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sabato 15 febbraio 2014

Il girotondo di 8½

Forse nessun altro film come di Federico Fellini è riuscito ad scavare tanto a fondo nella confusione dell'essere umano, perso nel suo andirivieni di pensieri tra sogno e memoria,  il bisogno di affetto e i vezzi megalomani,  i  tormentoni freudiani, il desiderio di fuga e il terrore della solitudine.
Come Marcello Mastroianni, ognuno di noi è il regista di un film di cui non conosce il copione. Timoroso delle aspettative del pubblico, insicuro nelle proprie ambizioni, capriccioso, spavaldo solo in apparenza,  in continua balia degli sbalzi d'umore. 
Eppure "la vita è bella, viviamola insieme", dice Marcello. La vita è un improvvisato girotondo sullo sfondo di una costruzione  che forse non sarà mai completa, che forse cadrà a pezzi. E come ogni girotondo, è destinata a non portarci da nessuna parte, ad estinguersi come le note del flauto del ragazzino con berretto da marinaio che, all'affievolirsi delle luci dei riflettori, esce pudicamente dalla scena.
Ma nel girotondo ci prendiamo per mano, scherziamo sull'improbabile bombetta dei clown, ridiamo e saltelliamo, trascinati dalla musica di Nino Rota che si imprime nel cuore e nella memoria.  Finché dura, si può essere felici.


venerdì 24 gennaio 2014

M'ha fregato cent'euro 'sto figlio di...

Gennaro Morelli era un ragazzo solare, aperto, esuberante, spiritoso e dalla risata contagiosa. Una di quelle persone che è sempre un piacere avere al proprio fianco, che è in grado di risollevarti il morale nelle giornate più dure. Una di quelle persone con il dono di piacere a tutti. Aveva però una caratteristica alquanto bizzarra: quando incontrava un amico, si immobilizzava per un istante fissandolo con occhi spiritati, poi batteva a terra il  piede destro a mo’ di soldato, allungava un braccio verso di lui ed esclamava: “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. Dopodiché lo abbracciava con affetto cameratesco e con sonore pacche sulla spalla, gli chiedeva di lui e che fine avesse fatto, e i due amici se ne andavano a zonzo insieme tra risate fragorose e allegri spintoni.
Non era assolutamente vero che tale amico avesse usufruito delle finanze di Gennaro. Era solo il suo modo di salutare. Molti dicono: “Ohi ciao, grande!”. Gennaro diceva: ”M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. All’inizio gli amici erano abbastanza stupiti da quell’espressione e gli chiedevano un po’ piccati a cosa diavolo si riferisse. Ma presto impararono ad apprezzarla; era divertente, insolita, una caratteristica unica che faceva di Gennaro una persona ancora più speciale.
Un giorno Gennaro aveva spiegato l’origine di quella sua curiosa singolarità, che risaliva ai tempi in cui era studente alla facoltà di economia. Una volta era malato e con la febbre a quaranta, chiuso in casa senza la forza di alzarsi dal letto. Nessuna medicina e frigorifero vuoto; era il suo turno di fare la spesa ma naturalmente non l’avrebbe fatta. Per di più, aveva notato poco prima che dal suo portafoglio era sparita una banconota di taglio elevato. Aveva iniziato a sospettare del suo inquilino Giuseppe, che forse aveva rubato i suoi soldi e lo aveva lasciato lì a morire di fame e di influenza. Ma improvvisamente Giuseppe era rientrato a casa con due buste del Tigre di cui una piena di cozze calabresi. E poi gelato, caramelle, nutella e tanto altro. In più, gli aveva riversato sul letto una busta di scatolette di Efferalgan, Tachipirina e Zitromax. Giuseppe aveva preparato l’impepata di cozze con contorno di patate fritte e ketchup, e aveva servito il suo amico a letto. Mentre si ingozzava di cozze e ketchup e riacquistava le energie annebbiate dal febbrone da cavallo, Gennaro aveva rivolto a Giuseppe uno sguardo pieno di sincera gratitudine esclamando: “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. E i due amici erano scoppiati a ridere all’unisono.
Da quella volta Gennaro non era riuscito ad evitare di rivolgersi così a qualsiasi amico che era contento di incontrare. Un modo unico per esprimere un affetto sincero e privo di stucchevoli smancerie.

Ma un brutto giorno le cose cambiarono. Successe quando Gennaro e i suoi colleghi dell’aziendina di pomelli da lavandino in cui lavorava uscirono a prendere una birra in un pub irlandese, e per la prima volta si unì anche Saverio, il loro superiore. Era questi un ometto sulla quarantina calvo e dall’aria austera, che di rado scambiava la minima confidenza con i suoi impiegati. Era sempre serio e non rideva mai. Ma con grande sorpresa, quella sera Gennaro e colleghi scoprirono un Saverio inedito e sorprendente. Bastavano un paio di birre perché lui si lanciasse in una serie di spassosissimi aneddoti sui suoi viaggi di lavoro o sulle sue conquiste erotiche di quando aveva dieci anni di meno e qualche capello in più. Alla terza birra si dedicò poi a riuscitissime imitazioni dei colleghi non presenti, che fecero letteralmente spanciare dal ridere Gennaro e gli altri. Poi nel locale misero  su una Riverdance e Saverio si tuffò in pista ancheggiando con inattesa perizia al ritmo di quel ballo appreso quand’era studente erasmus a Dublino. Un personaggio straordinario, insomma, una vera rivelazione!
Quando il giorno dopo Gennaro entrò in ufficio, Saverio lo salutò con una eloquente e complice alzata di sopracciglia che stava a significare: ”Grande serata ieri, eh?”. E Gennaro lo fissò, battè il tacco a terra e indicandolo con il braccio esclamò: ”M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”. L’espressione sul viso di Saverio mutò all’istante. Gli diede subito le spalle e si allontanò. Gennaro, esterrefatto, si chiese come diavolo gli fosse uscito quel saluto con lui, che dopotutto era sempre il suo capo. Con tragica preoccupazione pensò che Saverio avesse potuto trovarci un riferimento al fatto che la sera prima Gennaro gli aveva offerto le ultime tre birre perché Saverio non aveva banconote di piccolo taglio. Lo seguì dunque per il corridoio, lo fermò e si scusò. Gli spiegò che quell’espressione era solo un suo modo di salutare, che diceva quella cosa a tutti i suoi amici, che non si riferiva a nulla di specifico. Ma Saverio lo liquidò con un gelido “E’ la scusa più idiota che io abbia mai ascoltato”.

Da quel giorno qualcosa cambiò in Gennaro. Continuò per un po’ a salutare i suoi amici con il solito “M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!”, ma con tono quasi dimesso, senza entusiasmo, senza neanche battere il piede a terra. E poi smise del tutto. La sua colorita espressione si convertì in un misero Cia... biascicato a labbra socchiuse. Gennaro non sorrideva più, non riusciva più a trasmettere quella straordinaria gioia di vivere che lo rendeva così popolare tra gli amici.
A lavoro Saverio non gli dava più alcuna confidenza, a volte evitava il suo sguardo in modo quasi ostentato. Quando l’azienda si trovò a fronteggiare le prime avvisaglie della crisi finanziaria, Saverio sapeva già qual era il primo nome da depennare nella lista dei suoi dipendenti.
E così Gennaro perse il lavoro. Prese a trascorrere intere giornate chiuso in casa davanti alla televisione a far nulla, e se un amico passava a trovarlo lo accoglieva svogliato, non gli offriva neanche un bicchier d’acqua e lo lasciava parlare senza ascoltarlo. Era sparito il suo saluto tipico. E con esso, sembrava sparito Gennaro stesso.
I suoi amici non ce la facevano più a vederlo così, si chiedevano dove fosse finito il suo sguardo scintillante e la sua battuta pronta, e volevano che tornasse quello di prima. Ma non sapevano proprio come aiutarlo. Finché Fabiola, una ragazza che lo conosceva dall’infanzia e che era da poco laureata in psicologia, ebbe un'idea. “Dobbiamo far rivivere la situazione che lo ha portato ad essere quello che era e a dire quel che ha detto, disse. Dobbiamo far sì che lui ci guardi e pensi di nuovo con gioia: ‘M’ha fregato cent’euro ‘sto figlio di puttana!’ E’ il solo modo di farlo tornare ad essere quello di un tempo“.
Nonostante i ragionevoli dubbi, gli amici di Gennaro decisero di seguire il piano di Fabiola. Una domenica mattina un certo Michele si recò dunque da Gennaro, con notevole fatica riuscì a scuoterlo dalla sua indolenza e lo convinse a venir fuori con lui per un giro in macchina. Con una vecchia Cinquecento andarono dunque fuori città, su e giù per le colline. Si fermavano davanti a prati dove pascolavano centinaia di pecore e Michele diceva: “Guarda Gennaro, guarda come sono belle, senti che delicato profumo di stalla e letame”, ma Gennaro sembrava non avere alcuno stimolo, lo seguiva come uno zombie. “Ho un po’ fame, Michele, sono le due”. “Ma lascia perdere il mangiare, Gennaro, godiamoci il sole e la natura, che cazzo!”. E continuavano a gironzolare per le campagne. Data la sua reattività pari a quella di un gufo imbalsamato, non fu difficile sfilargli cento euro dal portafogli senza che se ne accorgesse. Nel frattempo, Fabiola e gli altri avevano comperato cinque chili di pecora imporchettata, ci avevano infilato dentro due pernici e l’avevamo messa a rosolare lentamente allo spiedo bagnandola in un soffritto di lardo di Colonnata. Poi avevano tritato due chili di interiora di agnello che avevano cotto nel burro e nella senape infilandoci croste di maiale arrosto come fossero cialde in una coppa gelato. Al calar del sole, Michele aveva dunque svoltato verso casa di Fabiola. “Passiamo a prendere Fabiola, aveva detto”. “Michele, sono le sette, io ho un po’ fame, non mi importa nulla di passare da Fabiola”. “Ma smettila!”.
Un odore penetrante di pecora arrosto invadeva l’intera scalinata del palazzo di Fabiola. Michele e Gennaro giunsero dunque al suo appartamento, e… sorpresa! Tutti gli amici erano lì, davanti ad un tavolo di pietanze fumanti. Fabiola si avvicinò sorridente a Gennaro che però non sembrava affatto colpito. “Sappiamo che hai una fame da lupi, non hai mangiato tutto il giorno! Abbiamo quindi pensato di preparare questo spuntino per te. Ma non credere che ti stiamo facendo un regalo, è a spese tue, sai? Controlla il portafogli, Michele ti ha fregato cento euro! Siamo proprio dei figli di puttana, eh?”.  Fabiola si aspettava che sul suo viso inespressivo si riaccendesse il sorriso di un tempo, che battesse poi il piede a terra e allargando le braccia a semicerchio urlasse a squarciagola: “M’hanno fregato cent’euro ‘sti figli di puttana!”. E invece Gennaro, impassibile, diede uno sguardo rapido a quella tavolata di carne arrosto immersa nel grasso sfrigolante. “Sono pescetariano”, disse. “Siete miei amici, dovreste saperlo”.  

La serata terminò lì, con l’imbarazzo dei vari amici che infagottavano le pietanze nella carta stagnola mentre Michele riaccompagnava Gennaro nel suo appartamento. Dopo quella serata, nessuno vide più Gennaro. Le serrande di casa sua erano sempre chiuse, i vicini non sapevano nulla, era anche sparito da facebook.
Spesso parlavano di lui, a cena insieme lo ricordavano quand’era felice e pieno di vita. Secondo alcuni era barricato in casa, secondo altri era fuggito all’estero. Ma pur nella sua apparente depressione, aveva trovato il modo di salutarli. La famosa sera della cena non riuscita, approfittando forse della distrazione mentre impacchettavano le cibaglie intonse, era riuscito ad infilare le dita nel portafoglio di ognuno di loro. “C’ha fregato cent’euro quel figlio di puttana!”.


domenica 19 gennaio 2014

La verità sul caso Harry Quebert



 

Un bel libro è un libro che dispiace aver finito, insegna l’anziano Harry Quebert, mostro sacro della letteratura americana, al giovane Marcus Goldberg, talentuoso scrittore travolto dallo strepitoso successo della sua opera prima e ora vittima del classico blocco da pagina bianca. Un’amicizia dal tono paterno coltivata per oltre un decennio, da quando Marcus era alunno del grande Harry Quebert all’Università di Burrows e il celebre scrittore ne aveva intuito lo straordinario talento. Ma un giorno viene rinvenuto uno scheletro sepolto nei pressi della villa di Harry Quebert, ad Aurora, nel New Hampshire; si tratta di Nola Kellergan, una ragazzina di quindici anni scomparsa oltre trent’anni prima e di cui non si era saputo più nulla. Harry viene accusato dell’omicidio della ragazzina, con cui rivela di aver vissuto all’epoca un’intensa e struggente storia d’amore che è anche stata ispirazione per la sua opera di maggior successo, Le origini del male. Marcus, convinto dell’innocenza del suo mentore, decide di indagare insieme alla polizia locale. E inizia finalmente a scrivere la sua opera seconda, incentrata sul caso Quebert, allo scopo di difendere il suo amico e riabilitarne la reputazione…
Molti dei best-seller di oggi sono carta straccia. Hanno un successo tanto clamoroso quanto effimero, pilotato da scientifiche tecniche di marketing, ma destinati però a finire nell’oblio più assoluto nel giro di pochi mesi. Altri, invece, hanno le carte in regola per sedimentare nella memoria e diventare i classici di domani.  Crediamo fermamente che La verità sul caso Harry Quebert appartenga alla seconda categoria. Il libro del giovane Joel Dicker è non solo un giallo appassionante e ricco di colpi di scena, concepito come un puzzle i cui elementi finiscono per combaciare alla perfezione solo nell’ultimo capitolo, ma anche feuilleton, romanzo di formazione e saggio di meta-scrittura. Uno stile di rara felicità aneddotica quello dello scrittore svizzero, ricco di ironia più o meno sotterranea, capace di disperdere una vicenda complessa in mille schegge narrative e di rifluirle poi in un solido corpus centrale senza mai allentare la presa sul lettore. Quasi ottocento pagine che inchiodano senza alcun cenno di stanchezza, per un romanzo che è anche e soprattutto un caloroso inno al potere della letteratura (e dell’immaginazione in senso lato) di plasmare e riscrivere le nostre vite.
Anche se crea dipendenza, leggetelo senza troppa fretta, quaranta/cinquanta pagine al giorno e non di più. O ne sentirete la mancanza troppo presto.


martedì 31 dicembre 2013

Il caffè delle undici

In una cittadina della costa catanese, un ragazzino che lavora nel bar di mamma e papà non aspetta altro che arrivino le undici. L'ora del caffè. O meglio, l'ora in cui è solito portare il caffè alla bella signora solitaria della spiaggia, la signora dagli occhi chiari e il viso da fata, che riempie i suoi pensieri, anche di notte. Ma un giorno la macchina del caffè si rompe. Deve dunque il nostro eroe rinunciare all'incontro quotidiano con la sua bella signora? Giammai...

 

venerdì 29 novembre 2013

L'uomo che teme il silenzio

Molte persone, anche adulte, hanno paura del buio.
Giuseppe, invece, ha paura del silenzio. Lo terrorizza l’istante in cui apre la porta di casa quando torna da lavoro, e la trova oscenamente muta. E allora si precipita immediatamente sullo stereo in soggiorno e preme il tasto ON. Sospira, il fruscio della radio è per lui un siero benefico. Sceglie una stazione a caso, regola la manopola del volume e si lascia cadere sul divano.  A volte collega l’ipod alle casse e mette su gli Oasis, i Pixies e Christina Aguilera. Poi accende la televisione e fa zapping cercando MTV o qualche canale fracassone. Cena a base di pane e yogurt mentre sullo schermo vanno in onda i videoclip delle band più trendy del momento, e le loro canzoni, la loro musica, il loro rumore, si insinuano placidi e rassicuranti tra le quattro pareti del suo bilocale. Teme ancora gli istanti di pausa tra una canzone e l’altra, e quando il momento della pausa arriva Giuseppe stringe gli occhi temendo che il silenzio lo assalga alle spalle come un ninja affondandogli  la sua subdola lama in gola, ma poi la musica riparte e tira un sospiro di sollievo. 
Ci sono sempre musica e rumore a casa di Giuseppe, anche quando dorme, vuole che gli scombussolino i sogni e non lascino neanche loro in balia del silenzio.

Ma un giorno c’è un black-out. Tragicamente televisione e stereo ammutoliscono e la casa è improvvisamente più silenziosa di una chiesa di campagna in una giornata di agosto. In preda al panico, Giuseppe si precipita verso la cucina, tira giù due piatti dalla credenza e inizia a sbatterli l’uno contro l’altro mentre batte a terra il piede destro al ritmo di un generico OH-OH-OH. I piatti si scontrano con un rumore acuto che gli trasmette scariche di benessere. Ma poi Giuseppe sbatte i piatti un po’ troppo forte e questi vanno in frantumi. Immediatamente afferra altri due piatti, ma poi pensa non voglio distruggere la cucina, e trova un’altra soluzione. Inizia a cantare. A squarciagola, stonato. Canta Nel sole di Al Bano, Se telefonando di Mina e Champagne di Peppino di Capri. Presto ha il mal di gola, si accorge che sta per diventare afono e cerca di escogitare per tempo un’altra soluzione ma non gli viene nessuna idea.
Qualcuno bussa alla porta d’ingresso, e Giuseppe si precipita ad aprire. E’ Priscilla, la sua dirimpettaia. Che diavolo succede, chiede, cos'è tutto questo fracasso. Giuseppe la afferra per un braccio facendola trasalire, chiude la porta di casa e la trascina in soggiorno.
Ti prego, parla!, le urla.
E cosa dovrei dire, chiede lei sorpresa.
Quello che vuoi, purché tu lo faccia ad alta voce e senza pause, risponde Giuseppe.
Incuriosita e convinta che si tratti di un gioco, Priscilla accetta la proposta. Inizia a raccontare la sua giornata, le persone che ha incontrato, la cena con le amiche del liceo, il film con Jean Paul Belmondo che ha visto ieri sera, gli ultimi scandali della politica locale. Lo fa con una voce squillante che a poco a poco finisce per rassicurare Giuseppe, che torna a sedersi sul divano e sospira. 
Io lo so perché hai paura del silenzio, dice improvvisamente Priscilla lasciando Giuseppe di stucco. 
Cosa dici, chiede lui.
Hai paura del silenzio perché hai paura di ascoltare, dice Priscilla. Eppure una volta non ne avevi paura. Sapevi bene che solo il silenzio è una parte fondamentale dell'ascolto, sapevi che il silenzio è come gli spazi bianchi di un foglio scritto che danno un senso compiuto ai filamenti d’inchiostro che qualcuno ha deciso di porvi sopra.  
Poi, ascoltare ti ha fatto soffrire. E hai deciso di non farlo più, hai voluto versare il calamaio su quel foglio scritto rendendo illeggibili le parole.  Adesso hai paura che il silenzio possa dare di nuovo un senso alle parole che hai voluto cancellare, perché quelle parole ti fanno del male.
Ma se pensi di cancellare quelle parole ricoprendole di musica e rumore, ti sbagli. Puoi seppellirle, metterci sopra strati di terra e cemento, ma quelle parole resteranno sempre lì in basso, a farti del male. E’ solo dissotterrandole, è solo cercando di rimuovere l’inchiostro superfluo che puoi provare a farle asciugare al sole. Fino a farle sbiadire, forse. 

Poi Priscilla dice di essere in ritardo per un appuntamento e va via. Giuseppe resta solo e improvvisamente le parole che gli hanno fatto male tornano su rapide come bolle in una vasca idromassaggio. Sono le parole affilate di un monologo che inizia con  “E’ stato tutto uno sbaglio”. Il lungo monologo di Camilla, la sua Camilla dagli occhi nocciola e il viso da ragazzina, seduta a gambe incrociate sulla sua poltrona Frau, mentre lui ascolta incredulo e cerca di marchiare nella memoria ogni tratto di lei, dal tono della voce alla ciocca ribelle di capelli, dal neo sopra l’occhio sinistro alle labbra lucide e spesse. Consapevole del fatto che non la vedrà mai più.
La casa è di nuovo in silenzio, ma adesso Giuseppe non è più smanioso. Perché le parole che lo hanno fatto soffrire sono venute fuori e sono più assordanti di un concerto dei Metallica con amplificatori a diecimila watt. Hanno già riempito casa, rimbalzano violente e incuranti tra le pareti come mille palline da tennis.
Giuseppe ne ha paura. Prende uno zaino da campeggio e ci infila dentro una coperta e un cuscino. Esce di casa facendo sbattere la porta e suona nell'appartamento di Priscilla. 
Se non ti dispiace, questa notte mi fermo a dormire da te, dice a Priscilla quando lei apre la porta d’ingresso. Le parole che mi hanno fatto male sono tornate su improvvise e hanno preso possesso di casa mia, rimbalzano assordanti tra le pareti e non mi lasciano più spazio.  Domani tornerò a casa e so che saranno più deboli, e dopodomani lo saranno ancor di più. Alla fine saranno tenui come un eco dimesso, e verranno  assorbite dalle pareti. Ma stasera sono ancora tanto rumorose.
Priscilla è dapprima stupita, poi sorride e lui si accorge della fossetta sulla sua guancia destra.
Fammi dormire da te, continua Giuseppe, resterò in un angolino e mi farò piccolo piccolo. Però ti prego, raccontami qualcosa, ho bisogno di parole nuove perché mi sono liberato di quelle vecchie e sento un vuoto allo stomaco. Ma stavolta non urlare, aggiunge Giuseppe, sussurrale soltanto. 

domenica 3 novembre 2013

En italiensk sang til jer

L’iniziativa En italiensk sang til jer, promossa dall’istituto italiano di cultura di Copenhagen, si era diffusa rapidamente nell’intero paese con inatteso successo.  L’idea di base era molto semplice: si sceglie una bella canzone italiana e la si canta in coro negli autobus di linea, con lo scopo di incuriosire i danesi presenti e favorire l’integrazione, anche culturale, con i tanti immigrati italiani che popolano le cittadine scandinave.
Ruggero Bartolacci, residente ad Aalborg da oltre dieci anni e da sempre promotore di iniziative volte ad avvicinare i cittadini danesi alla conoscenza del Belpaese, si era immediatamente proposto come responsabile locale dell’iniziativa. A tal proposito aveva scelto una canzone, Fin che la barca va, non inflazionata come Azzurro o Volare ma ricca di ritmo ed ottimismo, e di certo molto adatta ad essere cantata in coro su di un autobus con l’entusiasmo di una gita scolastica. Aveva dunque coinvolto i suoi amici italiani locali e aveva fatto stampare un centinaio di flyer con il testo della canzone, da distribuire all’entrata dell’autobus a tutti i viaggiatori. E soprattutto, aveva avuto una brillante idea che sicuramente avrebbe dato un valore aggiunto alla performance; il suo amico Peder Nielsen, autista dell’autobus su cui si sarebbe cantata la canzone di Orietta Berti, avrebbe partecipato attivamente al coro. 
Si era dunque recato a casa di Peder con il testo della canzone, e l’avevano studiata insieme. Era questi un omone ormai prossimo alla pensione dagli occhoni grigi e dal sorriso gioviale. Accettò con entusiasmo la proposta di Ruggero, da anni suo buddy di fiducia nel circolo di bocce, e insieme a lui ascoltò decine di volte la canzone, sforzandosi di coglierne il ritmo e la pronuncia. L’idea di Ruggero era che Peder sarebbe intervenuto cantando da solo la parte finale del ritornello. Lui e i suoi amici italiani avrebbero cantato la parte che fa:

Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare,

dopodichè Ruggero avrebbe urlato uno stop!, Peder avrebbe frenato, si sarebbe alzato dal posto di guida e, rivolto ai viaggiatori, avrebbe intonato:

quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.

L’effetto sarebbe stato grandioso, uno straordinario coup de théâtre. Avevano dunque studiato insieme sillaba per sillaba la pronuncia di quel ritornello di cui Peder non si era neanche chiesto il significato. Non era stato facile, Peder non era portatissimo per le lingue straniere e le vocali se ne andavano a zonzo nella frase, ma dopo centinaia di prove era in grado di pronunciare qualcosa che suonava come kuan do lamora vena ilka panelo sonera. Accettabile, insomma. 
Il giorno dopo Ruggero salì dunque con i suoi amici italiani sul bus numero due diretto verso Gistrup strizzando l’occhio al suo amico Peder al volante. Uno studente erasmus di Vicenza rimase in piedi all’ingresso  distribuendo i flyer con il testo della canzone ai danesi che entravano, mentre gli altri si sistemarono agli ultimi posti.
Quando il bus si mosse dal terminal imboccando Jyllandsgade, Ruggero si alzò in piedi, e schiarendosi la voce iniziò ad intonare:

Il grillo disse un giorno alla formica...

Immediatamente, come d’accordo, gli italiani che erano con lui seguirono con :

...il pane per l’inverno tu ce l’hai...

e così via. Cantavano a squarciagola con un entusiasmo liberatorio da scolaretti birbanti, mentre Ruggero agitava i gomiti in aria  imitando un esagitato maestro d’orchestra. I danesi si voltavano curiosi, alcuni avevano un’aria contrariata per il troppo casino, altri con un sorrisetto da semiparesi facciale gettarono uno sguardo al testo  della canzone provando anche a biascicare qualche parola. Arrivò dunque il ritornello di Fin che la barca va, accompagnato da un fragoroso battimani ritmato, e, quando fu il momento, Ruggero gridò lo stop! ai suoi amici che come da copione ammutolirono all’istante. 
Peder fu di parola. Frenò bruscamente, si alzò in piedi, e puntando l’indice verso i viaggiatori pronunciò quella che nelle sue intenzioni era la parte finale del ritornello. Ne uscì un’arzigogolata cacofonia di sillabe smozzicate e impronunciabili,  qualcosa che con buono sforzo di rielabolazione potrebbe essere trascritta come calosomoraveheloooramikanziano...  
Ma non fu la delusione per la pessima performance di Peder a far precipitare la situazione. Fu la frenata, la sua brusca frenata, il cui contraccolpo fece cadere a terra il Samsung Galaxy S3 di Filippo, un ragazzo impulsivo e poco accomodante che a malavoglia si era prestato al progetto di Ruggero . Quando lo raccolse, Filippo si accorse con orrore della grottesca ragnatela che campeggiava sul display di vetro, rotto, irrimediabilmente rotto. E pensare che lo aveva comperato al Fona due giorni prima... Senza pensarci un istante, si mosse infuriato verso Peder e urlandogli un intenso “Ma come cazzo freni testa di cazzo!” gli allungò una sonora sberla in faccia. Il viso bonario di Peder divenne rubicondo all’istante, e incredulo per quell’inatteso torto subito biascicolò un silenzioso for Saten... tra i denti, mentre i suoi occhioni grigi sembravano chiedersi il perchè di quel brutto gesto.  Improvvisamente Filippo fu afferrato alle spalle da un culturista vichingo dalla mascella quadrata che con un sonoro "Hvad fanden laver du?!?"  lo sbattè contro la porta pneumatica dell’autobus. Filippo capì subito che non aveva molto da ottenere reagendo ad un gigante di tale portata e la rabbia gli sbollì all’istante, ma Ruggero si avvicinò afferrando il culturista per il braccio invitandolo a non reagire e a scusarlo. Bastò un semplice strattone per far cadere Ruggero a terra, mentre un altro italiano prendeva il culturista di sorpresa allungandogli un potente calcio nel culo. Quella che poteva diventare una rissa fu fermata in tempo da un gruppo di danesi che fece cerchio intorno al culturista implorandolo di non prendersela, di lasciar perdere, mentre gli italiani silenziosamente scivolavano ai loro posti e Peder, tremante, componeva il 114 sul cellulare. Quando arrivò la Politi l’autobus fu fatto parcheggiare nei pressi di Østre Alle, e fu chiesto a Peder, Ruggero, Filippo e gli altri di ricostruire l’accaduto. Alla fine Filippo fu costretto a chiedere scusa e stringere la mano a Peder e al culturista, che si chiamava Knud e continuava a fissarlo con l’aria di chi muore dalla voglia di strappargli un orecchio con un morso.  Silenziosamente tutti i viaggiatori scesero dall’autobus, alcuni si recarono alla fermata più vicina, altri, scossi dalla vicenda, tornarono a casa e si presero un giorno di malattia.

Ma l’increscioso evento sull’autobus di Aalborg non passò inosservato. In poche ore tutti i giornali e i talk show finirono per parlarne, divenne l’argomento del giorno. Si risuscitarono vecchi spauracchi nazionalisti di sfiducia e diffidenza verso lo straniero, il Danske Folke Parti estremizzò le proprie posizioni razziste estendendo le ragioni del loro rifiuto all’integrazione dagli extra-comunitari a tutti i cittadini europei non scandinavi.
Naturalmente l’iniziativa En italiensk sang til jer fu sospesa, con notevole imbarazzo e disagio da parte dell’istituto italiano di cultura di Copenhagen. 
Per i mesi seguenti Ruggero fu tormentato dai sensi di colpa. Non avrebbe dovuto strafare, avrebbe dovuto lasciare Peder guidare l’autobus e basta. Notò una crescente diffidenza dei suoi colleghi al circolo di bocce, e Peder non lo guardava quasi più. 
La notte era tormentato dagli incubi.
Una volta sognò di essere intrappolato in un autobus insieme ad altri italiani. Porte e finestre erano chiuse, non c’era via d’uscita. Al di fuori, un gruppo di danesi li osservava sbevazzando dalle lattine di Carlsberg che si erano portati appresso, e li scherniva sputando o pisciando sulle finestre. Poi, con uno sforzo coordinato e decine di oooo-issa!!, i danesi sollevarono le ruote laterali e rovesciarono l’autobus su di un lato. Gli italiani all’interno caddero sopra le finestre con lamenti e grida fragorose. Dopodichè i danesi rovesciarono di nuovo l’autobus nello stesso verso, e poi di nuovo, e poi di nuovo ancora, facendogli percorrere in quel modo gli interi Boulevarden, mentre gli italiani venivano sballottolati nell'abitacolo come ghiaccio e caffè in uno shaker. Alla fine l’autobus arrivò fino a Strandvejen, e con un ultimo sforzo i danesi lo gettarono nel fiordo. Brindando con un sonoro Skål, tracannarono un’ultima birra e se ne tornarono a casa. L’autobus andò giù rapido, mentre l’acqua iniziava a filtrare dalle fessure sul basso e sulle porte pneumatiche. Eppure gli italiani all’interno, seppur malridotti, riuscirono con sforzo sovraumano a sradicare una delle aste di sostegno per i passeggeri. La scagliarono ripetutamente contro il vetro della finestra laterale, che iniziò ad incrinarsi e alla fine andò in frantumi, allagando completamente l’abitacolo. Gli italiani evasero attraverso la finestra rotta, e nuotarono fino alla superficie. Uno di loro emerse con un pannello  pubblicitario di legno che aveva sganciato dalla parete laterale dell’autobus. Gli italiani si aggrapparono dunque al pannello galleggiante e vi salirono sopra, bilanciando abilmente il peso sui quattro lati per evitare di capovolgerlo. Alla fine eccoli lì, trasportati verso il Kattegat a mo' di zattera da un pannello pubblicitario del Føtex. Fradici, malconci e infreddoliti, ma vivi. Uno di loro starnutì fragorosamente. Dopodichè, con voce dapprima fioca poi sempre più convinta, iniziò ad intonare:

Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare...    





domenica 20 ottobre 2013

Dignità e boccoli d'oro a Jomfru Ane Gade


Kai Fiskebjerg, quarantotto anni, due divorzi alle spalle, tre anni di carcere per tentato stupro alla figlia adottiva sedicenne, nullafacente, parassita sociale, ladro di automobili, truffatore di mezza tacca, spacciatore di fumo, indomito alcolista in grado di bersi in una serata l’intero assegno mensile di disoccupazione, ritrovò la dignità nel cesso di un noto locale fighetto di Jomfru Ane Gade in cui era capitato per sbaglio. La vide luccicare sul fondo concavo del pisciatoio metallico, tra il riverbero di liquami schiumosi  dall’olezzo penetrante, mentre svuotava di gusto la vescica al fianco di un panzone in camicia celeste che continuava a ruttare al ritmo dell’inno dell’Aalborg Fodbold. Non poteva lasciarsela scappare, la dignità. Immerse senza alcun indugio le falangi in quel rigagnolo brodoso di piscio e catarro, la arpionò facendo uncino con l’indice e il medio  e la sistemò al sicuro nel taschino ad altezza del petto della sua lercia giacca di pelle. 
Battè più volte la mano sul taschino e sorrise. Gli era andata bene. Con tutta la gente che entrava lì a pisciare, qualcun altro avrebbe potuto trovarla, ma invece quel colpo di fortuna era toccato a lui. 
Uscì dal cesso trionfante facendo sbattere la porta a due ante  e fu subito accolto dalla musica assordante e dal profluvio di gambe, scollature e chiome dorate che si affastellava tra il bar e la zona ballo. Fino a qualche minuto fa non avrebbe resistito all’andirivieni di quei corpi sinuosi e sodi e si sarebbe lanciato in pista molleggiando sui suoi jeans strappati davanti alla prima biondona maggiorata. Ma adesso non c’era tempo per queste stronzate. Fiero del tesoro che custodiva nel suo taschino, non degnò le bionde di uno sguardo e si diresse a passo sicuro verso il bar. Adesso mi siederò e ordinerò una birra, pensò, o forse due, ma non di più. Poi inizierò a conversare con una donna seduta al mio fianco, chiedendole di lei, cosa fa nella vita, se viene spesso in questo locale. Niente occhiolini, niente palpatine, solo conversazione.  Dopodichè ci saluteremo e tornerò a casa a dormire. Un’autodisciplina da damerino inglese, insomma. 
Seduto su uno sgabello al bancone del bar c’era un donnone inzaccherato in un vestito stretto di un azzurro smunto. Aveva una vistosa capigliatura a boccoli a metà tra Shirley Temple e una donna da bordello ottocentesco,  due occhiolini azzurri infossati in un faccione da triplo mento, una bocca minuta e senza labbra che continuava ad elargire generosi sorrisi con dentini aguzzi come quelli di uno yorkshire agli avventori del locale. La sua postura curva sullo sgabello metteva in evidenza i rotoli di ciccia che le ricadevano sui fianchi come tanti salvagenti concentrici e la facevano  sembrare una specie di Jabba the Hutt.  
Kay Fiskebjerg si sedette al suo fianco e fu subito accolto da un sorriso entusiasta. La donna allungò la mano presentandosi come Pernille, mentre Kay ordinava una birra. Pernille estrasse un iPhone da una borsetta fucsia , mosse le dita tozze sul piccolo schermo e mostrò a Kai una sua foto, dove aveva i capelli lunghi e lisci e sorrideva nello stesso modo. 
Guarda, disse, fino a ieri ero così. La mia amica Christina mi ha consigliato di cambiare pettinatura, ha detto che i boccoli mi donano. 
E con le mani si sistemò la chioma con aria compiaciuta.
La tua amica ha ragione, stai benissimo con i boccoli, disse Kai, anche se non lo pensava affatto. La donna allargò il sorriso al massimo consentito dalla sua bocca minuscola e diede un buffetto al ginocchio di Kai.
Tusind tak!
Kay aveva un promemoria da conversazione sana e matura, una serie di discorsi  mutuati da alcuni film visti di recente al centro di recupero alcolisti. Doveva parlare di se stesso senza dare troppe informazioni, presentandosi come una persona affidabile, che ha affrontato di recente alcune difficoltà familiari dovute ad incomprensioni con l’amata consorte, e al momento disoccupato e alla ricerca di un impiego.  
Ma quella non era una delle solite serate in cui tentare pateticamente di mostrarsi serio e responsabile. Quella era la serata in cui finalmente aveva ritrovato la dignità. 
Sono un alcolizzato, le disse quindi, spaccio fumo e rubo auto, ho palpeggiato mia figlia adottiva dopo aver notato che l’età dello sviluppo era stata piuttosto generosa con le sue ghiandole mammarie. Ma tutto ciò fino a mezz’ora fa. Poco fa, in bagno, ho ritrovato la mia dignità. Adesso sono un uomo diverso. Bevo una birra, sì, e forse ne berrò anche un’altra, ma poi smetterò. Sono qui per parlare e conoscere gente, per pura curiosità e piacere di farlo, senza secondi fini.  Tornerò a casa e da domani inizierò davvero a cercare un lavoro. Il mio tesoro è qui, aggiunse indicando il taschino sul petto, e io non posso tradirlo. 
Eccitata dal fatto che un uomo si fosse seduto lì a parlarle, Pernille non pensava ad altro che a sistemarsi i boccoli, e non lo ascoltava neanche. La sua amica Christina aveva avuto una grande idea. Con quei boccoli era un'altra persona, e gli uomini le si sedevano affianco e le parlavano interessati. Non era male, quel Kai Fiskebjerg. Spalle un po’ strette, un po’ stempiato e dai denti lerci, ma non era male. Ed era interessato a lei! Avrebbero preso un altro drink, poi sarebbero andate a casa sua...  Persa nei suoi accomodanti pensieri, di tutto il discorso dell’uomo capì soltanto che aveva qualcosa di molto prezioso nel taschino della sua giacca.  Posò una mano sul suo ginocchio e sorrise. Kai ricambiò il sorriso.
Vado un attimo in bagno, disse Pernille aggrappandosi al bancone per trascinare la sua mole imponente al di là dello sgabello. Kai la seguì con lo sguardo mentre si faceva largo tra le decine di ragazze in minigonna che si dimenavano sulla pista da ballo.
Poi non seppe dire quale fosse la causa dominante. Forse i buffetti di Pernille sul ginocchio avevano silenziosamente risvegliato qualcosa nella sua prostata indolenzita dall’età e dall’overdose di Cialis che anticipava ogni sua visita al centro massaggi thailandese di Søndergade. O forse quella ragazza di neanche diciott'anni che si scansava per lasciar passare Pernille, infilata in un vestitino aderente con tessuto di satin dal motivo ad onde, era formosa come lo era la figlia adottiva a cui era condannato a restare ad almeno un chilometro di distanza per il resto della vita. Fatto sta che, quando vide che la ragazza con l'abito di satin si dirigeva anch’essa in bagno, con rapidità felina sgusciò districandosi tra le centinaia di persone e si infilò nel bagno delle donne come uno scolaretto birbante.
Dopodichè tutto durò pochi secondi, tanto da rendere difficile persino ricostruire la causalità degli eventi. Ricordava solo il viso terrorizzato da Cappuccetto Rosso davanti al lupo cattivo che aveva la ragazza quando le sue braccia le scivolarono addosso come i tentacoli di un polipo mentre lei si sistemava il lucidalabbra alla fragola davanti allo specchio.  Ricordava il suo urlo talmente acuto da far vibrare le finestre, la sua gomitata sul mento che lo fece cadere a terra, mentre la dignità, sì, la dignità, gli scivolava via dal taschino e rotolava sulle mattonelle del bagno. Ricordava il viso a metà tra il disgusto e la delusione di Pernille che si era appena sistemata la gonna dopo aver fatto pipì, ricordava Pernille inchinarsi a terra con fatica, raccogliere la sua dignità e uscire a passo rapido dal bagno delle donne.
No, Kai non poteva lasciarsi sfuggire la dignità così facilmente. Seguì Pernille al di fuori del locale, dove il freddo della notte gli invase i polmoni al punto da fargli girare la testa. Pernille avanzava per Jomfru Ane Gade con una rapidità inattesa, prendendo a spallate come un quaterback chiunque affollasse la via quella sera, dai bellimbusti in canotta con mandibola squadrata alle biondone statuarie o avvizzite, dagli studentelli stranieri arrapati agli omini eschimesi con cappello a visiera. 
La seguì attraverso Strandvejen fino ad arrivare al lungofiordo, dove Pernille, urlando un gigantesco Din svin!!, lanciò la dignità di Kai nelle acque rancide e oscure mosse dal vento onnipresente. Senza pensarci un istante, Kai si tolse la giacca e le scarpe e si tuffò nel fiordo. Il peso dei vestiti che aveva indosso sembrava trascinarlo nel fondo di quella melma gelida e bluastra. Ingoiò boccate di un liquido denso al sapore di sale e catrame, e per un istante pensò di morire incastrato sul fondo tra i relitti arruginiti delle biciclette come pasto per platesse e aringhe carnivore geneticamente modificate dagli scarichi industriali.  Ma finalmente la vide, la dignità, posata sulla superficie concava di quella che qualche decennio prima era stata l’elica di un motoscafo. La afferrò per la seconda volta in quella serata, e con rapidi movimenti degli avambracci emerse dall’acqua aspirando aria con violenza. Con bracciate dimesse e rilassate nuotò verso terra. Uscito dall’acqua, riprese la giacca di pelle e si lasciò cadere esausto. Tremando per il freddo e stringendosi nella giacca asciutta, cadde in un sonno oscuro e denso come le acque da cui si era appena tirato fuori.

Si svegliò alle prime luci dell’alba. Controllò il taschino della giacca. La dignità era ancora lì, nessuno aveva pensato di rubargliela mentre dormiva. Quanto gli era costata quella sera, la dignità! Aveva rischiato di perderla di nuovo a causa di una diciottenne formosa, ma alla fine era riuscita a recuperarla. Stirandosi le membra intorpidite si rimise in piedi, infilò le scarpe e si mosse verso Strandvejen. A quell’ora la città era immersa nell’atmosfera post-atomica della domenica mattina, con i pochi sopravvissuti della notte iperalcolica che camminavano barcollando come zombie. 
Vide Pernille seduta da sola a gambe larghe su una panchina all’incrocio tra Bispensgade e Jomfru Ane Gade. Aveva in mano una bottiglia di vodka da cui tirava giù sorsate improvvise e nervose. Kai le si avvicinò e si sedette al suo fianco,  lei provò a voltarsi di tre quarti per dargli le spalle. 
Perché lo hai fatto, le chiese Kai.
Pernille tirò giù l’ennesimo sorso di vodka. Pensavo che tu fossi attratto da me, lo pensavo e ci credevo, rispose. Perché avevo la mia pettinatura a boccoli e mi sentivo bella. E invece ci hai provato senza ritegno con la prima diciottenne che hai adocchiato. Allora ho capito che la mia pettinatura a boccoli non serve a nulla, non è vero che mi rende più bella, io sono come sono e nessuno cambierà idea su di me con qualsiasi capigliatura io abbia. Sai, penso che a volte abbiamo bisogno di credere di esser migliori di come siamo, e allora usiamo dei pretesti, crediamo che in fondo basti poco per essere diversi. Ma è solo un'illusione, in realtà non è facile cambiare, e alla fine siamo sempre gli stessi qualsiasi sforzo facciamo. Ma abbiamo bisogno di crederci, abbiamo bisogno di pretesti.
Kai infilò la mano nel taschino della giacca e tirò fuori quello che c’era dentro. Un misero anello di ferro, in parte placato d’oro in parte arruginito, un oggetto di bassa bigiotteria dal valore di cinque corone. Eccola lì, la sua agognata dignità... Una lacrima gli scivolò sul viso e se la asciugò con la manica della giacca.
Alcuni timidi raggi di sole filtrarono tra le nuvole plumbee della grigia giornata danese. L’anello semiarruginito che Kai continuava a rigirarsi tra le mani riflettè timido la luce del sole. Gli ricordò l'anello nuziale del suo primo matrimonio. Pensò alla sua prima moglie, al suo viso pulito e ai suoi occhi profondi come l'oceano, e fu colto per un istante da una nostalgia accecante. Si voltò poi verso Pernille che aveva appena posato la bottiglia a terra, si accorse dei riflessi biondi dei suoi boccoli e pensò che forse era vero quello che le aveva detto la sera prima, era più carina con quei boccoli che nella foto che lei le aveva mostrato. Allungò il braccio sulle sue spalle, lei si voltò sorpresa e sorrise.
Un attimo dopo le mise le mani sulle tette. 

domenica 15 settembre 2013

Il genio sottile di Gianroberto Casaleggio


L’Italia è in mano ad un imprenditore, che manovra abilmente gli strumenti di comunicazione in suo possesso alla spietata ricerca del consenso elettorale, che poi impiega allo scopo di accrescere il tornaconto economico della propria azienda.
No, vi sbagliate, non stiamo parlando di Berlusconi. Ne parlano fino allo sfinimento eserciti di giornalisti orbi ossessionati dal cogliere ogni colpetto di tosse o verdurina incastrata tra i suoi dentoni rifatti, associandogli colossali tracolli dei massimi sistemi democratici.  Come se un vecchietto dai capelli finti, corrotto e puttaniere, al nadir della sua carriera politica possa davvero rappresentare un pericolo per la democrazia del nostro Paese e non essere solamente –quello sì- causa di una situazione di stallo.   
L’imprenditore di cui parliamo è Gianroberto Casaleggio, presidente della Casaleggio Associati s.r.l, una società informatica che si occupa di strategie di rete, e, soprattutto, co-fondatore con Beppe Grillo del Movimento Cinque Stelle, la più grande novità politica degli ultimi decenni. Casaleggio è il curatore del blog di Grillo, il blog più visitato al mondo nonchè principale organo di divulgazione delle idee del Movimento, che ha garantito ingenti guadagni alla Casaleggio Associati. Nato nel 2009, nel giro di pochi anni il Movimento di Casaleggio e Grillo è riuscito a diventare la prima forza politica del Paese raggiungendo ben il 25% dei voti alle politiche di Febbraio scorso. Con il vanto di non aver mai fatto uso di soldi pubblici per la campagna elettorale e soprattutto di aver utilizzato la Rete come unico strumento di aggregazione collettiva rifiutando canali di comunicazione tradizionali come giornali e televisioni.
Il messaggio della Rete come entità quasi esoterica in grado di nobilitare il popolo con la Verità che viene invece distorta dai media tradizionali, ha abbindolato milioni di italiani avviliti dalla crisi economica e dal marciume della politica tradizionale.   
Ma cosa c’è di vero in tutto ciò? Ben poco, a dire il vero.
Per definizione, la presunta Rete tanto idealizzata da Casaleggio e Grillo dovrebbe essere un medium senza gerarchie, dove le opinioni di qualsiasi individuo abbiano lo stesso valore, in senso utopisticamente iper-democratico. Ma Casaleggio non utilizza la Rete come piattaforma di condivisione delle idee, quanto come un diretto replacement del mezzo televisivo. La comunicazione di Grillo sul suo blog avviene infatti secondo i dettami del binomio leader-popolo che ha fatto la fortuna, ad esempio, dello stesso Berlusconi: sul blog di Grillo non c’è vera condivisione di idee, soltanto i post del leader che si guarda bene dal rispondere ai centinaia di commenti che piovono a cascata.  L’identificazione leader-partito (di nuovo, elemento tipicamente berlusconiano) è confermata anche dall’assenza di un vero e proprio sito/piattaforma per il Movimento Cinque Stelle, che si appoggia infatti al sito di Grillo. Il discusso divieto ai grillini di partecipare ai talk show televisivi, ipocritamente giustificato come un rifiuto snobistico dei vecchi media asserviti al potere, è piuttosto un chiaro tentativo di mantenere la centralità del Movimento sul suo leader ed evitare che qualcuno degli iscritti riesca davvero a farsi notare al pubblico di massa.
La Rete utilizzata come broadcaster delle idee di un singolo non si discosta affatto dalla televisione tradizionale, poco conta se venga fruita su uno schermo tv o su quello di un laptop.
Lo stesso Beppe Grillo non è affatto un personaggio della Rete. Nato come creatura di Antonio Ricci (il creatore di Striscia la notizia, ovvero della subdola fasulla informazione alternativa dell’era berlusconiana), Grillo si è affermato infatti come ruspante personaggio televisivo fino alla sua epurazione dalla Rai avvenuta nel 1986 a seguito di una battuta sui socialisti. Ma la cacciata dalla Rai è stata la sua fortuna piuttosto che una prematura rovina. "Mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte", chiedeva Nanni Moretti in Ecce Bombo. E’ chiaro come Grillo abbia fatto valere la prima ipotesi, rafforzando il suo mito di personaggio scomodo e vittima dell’establishment tradizionale che ne ha decretato poi la fortuna come politico.
Il contrasto tra rigida gestione verticistica e l’ipocrisia della iper-democrazia garantita dallo strumento Rete è il vero punto di forza della strategia di Casaleggio, che gli ha consentito uno spaventoso consenso sulle masse. Ma Casaleggio è un imprenditore, e come tale fa l’interesse della sua azienda. La cosa spaventosa è come sia riuscito a “vendere” il prodotto politico assicurando alla sua azienda un vertiginoso potenziale di guadagno ed espansione non ancora utilizzato.
L’imprenditore milanese ha saputo sfruttare una serie di fattori favorevoli al suo inedito progetto di "marketing politico"; la classe politica più indecente d’Europa, la crisi economica,  la generale ritrosia del popolo di massa di fronte alle novità tecnologiche (così da bersi qualsiasi favola sul loro straordinario potere e capacità di migliorarci). Conscio del fatto che in un popolo di cialtroni vince chi urla di più, ha scelto come suo portavoce un comico dalla voce tonante, già noto per l’attenzione ai temi sociali presente nei suoi spettacoli, dotato di straordinaria capacità dialettica. Inoltre, il suo portavoce è un personaggio  dalle mille contraddizioni,  in grado di fungere da specchio per le allodole di giornalisti/giornalai a caccia di sterili polemiche sulla presunta integrità morale dei leader politici, così da lasciare in secondo piano la strategia della Casaleggio Associati. Ha portato in Parlamento un esercito di sbarbatelli  tanto volenterosi e onesti quanto inconcludenti e inetti e per questo facilmente manovrabili, facendo comunque la gioia di tanti elettori esausti dalle facce rugose dei vecchi parassiti della Seconda Repubblica.
In tal modo, ha creato un impressionante bacino di utenti manipolabili dalla Casaleggio Associati senza che la quasi totalità di loro –qui è la vera novità- sia consapevole di ciò. Il genio sottile di Gianroberto Casaleggio è stato quello di rimanere in disparte, di manovrare i fili del suo progetto politico senza che nessuno lo conoscesse, volontariamente messo in ombra dalla personalità debordante del suo portavoce.  Nove elettori su dieci non sanno neanche chi sia, identificano Grillo come il vero motore/artefice del Movimento Cinque Stelle, e fino al famoso fuori onda del grillino Giovanni Favia (che ha parlato di totale assenza di democrazia interna al Movimento, con una gestione di Casaleggio spietata e vendicativa) nessuno aveva davvero un’idea chiara di quale fosse il suo ruolo.
Non sappiamo quali siano i piani di Casaleggio, se il suo rifiuto di formare un governo con il Partito Democratico, che pure ha scontentato molti elettori, sia parte di una strategia studiata in dettaglio o solo un grossolano errore. Non sappiamo quanto sia autentico il suo atteggiamento da silenzioso e schivo guru esoterico, quasi una specie di Steve Jobs con i capelli lunghi. Non sappiamo quale sia la vera finalità del progetto politico della Casaleggio Associati, come sfrutterà il suo enorme potenziale di vendita.
Quel che è certo, è che Casaleggio è implicitamente implicato in un conflitto di interessi non troppo diverso da quello di Berlusconi, con il vantaggio però di esserne formalmente fuori in quanto ufficialmente assente dalle istituzioni. E per questo più pericoloso.
Ma se il paragone con Berlusconi è complesso e forse prematuro, è chiaro come il sole che ci siano elementi di forte differenza tra i due. Il fine ormai evidente della discesa in campo del leader di Arcore era stato la salvaguardia delle sue aziende dal fallimento e la sua impunità giudiziaria. Casaleggio non è coinvolto in cause giudiziarie e la sua azienda non ha ufficialmente dimensioni paragonabili a quelle di Berlusconi. Ma l’ovvio fine del tornaconto economico si accompagna ad ipotesi più ambigue che hanno fatto fiorire una serie di ipotesi complottistiche. La più diffusa è quella che Casaleggio sia guidato dal Gruppo Bilderberg, e faccia dunque gli interessi della finanza internazionale.
Ma quello che invece ci preme sottolineare è la presenza, nel sito della Casaleggio Associati, di alcuni video che raccontano l’impatto dei mezzi di comunicazione nella storia della politica, dall’impero romano a Barack Obama. In uno di quei video, Casaleggio prevede lo scoppio di una terza guerra mondiale tra le democrazie dell’Occidente con libero accesso alla Rete e i regimi asiatici. Tale guerra durerebbe un ventennio e sarebbe combattuta con armi batteriologiche, fino a ridurre ad un miliardo di individui la popolazione umana. Il video termina con l’avvento nel 2054 di un governo planetario retto da un sistema di democrazia diretta  basata sulla Rete.
Sebbene nel corso di un'intervista lo stesso Casaleggio abbia definito questo video  un “gioco”, non ci lascia indifferenti il fatto che a mostrare una tale visione del futuro sia una persona con alle mani un enorme bacino di clienti/utenti inconsapevoli e per questo pericolosamente in grado di fondare nuovi totalitarismi.
E poi, in semplicità, quanti elettori del Movimento Cinque Stelle sanno di avere dato il voto ad un uomo che prevede la terza guerra mondiale tra sei anni a questa parte? 

martedì 27 agosto 2013

È tornata

È rientrata quatta quatta dalla porta di servizio, ha attraversato casa in punta di piedi e si è lasciata cadere sul divano. Ti sei voltato e –ahimè- l’hai vista. E pensare che per un attimo, poco tempo fa, hai pensato addirittura di esserti liberato di lei, che avesse fatto i bagagli e fosse fuggita via per sempre. Povero scemo. Lei era fuori dal portone ad aspettare il momento opportuno per scivolare di nuovo in casa, e adesso e già lì che si mette comoda, sistema un cuscino dietro la testa, stende le braccia sui braccioli, accavalla le gambe con ridicolo atteggiamento osè.  Ti osserva con i suoi occhi beffardi e aspetta forse che tu le dica bentornata. Che insolente! E pensare che una parte di te è quasi lì per farlo. E’ la parte di te più timorosa e fragile, quella che ama l’odore stantio delle lenzuola di notte e il suono mellifluo delle parole nei ricordi e il ritmo sterile dei vizi e delle abitudini mai sopite.
Le volti le spalle ma senti i suoi occhi addosso, ne vedi il riflesso sullo schermo lattiginoso del portatile su cui scorrono i soliti video visti mille volte, aspiri il suo odore tra l’aroma rancido delle suppellettili invecchiate e del legno impolverato,  ascolti il suo respiro mescolarsi con il ronzio del frigorifero e gli sbuffi della caldaia mentre cerchi di ricordare che suono fa il tuo cellulare.
È la tua coinquilina e non la puoi cacciare, nessuno l’ha invitata ma lei è lì. E lo sarà per sempre.
È sgraziata e arrogante, infida e vile, maleodorante e subdola, strega e disfattista.
È una brutta puttana.
Lei, la solitudine.