono sulla giostra insieme e la forza centrifuga li avvicina e li allontana e sono tentati a lasciarsi andare ma alla fine non lo fanno, solo per dirci che Margot è più felice quando è sola?
Ok, Margot non è tagliata per la vita di coppia, grazie per l'informazione, ma chissenefrega. In quel quarto d’ora finale vuoi dire tanto ma nessuno te l’ha chiesto. Vuoi arricchire il ritratto dell’infelice protagonista ma non fai che renderla banale. La ridondanza è nemica dell’arte, la spoglia dei suoi misteri, la rende insipida e ovvia.
Ma tu, da mostro di talento qual sei, tutto questo lo sai perfettamente. E allora su, a noi puoi dircelo... un compromesso con la produzione? Non te lo perdoniamo, cara Sarah Polley, di aver rovinato un quasi capolavoro. Ma continueremo a seguirti con fiducia. Nel prossimo film tornerai a danzare e il palco non crollerà, ne siamo certi.  


sabato 25 agosto 2012

Benigni


Si digita "Benigni" su youtube e accanto alle decine di clip del Robertone nazionale vien fuori questo cortometraggio realizzato nel 2009 dal trio di registi finlandesi Elli Vuorinen, Pinja Partanen, e Jasmiini Ottelin (vedi il video in basso). Benigni è dunque una parola finnica, che vuol dire semplicemente benigno, almeno stando a google translator.
Girato in animazione a passo uno, Benigni racconta la storia di un uomo di mezza età, bolso e compassato, che vive solo in un appartamento di un palazzo popolare. La sua routine quotidiana è fatta di lunghe fumate alla finestra, suonate di xilofono, lettura di comics e sonnellini in poltrona. Un giorno si accorge che l’escrescenza che gli si è formata sull’adipe dell’ascella destra è notevolmente cresciuta di dimensioni e, magia, sembra avere vita propria, tant’è che ad un certo punto ne spuntano anche due occhi azzurri che la fanno sembrare un alieno spielberghiano. Dapprima l’uomo è tentato di sbarazzarsene con una coltellata, poi, ammansito dagli occhi dolci della creatura, si rassegna a conviverci. Ne nasce a sopresa un rapporto tenerissimo; la creatura accompagna necessariamente l’uomo in tutte le sue attività quotidiane, trasmettendogli una serenità che sembrava impossibile in tanto grigiore. Ma un incidente domestico è destinato a porre fine a quell’idillio...
Il tema della metamorfosi del corpo ha affascinato scrittori e artisti per secoli, e vedendo Benigni tornano in mente le inquietanti visioni di Cronenberg e dei suoi body horror, ma anche Erhaserhead di Lynch e più note suggestioni mainstream come nei vari film di Alien. Ma non c’è nulla di cervellotico in questo corto che vira piuttosto su un piano decisamente intimista; forti di uno stile minimal che soprende ad ogni scena, gli autori non forzano alcuna interpretazione specifica, e la storia di questa bizzarra relazione tra un uomo e il suo adipe vivente potrebbe essere letta, ad esempio, come una metafora della perdita di un figlio, o della necessità di imparare a convivere con la malattia, o chi più ne ha più ne metta. Ma per quanto ci riguarda, Benigni è semplicemente una struggente favola sulla solitudine e sul bisogno insopprimibile di amare. Pudica e toccante come lo sono i capolavori. 



giovedì 23 agosto 2012

Storia vera udita in una spiaggia abruzzese


Due persone in divisa grigioverde entrano nella banca di una cittadina della costa teramana, e si avvicinano ad un dipendente dietro il bancone.
“Buongiorno, siamo della finanza. Siamo qui per controllare la regolarità di alcune uscite. Ci conduca al caveau per favore”
Il dipendente si alza, annuisce e biascicolando un prego si dirige verso un corridoio interno seguito dai due uomini in divisa. Raggiunge l’enorme cassaforte a muro e con lentezza esasperata digita il codice di apertura sul tastierino elettronico. La pesante porta circolare si schiude con un clic acuto. Il dipendente ha appena afferrato la maniglia a timone quando sopraggiunge alle spalle la voce di uno dei finanzieri:
“Guarda, non siamo finanzieri, siamo ladri, dacci tutti i soldi, subito!”
Il dipendente si volta e alza una mano al cielo esclamando:
“...e lu cazz lo potevate dire prima m’avete fatto piglià uno spavento!”


giovedì 26 luglio 2012

Il ghigno di Norman Bates


Se il gentile lettore non ha mai visto Psycho di Alfred Hitchcock, lo invitiamo ad abbandonare immediatamente la lettura di questo post per non rovinare l’eventuale futura visione di uno dei più bei film mai realizzati.  Altrimenti, resti pure con noi.
Si parla della scena pre-finale, quando Vera Miles scende nella cantina della casa dell’albergatore, vede la madre di Norman Bates seduta di spalle, prova a parlarle sfiorandole la spalla ma la sedia ruota su se stessa e si accorge che la madre di Norman è in realtà uno scheletro putrefatto, che sfoggia in modo grottesco una dentatura ancora sana. Vera Miles lancia in un grido acuto, urta inavvertitamente una lampadina che inizia ad ondeggiare rivestendo lo scheletro della donna di un inquietante luce-ombra che sembra quasi animarlo. E poi entra lui, Norman, con la vestaglia a fiorellini e la parrucca grigia sulla soglia della scalinata, che alza il pugnale in aria con il ghigno beffardo di chi gode per la vittima imminente.
Quella scena è una vera discesa all’inferno. Per chi scrive, tra le più agghiaccianti della storia del cinema. E in particolare è proprio l’immagine di Norman ghignante in vestaglia e parrucca a gelare il sangue e sconfinare nelle paure ataviche più profonde. Il terrore, quello autentico e non semplicemente pilotato dai trucchi affabulatori di un bravo narratore, nasce dalla mancanza di certezza, della possibilità di confinare ciò con cui veniamo a contatto in una categoria ben definita e rassicurante. Il Norman di quella scena non è giovane nè vecchio, non è uomo nè donna, è un ibrido che per un terribile secondo non riusciamo assolutamente ad identificare. Un mostro, dunque, nella vera accezione del termine; spaventoso perché non ha nessuna maschera fasulla che lo archivierebbe nella rassicurante famiglia degli orchi da fiaba, nè viene da un'altra galassia o mondo parallelo, ma potrebbe essere una persona qualunque, magari il nostro vicino. O addirittura noi stessi. Ma soprattutto, Norman con vestaglia e parrucca è un clown, un buffone vestito da donna che in altri contesti ci avrebbe fatto sorridere o storcere il naso per la sua puerilità. Nell’immaginario infantile, il clown è un personaggio ambiguo e inquietante, quello che ci faceva divertire ma che nascondeva nel suo ghigno segreti con cui nessun bambino vorrebbe venire in contatto.   La forza di quella scena sta nella capacità di Hitchcock di restiituire a noi adulti una paura, quella del clown, che è forse la più radicata e inestirpabile che ci portiamo appresso dall’infanzia. Per un terribile secondo, torniamo tutti ad avere sei anni.     
Beh, il cinema potrà anche durare un altro millennio, ma qualsiasi mostro digitale di futura generazione difficilmente potrà eguagliare il terrore atavico che suscita Norman Bates in parrucca e vestaglia...
La scena di cui abbiamo parlato nel video in basso. Se avete il coraggio...


martedì 17 luglio 2012

Rebecka Liljeberg




Una decina di anni fa mi ero preso una sbandata incredibile per la protagonista di  Fucking Åmål , uno dei miei film preferiti. Straordinaria, magnifica, talentuosa, bellissima Rebecka Liljeberg. Avevo registrato il film a notte fonda su Rai 2, e non facevo altro che rivederlo, andando avanti e indietro con il telecomando del VHS alla ricerca dei suoi primi piani. Ero ammaliato da quel viso pulito da fata dei boschi, dall’incredibile espressività dei lineamenti, dai suoi silenzi impacciati carichi di fascino. Sapevo che al minuto x della registrazione i suoi magnifici occhi neri roteavano impacciati e si inumidivano di rabbia, che al minuto y aveva i capelli legati a coda e sorrideva, che al minuto z voltava il baschetto bruno e il suo profilo veniva accarezzato dalla luce del primo pomeriggio e rivolgeva uno sguardo in macchina, e quindi a me che la guardavo sul teleschermo.
Con l’immaginazione sfrenata che si ha solo a vent’anni, sognavo di partire ex-abrupto per Stoccolma, la città dell’attrice all’epoca ventunenne, suonarle alla porta di casa e dirle: “Ciao, vengo dall’Italia e sono innamorato di te, non fa niente che non mi vuoi, però voglio essere il tuo vicino e riempirti di regali ed attenzioni finchè cambierai idea”. Mi avrebbe cacciato, ma vedere per qualche istante il suo viso prima sorpreso, poi vagamente infastidito, infine bonario come lo si è con i matti, sarebbe valso l’intero viaggio.
Come ogni infatuazione, quella per Rebecka Liljeberg non durò a lungo. I sogni sbiadirono presto la loro forza cromatica, e il senso del reale e le scollature di alcune compagne di corso all’università tornarono per fortuna ad insinuarsi nelle mie giornate.
Ma, quando si dice i casi della vita, qualche mese dopo ero al festival del cinema di Venezia con un’associazione giovanile cui ero iscritto, davo un’occhiata all’austero programma di seriosissime opere in concorso, e il nome di Rebecka Liljeberg fece capolino nel cast del film Il bacio dell’orso, del regista russo Sergei Bodrov.
Rilessi il nome tre o quattro volte, ma sarà lei? certo che è lei, coglione, quante attrici di nome Rebecka Liljeberg vuoi che esistano?? Immediatamente rinacque in me l’ardore di quelle serate spese a consumare le testine del videoregistratore sul nastro di  Fucking Åmål.
Ok, era sicuramente lei, ma la domanda fondamentale a quel punto era: Rebecka era al lido? Cercai di informarmi con i colleghi dell’associazione, nessuno sembrava sapere chi diavolo fosse Rebecka Liljeberg. Ma dai, è quella di  Fucking Åmål , non puoi non saperlo, dicevo. Ahh, ok, rispondevano, boo, non lo so se c’è. Un attimo, si avvicinava un redattore vagamente gossipparo, parlate del cast de Il bacio dell’orso? Ho visto il regista Sergei Bodrov vicino al Palagalileo. E ‘sti cazzi, rispondevo io, ma Rebecka c’è? E chi è Rebecka? Ok, lascia perde’.
Poi pensavo che era un gran colpo di fortuna che lei fosse quasi sconosciuta, così non avrebbe avuto centinaia di fan rompicoglioni alle costole, e avrebbe potuto dedicarmi più tempo. A patto che, effettivamente, Rebecka fosse al lido.
Ebbene, Rebecka c’era. Pedinai uno dei redattori che doveva incontrare il regista di quel film russo, e la vidi uscire dalle porte scorrevoli dell’hotel Excelsior, dove si tenevano gli incontri con la stampa. Indossava una t-shirt bianca e pantaloni neri larghi hip hop. Ci misi due secondi ad accertare che fosse lei. Non c’era tempo per essere timidi e mi avvicinai a passo rapido, vagamente agitato, riflettendo sul fatto che, quando attendi impaziente qualcosa e poi finalmente ti capita, pensi sempre che avresti bisogno di un minuto in più. Soltanto un minuto in più per distendere il battito cardiaco e riorganizzare le idee.
Era davvero bassa, sotto al metro e cinquanta. La chiamai per nome e non si girò. La richiamai a voce più alta e finalmente si accorse di me. I’m your greatest fan ever, I saw all your movies, le dissi e le tesi la mano, anche se non era vero, avevo visto solo Fucking Åmål  e poi di film ne aveva girati soltanto due. Lei mi sorrise e mi strinse la mano cortese, biascicolò qualcosa come ohh nice, poi scese per un istante un imbarazzante silenzio, in cui mi sembrò di leggere sul suo sguardo un’espressione del tipo “e adesso che vuole ‘sto pirla?”. Non volevo che il nostro incontro finisse lì, e continuai a farle domandine generiche del tipo “è la tua prima volta a Venezia? Quali sono i prossimi programmi?”. Lei rispondeva diligente e con un sorriso di maniera, come chi va di fretta ma non vuole essere scortese. Poi tirai giù lo zainetto che mi portavo appresso  come uno scolaretto, ne tirai fuori un piccolo block-notes e una penna, e le chiesi un autografo. Mentre mi scriveva una piccola dedica in inglese, l’impietosa luce bianca del sole di mezzogiorno svelava piccole rughe precoci sul suo viso, e notai che le guance e i fianchi erano più rotondi di quanto mi aspettassi. Era una Rebecka più umana, una ragazza carina ma imperfetta come se ne vedono tante, che non reggeva di certo il confronto con la Rebecka sullo schermo. Dopo l’autografo le augurai il meglio per il futuro, lei ringraziò sorridendo ancora una volta e ci salutammo.
Smisi presto di pensare a Rebecka Liljeberg, stavolta definitivamente, ma quell’episodio rimane per me piacevolissimo ed emblematico. Non tanto per l’esito dell’incontro in sè, ma per la fiducia verso le piccole grandi sorprese che la vita può riservarti. Ti piace un’attrice straniera semisconosciuta e naturalmente pensi che non avrai mai modo di incontrarla, e invece pochi mesi dopo ti ritrovi faccia a faccia proprio con lei, a scandire in maniera univoca tre interi minuti della sua vita. Non di più, ma va bene così.
Dopo Il bacio dell’orso, Rebecka Liljeberg si è ritirata dal mondo del cinema, ha ripreso gli studi e si è laureata in medicina. Oggi ha trentuno anni, vive a Stoccolma con il fidanzato e ha tre figli.
In omaggio a questa grande ex-attrice, ecco nel video in basso un’inarrivabile scena di Fucking Åmål (peccato per l’orrendo doppiaggio italiano...).




domenica 15 luglio 2012

Habemus papam



Habemus papam di Nanni Moretti (visto con oltre un anno di ritardo in un cinema danese) sembra uno di quei film nati da un’ intuizione folgorante trasformata presto in ostinato capriccio, di quelli che solo cineasti all’apice della carriera possono permettersi nonostante, a carte in tavola e mente lucida, l’idea iniziale riveli poi la propria debolezza e pretestuosità.  In un certo senso, Habemus papam rappresenta infatti la materializzazione di uno di quei deliranti sogni morettiani generosamente centellinati nel cinema del regista romano, basti pensare al musical ambientato in pasticcieria in Aprile o al lupo mannaro di Sogni d’oro. Moretti dev’essere stato affascinato dall’immagine di un papa in crisi che incontra uno psicologo, nonché dall’idea di un torneo di pallavolo tra gli attempati cardinali tra le mura vaticane. E invece di farne una semplice clip come quelle già leggendarie de Il caimano, stavolta ci ha costruito attorno un’intera opera. 
Il problema è che, nel momento in cui si mettono in scena massimi sistemi come religione, scienza, psicanalisi, darwinismo e crisi esistenziale, le ambizioni del film crescono a misura esponenziale e con loro il rischio di fallimento. Habemus papam non è un film riuscito. I temi affrontati avrebbero richiesto ben altro coraggio, ispirazione e forza espressiva. Moretti racconta invece la sua incredibile vicenda con occhio minimalista e senza alcuna ricerca di realismo, con i porporati descritti come bonari buontemponi e Roma come una città colma di gente generosa e sempre disposta a farsi in quattro per aiutare un anonimo anziano in difficoltà. Una favola, dunque, ma semplicistica e fortemente irrisolta. Se nel precedente  Il caimano Moretti aveva avuto per la prima volta il coraggio di farsi da parte e lasciare l’intera scena al protagonista Silvio Orlando, qui se la spartisce con Michel Piccoli. Con il risultato che il film non riesce a scavare nelle inquietudini di questo papa né a dare un vero senso al suo criptico psicanalista. Certo, non mancano i momenti straordinari, come quando il papa rivela timidamente il suo sogno giovanile di diventare un attore, o l’immagine evocativa del balcone vuoto con le tende rosse mosse dal vento, o la scena dei cardinali che ondeggiano e battono le mani al ritmo di Todo Cambia di Mercedes Soza, o Moretti che arbitra la partita di pallavolo dei cardinali mentre sproloquia sulla spietatezza del darwinismo. Ma sono perle disperse in un generale grigiore. Forse Moretti voleva proprio mettere in scena la pretestuosità dei massimi sistemi davanti alle debolezze della vita. O forse il film va preso per quello che è, un divertissement. Che però divertente lo è solo a metà.


sabato 7 luglio 2012

Euro 2012 - Il vero regalo di Prandelli




La Nazionale di calcio è una grande maestra di vita. L'istituzione più venerata e rispettata che abbiamo in Italia. Non esiste alcun politico, nè filosofo o artista o scrittore che abbia la stessa capacità della Nazionale di calcio di incidere nella coscienza dell’italiano medio.  Qualsiasi comizio, aforisma, poesia o dipinto non  sarà mai in grado di segnare l’immaginario degli italiani come una rovesciata di Balotelli, una punizione di Pirlo, un colpo di testa di Cassano. Finiscano in rete o meno. 
Bisognava lasciar decantare qualche giorno questo Campionato Europeo, lasciare che la ferita della finale iniziasse a cicatrizzarsi. E capire che il vero regalo di Prandelli e colleghi non è stato quello di restituire splendore ad una maglia infangata dal disastroso mondiale sudafricano, nè quello di valorizzare talenti del pallone sregolati (Balotelli e Cassano) o attempati (Pirlo), nè quello di confermare clamorosi ricorsi storici (la gagliardissima vittoria con la Germania in semifinale). Il vero dono della squadra di Prandelli agli italiani sta proprio nel quattro a zero della sconfitta finale. Perché per una volta il risultato così netto azzera qualsiasi risibile arrampicata sugli specchi dei tradizionali difensori a oltranza della maglia azzurra. L’Italia non ha perso la finale per errori arbitrali, favoritismi agli avversari, fuorigioco inesistenti, scelte tattiche sbagliate, espulsioni ingiustificate, rigori sfigati; l’Italia ha perso perché ha incontrato un avversario, la Spagna, inequivocabilmente più forte. Punto. 
Il messaggio è arrivato con nitidezza schiacciante, e gli italiani hanno finalmente scoperto una qualità di cui non sono certo prodighi: l’umiltà. Riconoscere che la Nazionale Italiana è una grande squadra, certamente superiore alle previsioni iniziali, ma che c’è di meglio. Festeggiare le vittorie ma anche lasciar da parte una pomposità un po’ cialtrona e avere il coraggio di ammettere la propria inadeguatezza di fronte a chi è innegabilmente migliore. Frasi che in altri contesti farebbero storcere il naso, suonerebbero trite e moraliste e si depositerebbero in superficie per evaporare in fretta. Ma che nel momento in cui si traducono in uno spaventoso risultato negativo della Nazionale in una finale di un Campionato Europeo, hanno la forza di marchiarsi a fuoco nella coscienza di ogni italiano. Questa sconfitta ci ha reso più maturi. Nel calcio come nella vita. Bisogna saper perdere per poter imparare a vincere. Riconoscere i propri limiti è l’unico modo per riuscire a superarli, e diventare finalmente adulti.  
Ma, ancora, le nostre sono solo parole. Lasciamo che siano le incertezze di Chiellini, le parate di Casillas e i fuochi d’artificio di Jordi Alba e Torres a raccontarcelo meglio.



lunedì 25 giugno 2012

Tifare Italia all'estero


Ieri sera l’Italia ha battuto l’Inghilterra ai rigori, qualificandosi per la semifinale degli Europei di calcio 2012. Siamo italiani in Danimarca e ieri sera abbiam tifato Italia come se stessimo vedendo la partita nella nostra madre patria. O forse con trasporto ancor maggiore. Le motivazioni sembrano scontate: sentimento nazionale che si tinge di nostalgia, la gioia di condividere l’evento con altri italiani e stringersi in un piacevole volemose bene che per due ore ci aiuti a dimenticare la sottile alienazione della vita all’estero, l’atavico orgoglio calcistico del nostro popolo da celebrare in terra straniera. Lo stesso potrebbe valere per altri popoli, ma gli italiani sono di solito i più casinari e festaioli, a costo di apparire irritanti ai danesi più musoni. Potremmo facilmente liquidare  la nostra  esuberanza con un’alzata di spalle e un generico siam fatti così, e  sicuramente i danesi non avrebbero obiezioni. Ma c’è qualcosa di più delicato e profondo nel nostro gioire, nelle urla sfegatate davanti alle prodezze di Pirlo e Cassano, nel ritmo sostenuto dei cori da stadio. Un qualcosa che ha a che fare con l’insicurezza che ci portiamo addosso.  E che altrove cerchiamo di mascherare  ripetendo in Italy... in Italy... ad ogni discorso con gli stranieri, ostentando i clichè sul Belpaese più triti e ritriti, cercando facili risate nel raccontare le disavventure del berlusca.  Ma quando le maschere cadono e siamo soli con noi stessi, dobbiamo fare i conti con uno spettro che ogni italiano all’estero si porta addosso. Il fantasma di un Edipo irrisolto. Quello di una madre patria che ci ha promesso tanto e ci ha dato poco, che ci ha cullato generosa e si è poi trasformata in un’indifferente statua di sale, che dimentica i suoi figli lontani e imbrigliata nei suoi affari egoisti non muove un dito per riaverli indietro.
Ogni italiano ha nel cuore le carezze del sole e la vertigine dell’azzurro, sia esso cielo o mare. Ogni italiano è un pozzo di sentimenti coperti da un sorriso un po’ cialtrone. Ogni italiano sa che qualsiasi esperienza un paese straniero gli proporrà, non varrà mai come una passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna dopo aver divorato un piatto di spaghetti alle vongole. Ogni italiano sa che sarà sempre e solo italiano, dovesse vivere all’estero altri cent’anni.
Abbiamo lasciato la nostra madre patria un po’ per caso e lei non se ne è neanche accorta. Forse non se ne accorgerà mai. Eppure continuiamo a celebrarla. Siamo privilegiati, e lo sappiamo, perchè abbiamo mosso i nostri primi passi nel paese più bello del mondo. E’ la sensazione di un sentimento non corrisposto, un silenzioso tumulto interiore che ci rende vulnerabili quando ci si riunisce per le partite della Nazionale, che ci spinge ad urlare, che ci fa commuovere davanti alle note,  altrove retoriche e tronfie, dell’inno di Mameli.  
Forza, Italia. Italia forza, anzi. 

Paolo Barnard - Il più grande crimine


L’Europa in mano alle banche, che hanno privato gli Stati della loro moneta sovrana rendendoli schiavi dei privati e dei loro tassi d’interesse. La bufala del debito pubblico e dell’inflazione come spettri per il controllo delle masse. L’euro come generatore perverso di debito (vero!) e quindi di sudditanza; un progetto nato negli anni ’30 con lo scopo di far tornare al potere le élite assolutiste che avevano dominato il genere umano almeno fino alla rivoluzione francese. Le responsabilità, nell'Italia degli anni ‘70, del Partito Comunista (e dell’attuale presidente Napolitano), che in piazza si fregiava di parole come uguaglianza e lotta di classe ma poi stringeva accordi a Bellaggio con la Fondazione Rockfeller. Le colpe di Prodi e D’Alema. Il destino pianificato del sud Europa come territorio simil-balcanico dove manovalanza a basso costo produce ricchezza per un fronte franco-germanico in grado di competere sulle esportazioni con Cina e Stati Uniti.  
Le lucidissime tesi di Paolo Barnard, ampiamente documentate, gelano letteralmente il sangue e offrono una prospettiva inedita su una crisi che ci faceva fin troppo comodo osservare dal lato sbagliato. Al confronto, qualsiasi monologo di Travaglio sembra la ramanzina bonaria di una maestrina agli studenti discoli.  Ma oltre che sulle loro sconvolgenti implicazioni, le parole di Barnard fanno riflettere sulla facilità di certo manicheismo di sapore politico in cui è imbrigliata l’informazione in Italia. La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Servizio Pubblico, Piazzapulita e pochi altri giornali/talk show che sarebbero le fonti di informazione buone per il pubblico pensante contrapposte a quelle cattive delle varie testate/televisioni berlusconiani. Ma se giustissime e sacrosante sono le critiche perseveranti alla corruzione politica, agli sprechi della casta, al conflitto di interessi, all’indebolirsi delle istituzioni democratiche, ciò non elimina il sospetto di una tendenza un po’ facile e populista ad ingigantire spauracchi e mostriciattoli inoffensivi trasformandoli in una sorta di Belzebù. Per anni ci hanno raccontato che la causa principale del crollo economico dell’Italia era un ometto dai capelli finti, vanesio, volgare e cialtrone. E mentre eravamo lì a scannarci su processi brevi, intercettazioni, giri di mignotte e mazzette varie come se fossero le cause principali del nostro declino, le banche ci prosciugavano in silenzio senza che nessuno proferisse parola.
Numeri alla mano: il conflitto di interessi di Berlusconi ci è costato sei miliardi, la casta ci costa quattro miliardi, tutte le mafie italiane novanta miliardi. La crisi del 2007-2008 ci è costata quattrocentrocinquantasette miliardi a causa dell’internazionalizzazione del nostro debito in mano alla finanza operata da Prodi, D’alema e compagni.
Come dire, guardiamo solo i nostri piedi cercando di non inciampare in una buca, ma non abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo e capire che siamo già finiti in un cratere.
Ma non aggiungiamo altro, e vi invitiamo a spendere un’ora e venti del vostro tempo sul video riportato in basso. Non ve ne pentirete.
Un'ultima nota: ci sembra interessante osservare che il video è stato caricato su youtube in data 29 ottobre 2011, ossia venti giorni prima della caduta del governo Berlusconi e dello stabilirsi di quello che Barnard stesso in un’intervista definisce un incredibile golpe finanziario. Meditate, gente, meditate...