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venerdì 11 gennaio 2013

Berlusconi vs. Santoro: le pagelle




L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sull’ipocrisia, le risse sotto i riflettori e il bisogno endemico di creare ovunque mafie e parrocchie. Tutto ciò che non passa in tv non esiste. Non solo, tutto ciò che non è spettacolo di grana grossa è roba da far sonnecchiare l’italiano medio: qualsiasi dibattito su crisi economica, arretratezza istituzionale e problemi della collettività degenera inevitabilmente nello scontro personale tra politici/showmen dall'ego esorbitante e l’ansia perenne di mostrarsi più furbi dell’altro davanti alle telecamere.
Anche ieri, nella storica puntata di Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi, i problemi del paese reale (operai che non arrivano a fine mese, imprenditori costretti a chiudere baracca, impiegati trasferiti a seicento chilometri da casa) sono solo un pretesto lasciato presto cadere davanti ad uno squisito (e inutile) duello manicheista tra buoni e cattivi che ha sedotto e tenuto svegli fino a mezzanotte nove milioni di italiani.
Silvio Berlusconi – Sauron, il Signore del Male, che per la prima volta si reca nel Palazzo del Bene per un duello in diretta con Santoro – Gandalf e il suo fido Travaglio –Frodo. In ballo, l’anello del Potere Televisivo. Che nel caso di Berlusconi-Sauron gli permetterebbe di estendere di nuovo il suo oscuro dominio sull’intero Paese. E lo spettacolo, divertente, abilmente costruito in crescendo, ha confermato una vecchia verità delle favole: i cattivi sono spesso assai più interessanti dei buoni.
Ecco qui brevemente le nostre pagelle.

Michele Santoro – 3
Fallisce miseramente la partita più importante. La sua performance televisiva è un po’ come per Marcello Lippi il mondiale sudafricano. Non azzecca una domanda, alza la voce fingendo di scandalizzarsi di cose che conosce benissimo, si muove impacciato e nervoso, stuzzica Berlusconi con rimbrotti alla Don Camillo e Peppone. Commette l’errore mortale di anteporre l’idiosincrasia personale al dibattito (sia pur di facciata) su crisi e disoccupazione: il servizio totalmente gratuito sul famoso episodio di Berlusconi che ignora la Merkel mentre parla al telefono, è sicuramente il nadir della sua carriera. Che da ieri sera ha forse iniziato una vertiginosa parabola discendente.

Marco Travaglio – 4
Mettere lui e Berlusconi nella stessa arena è come far recitare Buster Keaton e Peter Sellers sullo stesso palcoscenico: presi singolarmente fanno ridere entrambi, ma la mimica gelida e lo humor a scoppio ritardato del primo vengono annientati dallo stile debordante e pirotecnico dell’altro. Se la solita solfa sui finti complotti dell’ex-premier è decisamente fiacca e risaputa, il monologo su ciò che Berlusconi avrebbe potuto fare (e non ha fatto) in vent’anni di attività politica non sarebbe neanche tanto male se la prestazione di Travaglio non si fosse fermata alla solita scontata letterina e avesse –finalmente- rivolto domande esplicite al suo nemico di una vita. Non era l’occasione che aspettava da sempre?  E invece ha preferito giocare di difensiva, con discreta codardia. Ma la cosa più televisivamente imperdonabile è che ha ubbidito senza remore agli ordini sbruffoncelli del suo nemico come un fido maggiordomo; “Resta seduto!” e lui lo fa, rimanendo in silenzio per venti minuti nonostante sia in cattedra finché Santoro lo rispedisce a posto, “Alzati da lì!” e lui lo fa, incapace di gestire la sua già debole presenza scenica.

Luisella Costamagna – 4
Fa solo una o due domande, fin troppo rigida e composta, non ribatte, si eclissa e non parla più per tutta la serata, nonostante la regia continui a regalarle generosi primi piani.

Giulia Innocenzi – 5½
Rigida e composta come la Costamagna, sfiora però  la sufficienza perché a sorpresa è l’unica che riesce ad essere incisiva quando per un minuto mette quasi in difficoltà il Berlusca. La domanda sulla Bundes Bank che avrebbe ordinato di vendere i titoli italiani è ben congegnata perchè consapevole della prevedibile risposta negativa, a cui ribatte mostrando documenti ricevuti dalla Deutsche Bank.

Vauro – 6
Il migliore dei buoni. Efficace la sua uscita sul comunismo, simpatiche le sue vignette su Monti che copia la barzelletta della mela a Berlusconi mandandolo su tutte le furie, e ancora sul Professore che se la spassa con una giovane prostituta affermando che è la nipote da Mubarak e la polizia non ha nulla da aggiungere perché lui ha credibilità.

Silvio Berlusconi - 7
Il mattatore della serata. La repubblica televisiva è il suo regno e lui non ha mai smesso di sguazzarci dentro come un pesce pagliaccio nel mar dei Caraibi. Chi lo dava per bollito sbagliava alla grande: andare da Santoro è stato un colpo di genio, che gli ha permesso di resuscitare dalle sue ceneri e tornare agli antichi fasti. Padrone indiscusso della scena, sa come muoversi, quando alzarsi e quando restare seduto, a differenza dei conduttori dilettanti. Gagliardo, narcisista e sfrontato ma sempre con il sorriso appiccicato in faccia mentre Santoro si strugge nella bile.  E’ un delinquente e ormai tutti lo sanno, ed è per questo che le prediche di Travaglio e il fasullo strabuzzare gli occhi di Santoro non funzionano più. Ma in televisione non lo batte nessuno. Abile nello sfruttare gli errori grossolani del conduttore e nel riproporre con rinnovata energia le solite tragicomiche teorie del complotto, sbaglia solo in alcuni sfoghi senili (“Il comunismo è la più grande ideologia criminale della storia dell’umanità”), certi rimbrotti al conduttore- inutili visto che si era già in vantaggio-, e soprattutto con il gesto osceno di pulire la sedia dov’era seduto Travaglio, davvero troppo becero persino per lui. Ma la gente tornerà ad amarlo e a cantare Meno male che Silvio c’è in piazza.

Ha dunque recuperato l’Anello del Potere Televisivo? Può darsi.
Ma il Paese reale? Dov’è in tutto ciò?


mercoledì 9 gennaio 2013

Politici con problemi di prostata


Molti, troppi politici nostrani hanno problemi di prostata.
Come inevitabile conseguenza, le loro affermazioni diventano arraffazzonate, ripetitive e banali perchè la loro testa è altrove, è lì a captare timidi segnali dell’orologio in basso che da qualche decennio non funziona più bene.
Ma si sa, tutti i politici, davanti all’evidenza, negano. Attorniati dal solito stuolo di servi e servette che gli strisciano attorno come tanti viscidi gollum all’estenuante ricerca della raccomandazione che li sistemerà per sempre, continuano a sfoggiare la loro faccia dalla pelle cerulea e cadente come le orecchie di un cocker e l’imperituro sorriso a dentoni ormai rancidi che sembra voler dire: “Io vado a pisciare quando ne ho voglia, la mia prostata non fa scherzi, sono io che la controllo”. Ma in realtà in ogni momento hanno il terrore di vedere espandersi una chiazza maleodorante sul cavallo dei pantaloni. In parlamento c’è anche chi utilizza pannoloni ben incastrati tra la cinta e il pantalone in lino, per poi strizzare l’occhio alle giovani deputate pidielline credendo di emulare un considerevole pacco.
Ma la paura di pisciarsi addosso è la vera causa del disordine politico del Belpaese. Se i parlamentari italiani non fossero schiavi della loro ghiandola ribelle, forse riuscirebbero a trovare un accordo, a far approvare una legge utile che sia una, a riflettere in termini concreti su un progetto di sviluppo del paese piuttosto che ridursi a sterili vu parlà televisivi.   
Non vogliamo più politici con problemi di prostata. Vogliamo politici giovani che non sappiano neanche cosa sia, la prostata, tanto hanno da pensare ad altro. Vogliamo politici che sappiano trattenere pisciate da cavallo anche per uno o due giorni, e poi innaffiare con loro l’intero giardino di casa. Vogliamo politici sani di corpo e di spirito, che siano uomini liberi, che non siano schiavi di niente e di nessuno.
Saremmo anche lieti di finanziare con le nostre tasse le cure prostatiche dei politici malati, seguirne l’evoluzione e i referti medici, pur di star certi che tali individui si ritirino nella casa di cura dove meritano di trascorrere il resto dei loro giorni.
Eppur a questo punto ci sovviene che il nostro ragionamento, che finora ci sembrava impeccabile, ha una pecca. La prostatite non colpisce solo i vecchi. Ne soffrono anche tanti, troppi politici giovani. Glielo leggi nella vacuità dello sguardo, nelle chiacchiere a vuoto, nel terrore di disubbidire ai vegliardi di turno, nella grottesca incapacità di non essere servi.
Voci affidabili ci segnalano che l’onorevole Angelino Alfano, un pischello di appena quarant’anni, non riesce ad evitare di correre spesso in bagno durante le sedute parlamentari.

lunedì 31 dicembre 2012

Il vecchio e la bici

Questa è una storia semplice e toccante. Orazio Di Grazia, contadino siciliano, cui il destino afflisse una cocente delusione d'amore. E' la vita senza clamore di un uomo solo e forte, che fino alla sua scomparsa all'età di ottatacinque anni, percorreva ogni giorno la tratta Catania Ognina - Nicolosi (circa 16 km) con la sua bici portando con sè un carico di alimenti.
Orazio e la sua amata scomparsa. Orazio e la solitudine. Orazio e la bici. Non aggiungiamo altro, e vi invitiamo a visionare questo breve ma intenso video.

sabato 8 dicembre 2012

Gli smartphone


Tra quindici anni rideremo degli smartphone.
E proveremo un sincero imbarazzo nell’ammettere: “Ebbene sì, ne avevo uno anche io...”. Eppure oggi sembrano a tutti oggetti strafighi, il top dell’high tech secondo i più. Alle soglie del 2013, la maggiorparte delle persone pensa ancora che sia cool andersene in giro con un ingombrante parallelepipedo tuttoschermo dall’autonomia non superiore alla giornata, e che per di più costa un occhio della testa. Roba che vien voglia di tagliarsi le vene se capita di perderlo. Gente che pensa che il paradigma always connected voglia dire cazzeggiare su facebook a ogni ora e luogo. Gente che pensa che la vera tecnologia sia quella che ti urla in faccia numeri altisonanti e inutili e non quella che ti facilita la vita.
Già il nome smartphone, telefono intelligente, fa abbastanza ridere. Dove sarebbe la presunta intelligenza di un prodotto che è solo un’accozzaglia di tecnologie più disparate, dalle connessioni GSM e GPRS e EDGE e UMTS e HSDPA e HSUPA e LTE e WiFi e Bluetooth al microbrowser ad hoc, dal navigatore GPS all’immancabile foto-videocamera ad alta definizione, che succhia via corrente come un assetato nel deserto del Gobi, il tutto pressato in un volume che viene strombazzato come minimo ma in realtà non entra ormai più nella tasca dei pantaloni?  E’ forse intelligente il principio “infiliamoci dentro tutto il possibile, così nessuno può lamentarsi”?  Uno smartphone è come un puzzle di Tetris pieno di buchi, una costruzione Lego dove i mattoncini non combaciano ma fa spavento per quanto è grossa e deforme. Uno smartphone è intelligente come lo è una massaia che riempie il carrello della spesa di chili di pasta, sughi, salse, dolciumi, surgelati, caviale, lardo di Colonnata, frittelle, patatine e snacks, quando bastava un semplice brodino per far contenti marito e figli.  
Sarà divertente, tra quindici anni, davanti ad una birra con gli amici, ricordare la follia degli smartphone, del loro prezzo esagerato, della schiavitù autoinflitta della ricarica quotidiana, del loro ingombro, della loro invadenza nella nostra vita, della loro palese inutilità nel novantanove percento dei casi. Tutto ci sembrerà così naif e ridicolo, e ci chiederemo: “Ma davvero mi sono prestato a tutto ciò?”.
Comunque, detto questo, per Natale mi compro un Nokia Lumia 920. 


domenica 18 novembre 2012

I sogni ovunque


Molti hanno un sogno nel cassetto.
Tu, invece, i sogni li hai ovunque. Li hai nella credenza e nel frigo, li hai nelle pentole posate sulle piastre dei fornelli, incastonati tra i volumi della libreria, sul comodino accanto all’abat-jour. Li hai nella scarpiera tra le superga blu elettrico e gli stivali di cuoio, li hai nell’armadio, appesi tra la giacca di tweed e l’impermeabile grigio, li hai nel lavabo tra le pile di piatti che ti ostini a non lavare.  
A volte te ne dimentichi, e quando apri l’armadio e scansi via le grucce alla ricerca del maglione di lana caprina, non ti accorgi che stai scansando uno di loro, e finisci per sbattergli le ante in  faccia.
Altre volte, invece, ti fermi a parlare con lui.
Non è facile dialogare con un sogno. E’ come  parlare con il mare, quando sei sulla riva e con la spuma delle onde ti solletica giocoso il dorso dei piedi, ma poi alzi lo sguardo e lo scopri silente e azzurro, freddo, seducente e lontano. Anche il sogno è vicino e lontano. Ti accarezza bonario con le sue dita sottili come fili di seta, ma se provi a guardarlo negli occhi finisci per perderti nei riflessi infiniti di un labirinto di specchi.
Sono spesso indisciplinati, i sogni. Vorresti rimanessero in frigo, in libreria, nelle pentole, per sollevare i coperchi e sbirciare di tanto in tanto come bambini curiosi. Ma invece saltano fuori e te li ritrovi per il corridoio, a intralciare i passi nervosi della tua giornata fatta di panni da lavare, corse al supermercato e bollette in scadenza. A quel punto cerchi di ignorarli, di non dar peso alla loro presenza, come si fa con i ragazzini viziati alla ricerca di attenzioni. Ma alla fine cedi. Ti lasci cadere sul divano, loro si avvicinano a te saltellando e si dispongono a semicerchio. Ti osservano pazienti. Ma tu non sei il loro cantastorie.

Cosa volete da me, ti vien da chiedergli. Loro sono forse stupiti da quella domanda, ondeggiano come campanelli al vento guardandosi, forse, l’uno con l’altro. Non ti sei accorto di nulla, dice uno di loro, da un po’ di tempo siamo sbiaditi. Ti massaggi le tempie con l’indice e il medio mentre rifletti sulle parole del sogno. E’ vero, ultimamente sono sbiaditi. Può qualcosa sbiadire per la noncuranza, per il poco tempo che ci hai dedicato, chiedi a te stesso. No, la noncuranza è amica della polvere, dello sporco, del degrado, ma non sbiadisce le cose, non le rende diafane e quasi trasparenti.
E allora perché, da un po’ di tempo, quando provi a guardare un sogno negli occhi finisci per guardarci attraverso? Forse la tua vista si è fatta più acuta? Li ami e li odi, ma non vuoi che svaniscano.  Perché quando guardi al di là dei sogni vedi solo il muro della parete davanti, bianco, anonimo, terrificante. Cosa sarebbe casa tua senza di loro? Solo uno spoglio sgabuzzino di oggetti polverosi. Potresti vagare di stanza in stanza sfiorando con la punta delle dita infissi e soprammobili, accendere la televisione e guardare omini calvi e ballerine,  potresti sedere alla scrivania e prendere appunti sulle spese e i conti da pagare. E scopriresti di essere solo, ti accorgeresti che non c’è nulla al di là dei contorni degli oggetti, dei supermercati e delle bollette, delle pareti bianche che ti tengono prigioniero.
Perché dunque avete perso il vostro colore, e adesso riesco a guardare attraverso di voi come se foste di vetro, ti vien dunque da chiedere. Il sogno che avevi davanti, quello più loquace ed estroverso, quello che di solito prende sempre la parola, stavolta tace. Sto parlando con voi, continui, fate finta di non sentire? E finalmente il sogno risponde. E’ strano, volevamo chiederti la stessa cosa, dice. La risposta ti infastidisce. Precipiti in un vortice di domande che non avranno mai risposte. Ti alzi e afferri il sogno per l’orecchio, lo trascini per tutto l’appartamento fino all’ingresso, lui non oppone resistenza. Apri la porta e lo sbatti fuori di casa. Torni al divano, gli altri sono ancora lì, non si sono mossi dal semicerchio. Non sembrano scossi. Forse qualsiasi cosa tu faccia non può far del male a loro. Al più, sei solo tu a soffrirne. Hai un sussulto e il sogno che hai appena cacciato è ora alle tue spalle, provi a sfidarlo con lo sguardo, se non fosse quasi trasparente potresti giurare che ha sorriso. Sei un idiota, dici a te stesso, davvero pensi sia possibile scacciare un sogno trascinandolo per le orecchie fuori di casa? Secondo te basta una stupida porta di legno per tenerlo lontano?
Sconfitto, torni a sedere sul sofà. Lasci cadere la testa all’indietro e sospiri. Siete sbiaditi ma ci siete, dici, e loro continuano ad osservarti, silenziosi, oscillando come fuochi fatui. Non ti abbandoneranno, dici a te stesso. Perderanno a poco a poco colore, ma rimarranno con te. Seducenti e inafferrabili. 

Sei stanco e vuoi andare a letto. Spegni la luce, e come quelle lampade fluorescenti il cui alone luminoso è solo visibile al buio, i sogni tornano ad avere un colore intenso. Iniziano a svolazzare per la tua camera da letto come canarini appena liberati dalla gabbia, birbanti come scolaretti quando la maestra è assente.   Ti infili nelle coperte e chiudi gli occhi, ma poco conta che tu li tenga chiusi o aperti, i sogni sono sempre davanti a te, come se adesso fossero le tue palpebre ad essere trasparenti. A poco a poco il loro svolazzare turbinoso ti confonde,  i colori e lo strascico di brillanti e rugiada che ogni sogno si porta appresso si accavallano come le carte di un abile prestigiatore.
E non sei più tu in quel letto scomodo dalle assi di legno curve e il materasso schiacciato.
Ora sei un astronauta che saltella leggero da un pianeta all’altro come fossero gigantesche palle di gomma fluttuanti nello spazio. Ora sei un attore che con il suo istrionismo  ipnotizza la folla attonita del più gremito teatro del mondo, sei un cantante la cui voce suadente ed eterna si inisuna placida tra le corde del cuore della gente, sei un calciatore, che segna in rovesciata il goal decisivo della finale dei mondiali mentre gli spalti si sciolgono in un boato trionfale.  Sei tutto questo e tanto altro, sei un esploratore che sovrasta superbo con la sua mongolfiera mari e foreste,  sei un re in un castello dalle pareti d’argento e le colonne d’alabastro, sei un pilota di Formula 1, sei un equilibrista e un domatore di leoni.
Sei a casa tua e sei ovunque, sei con tua nonna e con tuo nonno, sei con i tuoi amici d’infanzia che con i cappellini da festa sul capo ti invitano ad unirti ad un festoso girotondo, sei con Lei, di notte, sdraiato in riva al mare, sulla sabbia resa azzurra dal riflesso del plenilunio, e nei suoi occhi verdi c’è il desiderio di sentire le sue labbra al sapore di ciliegia e salsedine unirsi, lentamente, alle tue.

*****

Le prime luci dell’alba filtrano insolenti tra le veneziane in alluminio, e apri gli occhi. La stanza non è più buia. E i sogni non ci sono più.  Turbinando gioiosi tra le pareti della tua camera a poco a poco sono scesi vicino al letto, sono diventati piccini come lillipuziani, si sono arrampicati a fatica sulla tua coperta bianca e saltellando tra piumone e lenzuola sono saliti sul tuo viso e sono entrati nella tua narice sinistra. Hai inalato i tuoi sogni e loro ti sono esplosi dentro come mille fuochi d’artificio, solo per te. Ma ora lo spettacolo è finito. Ti metti a sedere sul letto e sospiri. La camera è vuota e un po’ fredda. Ti alzi e cammini nervoso per il tuo appartamento. Non ti è mai sembrato così spoglio. Ora che i sogni non ci sono, vedi solo un mucchio di oggetti polverosi intrappolati tra pareti che non ti sono mai sembrate così opprimenti. Ti lasci cadere sul divano, davanti a te la parete ti guarda, ma non ha nulla da dirti. Ti scende una lacrima sul viso.
Era dunque tutta illusione quella che, per una notte o per una vita, ti lasciava dimenticare che non hai nulla. Solo cianfrusaglie e una prigione,  che forse non sono solo le pareti di casa, che forse ti seguirà anche fuori.

Ma poi ti alzi e ti avvicini alla finestra, bruscamente tiri su le veneziane e guardi fuori attraverso il vetro reso opaco dalle tue impronte e dalle macchie di acqua piovana. Davanti, c’è il selciato del tuo cortile, deserto.  Il vento scuote insolente il morbido manto verde delle due querce al di là della strada. Il rumore sordo del portone che sbatte, ne esce una donna che infilata in un giubbotto rosso di cardigan cammina a passo rapido sui suoi tacchi alti coprendosi parte del viso con una sciarpa viola in lana merinos. E lo vedi, il sogno, attaccato alla coda della sciarpa che si agita al vento come una bandiera. Escono due bambini con cappellino di lana verde che si rincorrono saltellando tra strada e marciapiede. Nelle loro risatine stonate riconosci il tintinnare della voce del tuo sogno, di quello loquace, di quello che non riuscivi a zittire. Passa una ragazza dai lunghi capelli castani mossi, con le cuffie dell’ipod alle orecchie e un viso delicato e fragile dall’aria mogia. E i piccoli lillipuziani sono lì, saltellano dietro la ragazza cercando di aggrapparsi al laccio penzolante dei suoi stivali in pellame color mogano.
Attraverso quel vetro sporco vedi tutto questo e vedi te stesso, parzialmente riflesso, vedi la tua immagine quasi diafana sovrapporsi al mondo che hai davanti. Forse sei tu che rischi di svanire, di diventare trasparente e vacuo, se ti ostini a rimanere lì, tra quelle quattro pareti. E invece i sogni non sono svaniti. Sono solo fuggiti via. Non ha più senso cercarli nell’armadio, nel frigo, nelle pentole o sotto le coperte.
Sorridi. Ti infili una giacca ed esci di casa. In fondo, sei ancora in tempo a raggiungerli.

domenica 4 novembre 2012

Chiacchieroni e chiacchierelli


I chiacchieroni si ostinano a recitare il loro monologo pomposo credendo che si tratti di un dialogo. Parlano quasi sempre di loro stessi, a voce alta, ingigantendo meriti inesistenti o comunque modesti. Sono poco curiosi degli altri, ragionano a pregiudizi e a partito preso. Non si curano delle reazioni che possono suscitare, anzi, fanno facilmente i bastian contrari, perché ciò attira l’attenzione, da’ sugo al monologo, imbellisce il loro ego abbarbicato e fragile.  Cercano di illudersi di essere intelligentissimi, e che tutti abbiano da imparare da loro. Spesso diventano grotteschi, fanno sorridere, sono persino simpatici se presi a piccolissime dosi.
I chiacchierelli sono più subdoli. A differenza dei chiacchieroni, parlano a voce bassa. Se sei al ristorante con loro, rischi di confondere la loro voce con il rumore dei passi dei clienti, con il parlottare nei tavoli affianco.  Le loro chiacchiere sono un rumore di fondo imperituro e costante, che non cessa mai. E sono puro didascalismo; qualsiasi cosa detta da un chiacchierello, potrebbe benissimo non essere detta. Il chiacchierello è un paladino della banalità, è pura espressione della maggioranza silenziosa, è la quintessenza del qualunquismo ricoperto da una patina di riflessività fasulla. Il chiacchierello è affetto da un specie di fame sociale, non si accontenta di parlare con una sola persona se ce ne sono tante attorno, vuole conoscere più gente possibile. E, soprattutto, vuole piacere a tutti i costi: per questo il chiacchierello è solito adulare il prossimo, esaltarlo, magnificarne le doti umane estetiche morali. Alle spalle, poi, può tranquillamente parlarne male, se questo va più a genio di un altro interlocutore. L’autostima del chiacchierello dipende esclusivamente dagli altri: il chiacchierello adora lamentarsi, spesso si dichiara timido, stupido e brutto, sperando di sentirsi dire ma no, non è vero, e magari ricevere anche un complimento.  Il chiacchierello vuole sapere gli affari di tutti, con curiosità fuori luogo e quasi morbosa, per due motivi: per paragonare l’esperienza degli altri all’esperienza propria, sperando ardentemente  che nel confronto non abbia da perderci, e per mantenere sempre inesauribile il repertorio  di pettegolezzi che ne rappresenta la caratteristica ontologica.
Cosa succede se un chiacchierone incontra un chiacchierello? Naturalmente vanno subito d’accordo. Il chiacchierone si esibirà nel suo monologo, il chiacchierello gli scondinzolerà intorno saltellando e scuotendo le braccia ammirato e compiacente. Il chiacchierone si sentirà realizzato, e non saprà mai che in sua assenza il chiacchierello lo sputtanerà senza remore se ciò potrà servire a compiacere un altro interlocutore.
Chiacchieroni e chiacchierelli sono in fondo molto simili. Hanno comportamenti differenti, ma con una radice comune: sono solo modi diversi di reagire ad un Edipo irrisolto. Quello che sussurra loro di essere ancora bambini capricciosi e viziati, che ingalluzzisce il loro ego precario, che gli ricorda quanto sono insicuri, che la notte rende scomodi i cuscini.
Chi più chi meno, siamo tutti un po' chiacchieroni e/o chiacchierelli.
Alcuni lo sono un po' troppo.

martedì 30 ottobre 2012

Dubbio made in Italy

Colpisce questo video realizzato dai due giovani Stefano De Marco e Niccolò Falsetti,  vincitore del concorso Videominuto 2012. Una sorta di manifesto dei loro coetanei all’estero. Un video da vedere due volte (la prima seguendo le immagini e la voce off, la seconda leggendo le didascalie) per cogliere le due facce dell’italiano all’estero: quella esteriore e spavalda di chi difende orgoglioso la sua scelta, e quella più intima e sofferta di chi ne sente il disagio profondo. Nella brevissima durata di un minuto ci si identifica con questo ragazzo in blusa e zainetto che si muove rapido in una Londra grigia e asettica riflettendo su una vita da straniero a cui si è ormai abituato; ciò che gli resta dell’Italia sono “la nostalgia del sole, delle campagne sterminate, dell’olio buono,  del vino del contadino”, e le insegne delle tante trattorie e gelaterie italiane dove il Belpaese è solo un marchio che vende, una grande collezione di clichè. Forse un po’ troppo reazionario, semplicistico e romantico. Ma scuote. E commuove, anche.   


lunedì 22 ottobre 2012

Roma acquario


Sono anni che, quando attraversiamo in autobus una città immersa nella notte e resa viva dai lampioni e dalle luci al neon delle insegne dei locali, ci troviamo senza volerlo a fischiettare il motivo musicale di Luce dei miei occhi. Film di Giuseppe Piccioni, colonna sonora (ammaliante come sempre) di Ludovico Einaudi.  
Un film sbagliato forse, melomane, artificioso, retorico, ridondante, addirittura iettatorio secondo Paolo Mereghetti.  Ma ricco di suggestioni memorabili. Scene come quella iniziale (vedi il video in basso), con il tassista Luigi Lo Cascio che attraversa una Roma notturna e quasi irriconoscibile, ci sono entrate nel cuore.
Il taxi e la città. Il dentro e il fuori. La Roma bluastra e taciturna di Giuseppe Piccioni non è una Roma da cartolina. Non ricorda quella caotica e colorata di Fellini, nè quella borgatara di Pasolini e Citti, tantomeno la Roma iperrealista e coatta di Verdone e colleghi.
E’ una Roma da fantascienza, con il taxi che diventa una navicella spaziale in un pianeta sconosciuto, come quello visitato da Morgan, l’eroe del protagonista.
Ma è anche una Roma acquario, dove poche anime silenti sembrano fluttuare come pesci,  e le vetrate di ristoranti e autobus imprigionano la luce di lampade da tavolo e illuminazioni stradali. Si può essere vicini alle vetrate di un acquario, lasciarsi sedurre dai colori delle piante marine e dai movimenti sinuosi e lenti dei pesci che lo abitano. Ma il più delle volte si resta spettatori: arrampicarsi come folletti sulla barriera di vetro,  prendere un bel respiro e lanciarsi con un bel tuffo carpiato in quella vasca dall'interno così visibile eppur così misterioso non è, in molti casi, possible.
Il tassista Luigi Lo Cascio è lo spettatore della Roma acquario: chiuso tra le pareti rassicuranti e mortifere del suo sottomarino-taxi, non avrà mai il coraggio di superarle. Non diventerà mai un pesce.


sabato 15 settembre 2012

Storiella teramana

Stanno a mangiare due mazzarelle giù allo Stronzo quando vedono Alfredo fuori al bar seduto su uno sgabello con una bottiglia di birra in mano, sguardo nel vuoto. 
Guarda, ci sta Alfredo, dice Giovanni. Sta da solo, sta a fare lo scompagnone, aggiunge Marco alzando  la voce e con la mano vicino alla bocca a mo’ di megafono per farsi sentire. Ma Alfredo non batte ciglio, con la mano stretta sul collo della Peroni dalla quale tira giù sorsi pesanti a intervalli regolari. 
Lascialo stare, dice Giovanni, mi sa che l’ha lasciato la sposa. 
Ma la sposa chi, chiede Marco. S’è rifatto la sposa il mese scorso, risponde Giovanni. Ma vaffangulo va, in quindici anni che lo conosco non l’ho mai visto con una femmina, dice Marco.  Sei un coccia a bicchieri, non ti ricordi Monica, chiede Giovanni.  Ah, è vero, annuisce Marco dopo un istante di riflessione. Ma quella era una zezzona, aggiunge. Zezzona o no, era la sposa.  E questa di adesso? Che cazzo ne so, non l’ho vista mai. Te lo dico io, quello racconda una frega di cazzate. E allora perché sta là fuori solo solo? Quello fa finta, solo per far credere che aveva la sposa... 
Passa lo Stronzo  a ritirare i piatti delle mazzarelle e chiede: ma lo conoscete quello là fuori? Sci, è un amico nostro, risponde Giovanni. E’ due ore che sta la’, ogni tanto entra  a comprare una bottiglia e poi si risiede, dice lo Stronzo. Aspetta, mo ci vado a parlare, dice Marco. 
Marco esce dal bar e si avvicina all’amico seduto allo sgabello.
Alfredo, ma com’è ‘sto fatto che ti ha lasciato la sposa, chiede Marco.
All’interno del bar lo Stronzo, con la panza e i capelli bianchi col riporto, scoppia a ridere tra i suoi baffetti e si volta verso Giovanni, ‘ngulo, delicato l’amico tuo, dice.  Ma Alfredo non si scompone, continua a fissare il nulla con la bottiglia ormai vuota in mano. 
Dai Alfre’, che cazzo te ne frega, te ne trovi una meglio, dice Marco, pure a me l’anno scorso mi ha lasciato la sposa, e ti dico, meglio soli che male accompagnati. 
Silenzio. Anche Giovanni e lo Stronzo osservano curiosi la scena. 
Dai Alfre’, vieni a mangiare due mazzarelle con noi, lasciala perdere cullì. 
Nessun cenno di risposta. Nessun movimento. 
Marco comincia ad innervosirsi. Alfre’, porco mo se ne va, rispondi!, dice.
Si avvicina e con la mano gli scuote una spalla. Alfredo ha un sussulto e si alza in piedi. Si volta verso Marco. E’ molto più alto di lui, ha un’espressione gelida sul viso. Marco ne è quasi intimorito, indietreggia di un passo.
Non mi ha lasciato la sposa, dice Alfredo scandendo con perizia ogni parola. L’ho lasciata io, la sposa, aggiunge con orgoglio. 
Silenzio, di nuovo. Marco cerca di fare lo spavaldo ma è  intimorito dallo strano comportamento di Alfredo.
Ahh, vabbe’, sicuramente hai fatto bene, dai entra, dice. E gli da’ una pacca sulla spalla.
Non mi toccare per piacere, soggiunge Alfredo, gelido.
E la madonna, sussurra Marco sorpreso, ma che t’ho fatto?
Tu hai accimentato la sposa mia, dice Alfredo a denti stretti. 
Marco spalanca la bocca incredulo. Ma stai scherzando? Ma stai fuori di coccia? Io non so manco chi è la sposa tua.
Lo sai, lo sai, dice Alfredo alzando leggermente la voce. 
Ma che dici? Ma che so? Anzi, mo te lo dico, tu secondo me la sposa manco ce l’hai, tu ti inventi un sacco di cazzate, dice Marco. Le ultime sillabe di ‘cazzate’ le pronuncia quasi sussurrando, pensando di essere un po’ troppo duro.
Simona, la conosci, coglione? chiede Alfredo.
Marco alza le spalle e fa lo gnorri. No, chi è?
Alfredo si avvicina e punta il fondo della bottiglia in direzione viso di Marco.
Quant’è vera la madonna ti spacco la bottiglia sulla coccia, dice.

La minaccia di Alfredo gli rinfresca bruscamente la memoria. Ieri sera alle nove stava vicino a piazza Verdi a comprare il fumo da un cellangulo di quattordici anni che gli aveva chiesto quaranta euro, e lui ce ne aveva trenta, ma c’era pure una ragazza, bianca bianca, magra magra, con i piercing sulle labbra e sul naso, un po’ zezzona, lei ha ricacciato venti carte e il cellangulo ha dato un tocco anche a lei. Alla fine Marco e la ragazza si sono attrezzati un prefone insieme, e mentre fumavamo seduti sui gradini della piazza la ragazza rideva, diceva cose senza senso, non finiva una frase senza scoppiare a ridere di nuovo, e alla fine si era avvicinata di più a Marco e gli aveva dato un bacio, e Marco il bacio se l’era preso con un po’ di repulsione, perché gli fanno senso i piercing. Poi gli aveva chiesto il numero, lui glielo aveva dato, se ne era fregato di avere quello della ragazza. Che si chiamava Simona, sì, adesso si ricorda. Poi l’aveva salutata e se ne era andato a casa. Lei gli aveva mandato un paio di messaggi, diceva che dovevano rivedersi, e mentre li leggeva Marco aveva la testa altrove, pensava: sono solamente io il coglione che va a dare trenta euro a un cellangulo di quattordici anni.

Ma adesso Marco è davanti ad Alfredo. Che sta ingazzato come una bestia. 
Alfre’, ho capito chi è, ma veramente, non lo sapevo che era la sposa tua, dice Marco pensando che forse Alfredo ha visto i messaggi inviati da quella fattona.
Alfre’, comunque non è successo niente, ci siamo fatti un prefone insieme e basta, continua.
Un prefone insieme, sci, dice Alfredo, tu hai provato a pomiciartela, cazzo di amico che sei, fai schifo.
Stavolta è Marco ad alzare la voce. 
Alfre’, primo: è lei che a provato a pomiciare con me, non io. Secondo: la sposa tua è una zezzona, e a me le zezzone non mi piacciono. 
Forse non doveva dirlo. No, non doveva. Alfredo lancia un urlo acuto e una bestemmia, poi spacca la bottiglia sullo sgabello che cade a terra e si lancia verso Marco puntando pericolosamente sulla sua faccia i cocci aguzzi che gli restano in mano. Marco perde l’equilibrio e si appoggia alla pensilina per non cadere a terra.
Quant’è vera la madonna io ti sgozzo!, urla Alfredo.
Immediatamente intervengono Giovanni e lo Stronzo a separarli, afferrando Alfredo per le braccia mentre continua ad urlare io ti ammazzo, pezzo di merda!
Smettetela, non fate i bambini, non è successo niente, dai, dice lo Stronzo mentre trattiene Alfredo che continua a ripetere la sua tiritera di insulti verso Marco, che ora ascolta a testa bassa, con atteggiamento quasi colpevole.
A poco a poco le parolacce e le bestemmie di Alfredo si fanno più flebili. Dai, siete bravi ragazzi, è stato un malinteso, non prendetevela per le sciocchezze, i guai nella vita sono altri, dice lo Stronzo con aria paternalistica e le braccia sulle spalle di Alfredo.

Adesso Alfredo è più calmo. Sei proprio un frichino, dice alla fine, ti fai difendere dallo Stronzo per non prenderci le mazzate. 
Giovanni prova a sussurrare un no ad Alfredo, che si accorge tardi del suo labiale.
Come mi hai chiamato, chiede lo Stronzo.
Alfredo abbassa la testa con evidente imbarazzo. 
Come mi hai chiamato, chiede di nuovo lo Stronzo, con voce bassa ma tesa come una corda di violino.
Non mi riferivo a te, France’,  è Giovanni, Giovanni è lo stronzo, noi lo chiamiamo così, dice Alfredo, e indica l’amico. 
Uno schiaffo fulmineo in pieno viso lo ammutolisce. Alfredo non reagisce, abbassa il viso come un bambino dopo la punizione di un papà severo. 
Lo Stronzo, con il viso rosso come un peperone, rientra lentamente nel bar.
I tre amici sono ora muti, immobili.
Dai, paghiamo e andiamocene, dice Giovanni.
Ma la porta del bar si spalanca di nuovo con un clank maestoso, e lo Stronzo, con il viso rubicondo ferocemente deformato dall’ira, afferra lo sgabello su cui prima era seduto Alfredo, lo solleva e lo lancia con spropositata rabbia addosso al ragazzo, che miracolosamente fa in tempo a spostarsi e lo prende solo di striscio, sulla spalla sinistra, cosa che non gli impedisce di lanciare un gridolino acuto di dolore.
Vent’anni, sono vent’anni, urla lo Stronzo con occhi di bragia mentre il riporto gli cade sul lato sbagliato svelando impietosamente la sua calvizie, sono vent’anni che nessuno mi chiama Lo Stronzo!
Afferra di nuovo lo sgabello e si lancia all’inseguimento di Alfredo, che nel frattempo, con la mano sulla spalla dolorante,  scappa via a gambe levate. Anche Marco e Giovanni se la svignano, in direzione opposta a quella di Alfredo.
Le urla dello Stronzo riecheggiano per i vicoli del centro: vent’anni che nessuno mi chiama lo Stronzo, e poi arriva un cellangulo di vent’anni... Dove sei??? Dove cazzo sei??? 
Giovanni, che abita lì vicino, rientra a casa. D'altronde, Giovanni rientra sempre presto sennò la mamma si incazza.  Marco è da solo, non ce la fa più a correre, ha il fiatone. Ormai le urla dello Stronzo sono svanite, forse è tornato al ristorante, forse ha raggiunto Alfredo e gli ha spaccato lo sgabello sulle corna, forse è morto. Marco è rimasto scosso. Da Alfredo, dallo Stronzo, dalla corsa col fiatone per le vie del centro. Non correva da anni, adesso ha bisogno di relax. Dallo Stronzo non ha pagato, ha ancora venti euro nella saccoccia e sono solo le dieci. Con un po’ di fortuna, fa ancora in tempo a beccare il cellangulo di piazza Verdi. 

mercoledì 5 settembre 2012

Take This Waltz



Cara Sarah Polley,
ma perché non hai lasciato che il tuo film finisse nel momento in cui Michelle Williams, su invito dello stesso marito tradito, esce di casa e corre via alla ricerca dell’uomo che ha capito di amare, ma poi raggiunge l’oceano, il placido e spietato oceano, e davanti a quella distesa infinita e invalicabile non può far altro che lasciarsi cadere a terra e voltare lo sguardo verso lo spettatore in sala? Era lì che ci voleva un bello stacco su nero su cui far salire i titoli di coda; la protagonista ha tentato la fuga dalla prigione in cui ha capito di vivere ma ha scoperto che via di fuga non c’è, e allora, confusa, non può far altro che voltarsi con una silenziosa richiesta di aiuto, così come faceva il Jean Pierre Leaud de I quattrocento colpi di Truffaut, anche lui davanti al mare, il mare, sempre il mare...
Ma invece hai voluto che, quando Michelle Williams si volta verso lo spettatore, la sua espressione confusa si tramutasse in un sorriso felice, perché davanti a lei c’era lui, l’uomo che cercava. E soprattutto, hai voluto appiccicare al tuo film quell’ultimo quarto d’ora che sembra un sequel involuto e accelerato col tasto forward del videoregistratore, con Michelle che va a vivere con il suo amatissimo belloccio, si diverte un mondo prima che il grigiore di una nuova routine torni a farla soffrire, fa una visita all’ex marito, alla fine capisce che è meglio stare soli che male accompagnati. Ma perché, perché, perché la necessità di dire così tanto, quando nell’ora e mezza precedente raccontavi così poco, ma lo facevi così bene?
Davvero, lo fai benissimo.
E lo sai perché?
Perché racconti quello che poteva essere il più banale dei triangoli sentimentali ma allo spettatore sembra di non aver mai visto nulla di simile.
Perché scrivi dialoghi in punta di penna ma che gettati sul viso senza trucco della protagonista non ci sono mai sembrati così veri.        
Perché fai crescere i tuoi personaggi senza fretta, prendendoli per mano, senza invadenza, suggerendoci il loro dolore senza sbattercelo in faccia, con rispetto e pudore anche quando ci mostri i dettagli anatomici di una donna al gabinetto.
Perché per una volta il marito tradito è un personaggio assai più ricco, sfumato e nobile dell’avventuriero dal fascino irresistibile.
E allora, di nuovo, perché rovinare tutto negli ultimi quindici minuti? Per un’ora e mezza hai cercato un equilibrio difficilissimo fatto di colori pastello, visi, lacrime e sorrisi, parole e silenzi dosati al nanosecondo. Sei stata un'acrobata, una ballerina su un palco di cristallo fragilissimo,  una farfalla che si posa su una bolla di sapone. Sai bene che un bacio tra i due protagonisti avrebbe fatto crollare il palco e scoppiare la bolla, e difficilmente la farfalla sarebbe tornata a volare. E allora perché un minuto dopo il loro illogico ritrovamento, i due protagonisti sono già pronti ad orge sfrenate con sconosciuti?  Perché metterci di mezzo l’alcolismo della cognata? Perché “parodiare” una delle scena più belle del film, quella in cui Michelle Williams e Luke Kirby sono sulla giostra insieme e la forza centrifuga li avvicina e li allontana e sono tentati a lasciarsi andare ma alla fine non lo fanno, solo per dirci che Margot è più felice quando è sola?
Ok, Margot non è tagliata per la vita di coppia, grazie per l'informazione, ma chissenefrega. In quel quarto d’ora finale vuoi dire tanto ma nessuno te l’ha chiesto. Vuoi arricchire il ritratto dell’infelice protagonista ma non fai che renderla banale. La ridondanza è nemica dell’arte, la spoglia dei suoi misteri, la rende insipida e ovvia.
Ma tu, da mostro di talento qual sei, tutto questo lo sai perfettamente. E allora su, a noi puoi dircelo... un compromesso con la produzione? Non te lo perdoniamo, cara Sarah Polley, di aver rovinato un quasi capolavoro. Ma continueremo a seguirti con fiducia. Nel prossimo film tornerai a danzare e il palco non crollerà, ne siamo certi.