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mercoledì 5 settembre 2012

Take This Waltz



Cara Sarah Polley,
ma perché non hai lasciato che il tuo film finisse nel momento in cui Michelle Williams, su invito dello stesso marito tradito, esce di casa e corre via alla ricerca dell’uomo che ha capito di amare, ma poi raggiunge l’oceano, il placido e spietato oceano, e davanti a quella distesa infinita e invalicabile non può far altro che lasciarsi cadere a terra e voltare lo sguardo verso lo spettatore in sala? Era lì che ci voleva un bello stacco su nero su cui far salire i titoli di coda; la protagonista ha tentato la fuga dalla prigione in cui ha capito di vivere ma ha scoperto che via di fuga non c’è, e allora, confusa, non può far altro che voltarsi con una silenziosa richiesta di aiuto, così come faceva il Jean Pierre Leaud de I quattrocento colpi di Truffaut, anche lui davanti al mare, il mare, sempre il mare...
Ma invece hai voluto che, quando Michelle Williams si volta verso lo spettatore, la sua espressione confusa si tramutasse in un sorriso felice, perché davanti a lei c’era lui, l’uomo che cercava. E soprattutto, hai voluto appiccicare al tuo film quell’ultimo quarto d’ora che sembra un sequel involuto e accelerato col tasto forward del videoregistratore, con Michelle che va a vivere con il suo amatissimo belloccio, si diverte un mondo prima che il grigiore di una nuova routine torni a farla soffrire, fa una visita all’ex marito, alla fine capisce che è meglio stare soli che male accompagnati. Ma perché, perché, perché la necessità di dire così tanto, quando nell’ora e mezza precedente raccontavi così poco, ma lo facevi così bene?
Davvero, lo fai benissimo.
E lo sai perché?
Perché racconti quello che poteva essere il più banale dei triangoli sentimentali ma allo spettatore sembra di non aver mai visto nulla di simile.
Perché scrivi dialoghi in punta di penna ma che gettati sul viso senza trucco della protagonista non ci sono mai sembrati così veri.        
Perché fai crescere i tuoi personaggi senza fretta, prendendoli per mano, senza invadenza, suggerendoci il loro dolore senza sbattercelo in faccia, con rispetto e pudore anche quando ci mostri i dettagli anatomici di una donna al gabinetto.
Perché per una volta il marito tradito è un personaggio assai più ricco, sfumato e nobile dell’avventuriero dal fascino irresistibile.
E allora, di nuovo, perché rovinare tutto negli ultimi quindici minuti? Per un’ora e mezza hai cercato un equilibrio difficilissimo fatto di colori pastello, visi, lacrime e sorrisi, parole e silenzi dosati al nanosecondo. Sei stata un'acrobata, una ballerina su un palco di cristallo fragilissimo,  una farfalla che si posa su una bolla di sapone. Sai bene che un bacio tra i due protagonisti avrebbe fatto crollare il palco e scoppiare la bolla, e difficilmente la farfalla sarebbe tornata a volare. E allora perché un minuto dopo il loro illogico ritrovamento, i due protagonisti sono già pronti ad orge sfrenate con sconosciuti?  Perché metterci di mezzo l’alcolismo della cognata? Perché “parodiare” una delle scena più belle del film, quella in cui Michelle Williams e Luke Kirby sono sulla giostra insieme e la forza centrifuga li avvicina e li allontana e sono tentati a lasciarsi andare ma alla fine non lo fanno, solo per dirci che Margot è più felice quando è sola?
Ok, Margot non è tagliata per la vita di coppia, grazie per l'informazione, ma chissenefrega. In quel quarto d’ora finale vuoi dire tanto ma nessuno te l’ha chiesto. Vuoi arricchire il ritratto dell’infelice protagonista ma non fai che renderla banale. La ridondanza è nemica dell’arte, la spoglia dei suoi misteri, la rende insipida e ovvia.
Ma tu, da mostro di talento qual sei, tutto questo lo sai perfettamente. E allora su, a noi puoi dircelo... un compromesso con la produzione? Non te lo perdoniamo, cara Sarah Polley, di aver rovinato un quasi capolavoro. Ma continueremo a seguirti con fiducia. Nel prossimo film tornerai a danzare e il palco non crollerà, ne siamo certi.  


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