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giovedì 19 gennaio 2012

La goliardia

La goliardia si sviluppa nelle comunità studentesche, soprattutto universitarie, e in generale in qualunque ambiente che, per principio, dovrebbe celebrare il valore della cultura e del sapere. La goliardia nasce dall’esigenza di irridere un ordine che rischia di apparire imbalsamato e fuori dal tempo, e in tal senso dovrebbe suscitare comicità. In sostanza, l’assunto implicito di chiunque si dedichi ad attività goliardiche è: “Io, che sono o dovrei essere una persona di cultura e di grandi capacità intellettive, faccio invece cose infantili e ridicole”. Questo assunto ha lo scopo di giustificare le risate di chi si trova davanti ad un certo tipo di comportamenti. Come cantare a squarciagola canzoncine per bambini durante una lezione. O coprirsi di crosta di porchetta e infilarsi una mela in bocca.
La goliardia non ci piace granchè. Il dover ridere di un contrasto tra comportamenti intenzionalmente comici e la presunta serietà di chi ci si dedica, rafforza una visione del mondo a compartimenti stagni. Da un lato i bravi, dall’altro gli scemi, e la vis comica della goliardia nascerebbe appunto dalla cancellazione di tale confine. La goliardia si basa su un assunto conservatore che è già stato confutato infinite volte. E come tale, sfonda porte aperte e non ha nulla di liberatorio. Non ha senso fare gli scemi per pura ostentazione. La goliardia è vecchia e superata. Non è moderno un professore che si reca a far lezione vestito da porchetta con mela in bocca solo far ridere gli studenti. Semmai, lo è un professore che lo fa perché si sente a suo agio. E lo sono gli studenti che non danno peso al fatto.     

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